La vita di Alessandro è caratterizzata da un percorso che lo ha sempre visto a fianco degli ultimi
Chiara Lubich (1920-2008) è la fondatrice del Movimento dei Focolari. Il suo scopo è contribuire all’attuazione della preghiera di Gesù: “Perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). Il Movimento dei Focolari è diffuso 140 paesi nel mondo. Le Cittadelle del Movimento, attualmente 23, hanno differenti fisionomie, al fine di inserirsi nei diversi contesti culturali in cui sono radicate. La prima nasce nel 1964 in Italia, a Loppiano, mentre l’ultima si trova in Corea ed è in via di realizzazione. Sono piccoli modelli di città, laboratori nei quali la spiritualità dell’unità e la fraternità vissuta possono trasformare tutti gli ambiti della vita sociale. Inoltre ci sono 16 case editrici in diversi paesi e la rivista “Città nuova” è pubblicata in 32 edizioni e 21 lingue. Alessandro Turco, 67 anni e padovano, fa parte del focolare di Palermo con altre tre persone del movimento. A lui abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.
Perché sei entrato nel Movimento dei Focolari?
«Lo ho conosciuto fin da bambino, quando avevo 9 anni. Sarebbe meglio dire che è il Movimento, la sua spiritualità che sono entrati in me, quasi senza che me ne accorgessi. Più tardi, naturalmente, c’è stato il tempo della scelta se continuare e, successivamente, anche di consacrare la mia vita a Gesù in particolare per rispondere al suo grido di abbandono sulla croce. Essenzialmente quella scelta per me è stata la possibilità di realizzare un sogno: spendere la mia vita per essere a fianco degli ultimi, che sono immagine di quel Gesù sulla croce».
Nel tempo sei stato in varie parti del mondo, ci lo vuoi raccontare?
«Mi è stato chiesto, da parte del movimento dei Focolari, di andarci per sostenere le comunità in quei luoghi. Per questo, oltre che in Italia, ho vissuto in Inghilterra, Canada, Madagascar, USA e Herzegovina. Per me, è stato scoprire ogni volta i doni che Dio ha voluto farmi. Qualche esempio: del Madagascar mi è rimasta in cuore l’accoglienza, lo spirito di famiglia. Quello è un popolo senza tante complicazioni, che ti fa sentire a casa anche se sei dell’altra parte del mondo. Negli Stati Uniti ho sperimentato la freschezza delle persone, che sanno gioire di quello che hanno, e l’accoglienza. E ovunque mi sono trovato come in famiglia».
Ora sei nel focolare di Palermo e collabori alla Missione di Speranza e Carità. Di cosa ti occupi?
«Mi è stato chiesto di occuparmi delle nuove generazioni e in particolare dei giovani: un’esperienza davvero impegnativa per la necessità di capire il mondo giovanile, i loro interessi, la loro vita. Invece nella Missione collaboro nei servizi che ci sono. In questo periodo le mattine tengo aperta la chiesa dove si trova la tomba di fratel Biagio per accogliere i visitatori. È un’esperienza particolare: si tratta di trasmettere a quelli che vengono la sua esperienza, soprattutto la sua radicalità nel seguire il messaggio di Gesù, e le cose straordinarie che sono avvenute per suo tramite».
Scrivi anche libri e poesie. Cosa vuoi trasmettere?
«Scrivo perché mi piace. Ma è chiaro che scrivendo voglio anche trasmettere i valori che sono in me, quelli del Vangelo. L’idea è di trasmetterli ai lettori in quanto valori anche autenticamente umani. Ad esempio il rapporto santificante con la natura, il valore del dolore come elemento essenziale di crescita della persona. In sostanza chi legge, ad esempio, il mio romanzo “Brentane, Due vite”, non troverà il nome di Gesù o il termine Vangelo. Tuttavia ogni pagina è intrisa di quei valori, perché sono la mia vita ed è importante cercare l’incontro sui valori con tutte le persone di buona volontà. Sta poi al lettore domandarsi da dove quei valori provengono e come sia possibile tradurli in vita, magari ispirandosi a quello che legge. Insomma ho cercato un linguaggio che tutti possono intendere per trasmettere valori che sono essenzialmente quelli cristiani, ma allo stesso tempo anche autenticamente umani».
Riccardo Rossi