La Camera di Consiglio – Recensione

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La Camera di Consiglio, il film di Fiorella Infascelli, che ne ha scritto la sceneggiatura assieme a Mimmo Rafele con la consulenza di Francesco La Licata sviluppandola con la consulenza di Pietro Grasso, merita attenzione non solo per il valore artistico, ma soprattutto per aver restituito alla memoria collettiva un momento storico troppo spesso relegato nell’oblio: la camera di consiglio che condusse alla sentenza del maxiprocesso di Palermo, il più grande processo mai celebrato al mondo contro quattrocentosettantasei imputati di Cosa Nostra. Un processo che vide la condanna di gran parte degli imputati e l’assoluzione di altri, segnando una cesura epocale nella lotta alla criminalità organizzata.

La regista e lo sceneggiatore hanno saputo operare una ricostruzione che, pur trattandosi di una rielaborazione romanzata – necessariamente, dato che quella camera di consiglio rimane avvolta dal segreto – riesce a cogliere con notevole sapienza i nodi cruciali di quel momento storico. Non si tratta di un documentario, ma di un’opera che adopera gli strumenti del cinema per trasmettere verità più profonde, narrando quei trentacinque giorni di convivenza forzata tra i due giudici togati – il presidente Alfonso Giordano e il giudice a latere Piero Grasso – e gli 8 giudici popolari.

Ed è proprio in questa scelta narrativa che risiede uno dei maggiori pregi dell’opera: non limitarsi ai momenti decisionali, alle discussioni giuridiche sulle responsabilità e sulle pene, ma restituire l’intera dimensione umana di quell’esperienza. La Camera di Consiglio diventa così il racconto di una comunità temporanea costretta a condividere non solo le decisioni che avrebbero segnato la storia, ma anche i pranzi, le pause, le riflessioni nei momenti di sospensione. Particolarmente suggestiva la scena dello yoga praticato nell’unico spazio d’aria disponibile: un dettaglio apparentemente marginale che invece rivela molto della necessità di trovare respiro, di alleggerire la tensione, di preservare un equilibrio interiore in una condizione di pressione estrema.

Quella convivenza forzata, proprio per la sua durata e intensità, non poteva che generare tensioni. E il film non le occulta: le restituisce con onestà intellettuale, mostrando come la fatica fisica e psicologica di quei giorni, il peso delle responsabilità, le diverse sensibilità umane e giuridiche abbiano inevitabilmente prodotto momenti di attrito. Eppure, ed è questo il messaggio più profondo, quelle tensioni non impedirono il compimento del dovere.

I personaggi, pur «caricati» con quel tono romanzesco necessario a coinvolgere un pubblico vasto, sono effigiati con un tratto gentile, persino sofferto in alcuni momenti. Particolarmente riusciti gli scontri dialettici tra il presidente Alfonso Giordano e il giudice a latere Piero Grasso, dove emerge con chiarezza il principio di civiltà giuridica che animò quella sentenza: non si processava “la mafia” come entità astratta, ma singoli imputati, per i quali occorreva ricostruire prove individuali e specifiche responsabilità. In queste scene si coglie la tecnica giuridica rigorosa del presidente e, al contempo, la passione civile che animava il dottor Grasso. Due anime diverse ma complementari di un medesimo impegno per la giustizia.

Meritano menzione anche le figure dei giudici popolari, delineate nella loro umanità e nelle loro paure. Particolarmente toccante la rappresentazione del dramma personale della giudice popolare Lidia Mangione, resa con delicatezza e verità.

Sergio Rubini interpreta Alfonso Giordano

Alfonso Giordano, interpretato magistralmente da Sergio Rubini, emerge in tutta la sua complessità umana. Non vi è agiografia: la regista ha saputo restituire tanto i pregi – la vasta cultura umanistica, il rigore giuridico – quanto certi tratti caratteriali, quella punta di presunzione che certamente caratterizzò anche i dibattiti interni alla corte. Una scelta coraggiosa, che rende il personaggio credibile e tridimensionale. I riferimenti alla Cresima del figlio, momenti particolari e profondamente sentiti, aggiungono quella dimensione privata che umanizza ulteriormente la figura.

Va detto con franchezza: da figlio di quel presidente, non posso pretendere di offrire una recensione del tutto asettica. Ma proprio questa prossimità mi consente di apprezzare quanto la ricostruzione sia stata rispettosa della verità storica e umana di quegli eventi. Certo, vi furono dissapori, tensioni, momenti ardui in quella camera di consiglio – tensioni destinate a rimanere riservate – ma il risultato fu un lavoro collettivo che non può essere consegnato all’oblio.

È fondamentale rammentare ai giovani che solo con quella prima sentenza del maxiprocesso, poi confermata definitivamente dalla Cassazione nel 1992, si stabilì chi fossero i responsabili e quali fossero le pene giuste. Quella sentenza segnò un punto di non ritorno nella storia italiana: dopo di essa sopraggiunsero le stragi del ’92, passaggi epocali che segnarono la Repubblica. Meglio sarebbe, invece dei toni catastrofici che spesso connotano il dibattito odierno, rammentare ciò che quella generazione di magistrati, giudici popolari e operatori dello Stato riuscì a trasmettere: la capacità di resistere, di non piegarsi, di affermare la legge anche quando tutto sembrava congiurare contro di essa.

Particolarmente efficace – e profondamente commovente, soprattutto per me ma credo per chiunque – il finale, con quella porta che si riapre e la lettura del dispositivo da parte del presidente Giordano. Un momento carico di tensione e di significato simbolico, reso con misura dalla regia.

La struttura stessa del film, quasi una pièce teatrale ambientata in un unico spazio claustrofobico, potrebbe ben prestarsi a una trasposizione per le scene. È infatti nel chiuso di quella camera di consiglio, in quei trentacinque giorni scanditi da riunioni, pasti consumati insieme, silenzi e confronti, che si dipanano i sentimenti, le emozioni, le paure inevitabili di chi sa di essere osservato dalla storia e minacciato dalla criminalità.

Eppure, alla fine, queste umane debolezze vengono surclassate dall’obbligo morale. Come avrebbe detto Kant, “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”: l’imperativo categorico di pervenire a una giustizia giusta, non piegata dalle minacce né dalle convenienze. E in questo senso, il film riesce a incarnare quella massima ciceroniana secondo cui iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi – la giustizia è la costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Anche quando tutto congiurava per impedirlo.

Fiorella Infascelli ha diretto con mano sicura e sensibilità non comune. Gli attori hanno reso con bravura personaggi complessi, e la ricostruzione nel suo complesso onora degnamente la memoria di quel momento storico. Un’opera necessaria, che merita di essere vista e discussa, soprattutto dalle nuove generazioni, affinché non dimentichino che la giustizia, talvolta, si compie anche quando tutto sembra remare contro di essa. E che gli uomini, con i loro limiti e le loro paure, possono ancora compiere il loro dovere.

Stefano Giordano

NOTA: le foto e il trailer sono stati gentilmenti concessi dalla casa di produzione de “La Camera di Consiglio”

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