Il lavoro precario 2.0. Le vite dei gig worker in appalto nelle piattaforme siciliane
Un motorino sfreccia di notte tra le vie di Palermo. Nel bauletto uno zaino termico, sul manubrio uno smartphone che emette un segnale: un nuovo ordine, un altro pasto da consegnare. Salvatore, 35 anni, ingrana l’ennesima marcia della giornata. Come tanti rider siciliani, anche lui ha imparato a convivere con l’incertezza: guadagni a cottimo, zero ferie, pioggia o sole sempre in strada. La sua storia è simile a quella di centinaia di giovani, e meno giovani, nell’isola che lavorano tramite app. Non solo fattorini del cibo a domicilio, ma anche corrieri per colossi dell’e-commerce, freelance a partita IVA e persino “operai del click” che arrotondano qualche euro svolgendo micro-compiti online. Sono le nuove frontiere del lavoro precario in Sicilia, un fenomeno in crescita che rappresenta un pezzo sempre più importante, e problematico, del mercato del lavoro locale.
Una calda giornata d’estate a Palermo, decine di rider sfrecciano tra il traffico con lo zaino quadrato sulle spalle. Il sole non dà tregua, 40 gradi all’ombra. Marcello, che consegna per una food delivery agency, racconta: «È difficile sopportare il casco per cinque ore a queste temperature, ma sarebbe altrettanto difficile rinunciare a quelle ore di lavoro e al bonus promesso». In altre parole, fermarsi non è un’opzione: rifiutare turni o ordini significa perdere guadagni e magari finire penalizzati dall’algoritmo dell’app che assegna le consegne. Le piattaforme chiamano questi lavoratori “collaboratori autonomi”, ma di fatto impongono ritmi serrati e regole rigide, con paghe a cottimo e valutazioni continue tramite algoritmi.
In Italia si contano oltre 600.000 lavoratori che traggono reddito da piattaforme digitali. La metà di loro considera quelle entrate essenziali per vivere e uno su due dichiara di non avere alternative occupazionali. Si tratta, perlopiù, di uomini tra i 30 e i 50 anni, spesso diplomati o laureati, impegnati soprattutto nella logistica, consegne di pasti e/o pacchi, per il 50% dei casi, ma anche nei servizi domestici (10%) e nel crowdwork online come traduzioni e lavori informatici (35%). Quasi il 58% di questi gig worker opera come autonomo, spesso con partita IVA, e un altro 31% lavora addirittura senza alcun contratto scritto. In altri termini, una galassia di lavoratori caratterizzati da fragilità contrattuale e redditi incerti, paradigma di una “nuova precarietà digitale” che in Sicilia trova terreno fertile complici la disoccupazione elevata e la carenza di impieghi stabili tradizionali, il tasso di senza lavoro nell’isola resta tra i più alti d’Italia, con picchi che sfiorano il 20% e quasi un giovane su due in cerca di occupazione.
Palermo, capitale dei rider siciliani
Palermo è il cuore simbolico di questa economia dei lavoretti nell’isola. Nella sola città metropolitana operano circa 450 rider del food delivery, secondo una recente indagine della CGIL. Sono in maggioranza uomini, circa l’82%, con un’età che si aggira intorno ai 30-40 anni. Spesso con un’istruzione medio-alta. Molti hanno iniziato durante la pandemia, quando la chiusura di bar e ristoranti fece esplodere la domanda di consegne a domicilio. Da allora non hanno più smesso di pedalare o correre in scooter per le vie palermitane. «Quello del rider non è un lavoretto per arrotondare, ma una professione a tutti gli effetti, con un reddito con cui deve campare una famiglia», sottolinea Dario Fazzese, segretario CGIL Palermo. Non a caso, dopo il Covid sono saliti in sella anche padri di famiglia, ex commessi o camerieri rimasti senza impiego, che in questa attività hanno trovato l’unica fonte di sostentamento immediato.
Le condizioni economiche però restano proibitive. La ricerca della CGIL Palermo svela che il reddito medio mensile di un rider in città oscilla da circa 400 euro fino a un massimo di 2.100 anche se, in realtà, ben pochi superano quella cifra. «Per guadagnare 1.000 euro netti al mese un rider deve lavorare quasi 7 giorni su 7 per almeno 8 ore al giorno», calcola Francesco Brugnone di NIdiL CGIL Palermo. Turni massacranti e paga a cottimo: un modello di lavoro tutt’altro che dignitoso. Negli ultimi anni le piattaforme hanno persino ridotto i compensi, tagliando bonus e incentivi di oltre il 20%. Così, per portare a casa nel 2024 lo stesso importo del 2023, un fattorino ha dovuto aumentare quasi del doppio il numero di consegne giornaliere. Questo significa correre di più, più a lungo, spesso in condizioni di sicurezza precarie. Il 93% dei rider palermitani interpellati si dice preoccupato per la propria incolumità mentre lavora. Strade dissestate, traffico caotico, intemperie, rischio di furti o aggressioni: la strada è il loro ufficio, e un ufficio pieno di pericoli. «Mi sento sempre in allerta, racconta Salvatore, basta una buca o un attimo di distrazione e puoi farti male sul serio». Non sorprende che quasi il 74% dei rider a Palermo si senta “poco sicuro” sul lavoro, e uno su cinque “per niente sicuro”.
Questa realtà non è esclusiva del capoluogo. Anche a Catania, Messina, Siracusa e nelle altre città siciliane i corrieri in bicicletta o motorino sono diventati parte del paesaggio urbano. A Catania ad esempio si stima operino alcune centinaia di rider; molti di loro non hanno altre fonti di reddito e macinano turni molto intensi per potersi mantenere. Nel complesso, rispetto ad altre metropoli italiane come Milano o Bologna, in Sicilia la categoria dei rider conta una quota maggiore di lavoratori italiani autoctoni, segno di un mercato del lavoro locale poco capace di assorbire soprattutto i giovani. «Palermo continua ad essere un laboratorio importante nello sviluppo di questa lotta – osserva Roberta Turi di NIdiL CGIL – anche perché qui il numero di lavoratori italiani tra i rider è maggiore rispetto ad altre zone d’Italia, offrendo uno spaccato particolare del mercato locale». In tutta Italia comunque le loro rivendicazioni e proteste sono analoghe: più diritti, paga dignitosa, sicurezza e tutele contro lo sfruttamento.
L’algoritmo come capo: controllo e ribellione
Ad accomunare questi lavori via app c’è il ruolo pervasivo della tecnologia: un algoritmo che assegna compiti, misura le performance e, di fatto, dirige il lavoratore. I rider lo sanno bene. La app decide chi riceve l’ordine successivo, in base a fattori come posizione geografica, rapidità e un punteggio basato sull’affidabilità e la frequenza del rider. Chi rifiuta troppe consegne o non rispetta gli standard può venire penalizzato, fino al caso estremo di essere disconnesso, il termine edulcorato con cui le piattaforme indicano il licenziamento di fatto di un collaboratore. Nessuna autonomia reale dunque, come ha riconosciuto anche un giudice del lavoro di Palermo nella storica sentenza del 24 novembre 2020: in quel caso un ciclofattorino di Glovo/Foodinho riuscì a dimostrare che il suo rapporto, solo formalmente autonomo, aveva in realtà natura subordinata, tanto che il tribunale ne ordinò la reintegrazione nel posto di lavoro. Era la prima volta in Sicilia, e una delle prime in Italia, che un rider veniva riconosciuto come dipendente a tutti gli effetti, con tutto ciò che ne consegue in termini di diritti e tutele.
Quella di Palermo è stata la punta avanzata di una battaglia legale più ampia. Nel 2021 una maxi-indagine della Procura di Milano sul food delivery portò a contestare alle principali piattaforme sanzioni per oltre 733 milioni di euro e l’ordine di regolarizzare circa 60 mila rider in tutta Italia, riconoscendone la subordinazione. Sebbene quelle multe siano state in parte riviste nelle sedi giudiziarie successive, il segnale è chiaro: anche la magistratura ha iniziato a vedere in questi lavoratori non dei “lavoretti” occasionali, ma persone inserite a pieno titolo nell’organizzazione aziendale, spesso sfruttate violando le norme su sicurezza e contributi. A Palermo, i sindacati confederali (Nidil, Filcams e Filt CGIL in testa) hanno intrapreso diverse azioni legali di avanguardia. Nel 2022 il Tribunale ha emesso un’ordinanza innovativa che impone a Uber Eats di valutare il rischio da ondate di calore e tutelare i rider fornendo acqua, sali minerali, crema solare e adeguata formazione durante l’estate. La stessa azienda era già finita sotto commissariamento per caporalato digitale nel 2020, dopo che era emerso l’utilizzo di intermediari spregiudicati per reclutare fattorini sottopagati, sempre più spesso migranti sfruttati. Anche sul fronte della trasparenza algoritmica si è avuta una prima assoluta: nell’aprile 2023 un giudice palermitano ha accolto un ricorso CGIL obbligando Uber Eats a svelare il funzionamento del suo algoritmo di gestione del personale, riconoscendo il diritto del sindacato a essere informato sui criteri automatici che decidono chi lavora e chi no. «Per quanto a nostra conoscenza è la prima sentenza di questo tipo in Italia e probabilmente in Europa» ha commentato l’avvocato Carlo De Marchis, legale dei ricorrenti. Un precedente importante nella tutela contro le discriminazioni nascoste nei codici informatici.
Grazie a queste mobilitazioni, Palermo si è guadagnata il titolo di capitale italiana delle lotte dei rider. Tre sentenze in pochi anni, sul riconoscimento della subordinazione, sulla trasparenza degli algoritmi e sulla sicurezza sotto il sole cocente, formano un corpus unico di giurisprudenza a tutela dei ciclofattorini. «È l’ennesima conferma che anche ai rider va assicurato il diritto alla sicurezza sul lavoro – commenta Andrea Gattuso, segretario Nidil CGIL Palermo –. Non è più accettabile che multinazionali miliardarie si arricchiscano sfruttando i rider, negando loro perfino l’acqua». Parole dure che rendono l’idea dello sfruttamento contemporaneo: lavoratori cui viene chiesto di consegnare cibo caldo senza potersi permettere nemmeno di bere acqua fresca durante un’ondata di calore.
Oltre i fattorini: la galassia del lavoro “on demand”
Le strade siciliane non vedono solo i rider del food delivery. Un’altra figura è apparsa di recente: quella dell’autista Amazon in proprio. Amazon, il gigante dell’e-commerce, oltre ai corrieri tradizionali forniti da ditte terze, ha lanciato anche in Italia il programma Amazon Flex. Chiunque abbia più di 18 anni, una patente e un veicolo può iscriversi tramite app e diventare fattorino autonomo per consegnare pacchi Amazon. L’app organizza ogni aspetto del lavoro, dal ritiro nei centri di smistamento al percorso di consegna, suddividendo l’attività in “blocchi” di alcune ore prenotabili a piacimento. Sulla carta, massima flessibilità: lavori quando vuoi, quanto vuoi. Nella pratica, anche qui c’è l’algoritmo a decidere quanti blocchi ti vengono offerti e in quali orari, in base a performance e affidabilità. La paga è fissa per ora di consegna, a differenza dei rider pagati a consegna, e si aggira sui 15-20 euro lordi all’ora; ma va considerato che il driver Amazon Flex deve sostenere in proprio tutti i costi: carburante, manutenzione dell’auto, assicurazione aggiuntiva. In Sicilia Amazon non ha grandi poli logistici come a Milano o Roma, ma negli ultimi anni ha aperto depositi a Catania e Palermo per velocizzare le spedizioni. È da lì che partono ogni giorno decine di corrieri “uberizzati”: c’è lo studente universitario che arrotonda la borsa di studio consegnando pacchi nel weekend, ma anche il disoccupato quarantenne che ha trovato in queste consegne l’unico reddito disponibile. «Siamo tracciati passo passo da un navigatore che monitora i tempi – racconta un ex driver catanese – se esci dal percorso o rallenti, lo segnalano. Devi consegnare decine di pacchi in poche ore, altrimenti rischi di non essere più chiamato». Una flessibilità a senso unico, dove il committente (Amazon) può permettersi di avere un bacino ampio di autisti autonomi tra cui scegliere, disponibili a chiamata. Ad oggi la portata di Amazon Flex in Italia è ancora limitata rispetto ad altri paesi, ma rappresenta comunque un’ulteriore frontiera di “uberizzazione” del lavoro anche nell’e-commerce.
Nel settore dei servizi alla persona, intanto, piattaforme come Helpling hanno trasferito online il tradizionale lavoro di colf e badanti. Helpling, nata in Germania e sbarcata in Italia a metà degli anni 2010, si presenta come “la colf 2.0”: mette in contatto famiglie che necessitano di qualche ora di pulizia domestica con addetti alle pulizie indipendenti, gestendo tutto via app. Il cliente inserisce giorno, ora e luogo in cui vuole la colf; l’algoritmo individua un operatore disponibile in zona e lo propone per l’incarico. La tariffa oraria è competitiva, circa 9 euro l’ora nel servizio “Economy” di Helpling, un prezzo vicino a quello del lavoro nero, e la piattaforma assicura che tutto avviene in regola, con copertura assicurativa di base. Tuttavia, dal lato del lavoratore, la realtà è meno rosea: gli “helper” sono formalmente autonomi, senza un contratto stabile; percepiscono solo una parte di quella tariffa (Helpling trattiene commissioni fino al 15%) e devono arrangiarsi con spostamenti e strumenti. Per molti ex colf abituali, la app rappresenta una fonte aggiuntiva di clienti, ma difficilmente garantisce un reddito pieno. Emerge semmai un dualismo: da un lato una minoranza di operatori che riesce a costruirsi una rete di clienti fissi tramite la piattaforma, dall’altro tanti lavoratori saltuari che prendono quel che capita, spesso ex occupati in altri settori che tappano i buchi di guadagno con qualche lavoretto a ore. Helpling ha pubblicizzato di voler “smacchiare il lavoro nero” delle pulizie, e certamente favorisce l’emersione di rapporti occasionali che altrimenti resterebbero informali. Ma la nuova frontiera del pulizie-on-demand rischia di creare una zona grigia dove i lavoratori non sono né dipendenti regolari, quindi con contribuzione e diritti, né del tutto autonomi e liberi: dipendono dalle recensioni dei clienti sulla piattaforma, sono geolocalizzati e monitorati nell’esecuzione delle mansioni e non hanno garanzie di continuità. La promessa della “gig economy delle colf” è di dare più flessibilità a tutti, ma il prezzo potrebbe essere una precarizzazione ulteriore di un settore già fragile.
Infine, c’è un esercito sommerso che opera dietro uno schermo, spesso invisibile: i microlavoratori digitali. Si tratta di persone che guadagnano piccole somme svolgendo compiti online tramite piattaforme globali. Il caso emblematico è Amazon Mechanical Turk, il marketplace lanciato da Jeff Bezos in cui aziende e ricercatori possono appaltare micro-attività a centinaia di migliaia di utenti online in tutto il mondo. Trascrivere uno scontrino, classificare l’immagine di un prodotto, tradurre una frase: ogni task richiede pochi minuti e viene pagato pochi centesimi. Chi partecipa diventa un “operaio del click”. Antonio Casilli, sociologo francese, ha stimato che nel mondo ci siano almeno 100 milioni di micro-lavoratori di questo tipo, soprattutto in paesi emergenti dove anche 1 o 2 dollari al giorno possono fare la differenza. Ma anche in Italia ce ne sono: studenti, casalinghe, disoccupati che cercano arrotondare il bilancio famigliare stando al computer. La paga è bassissima, una ricerca di Carnegie Mellon citata da Casilli evidenzia guadagni medi di circa 2 dollari l’ora su queste piattaforme, e non c’è alcuna tutela né contratto. Spesso non si conosce nemmeno l’identità del committente, che può essere dall’altra parte del mondo. Eppure, in contesti di carenza cronica di lavoro come la Sicilia interna, c’è chi si adatta anche a questo pur di racimolare qualcosa: annotare dati, rispondere a survey, addestrare algoritmi, perché molto del lavoro serve a fare da base a sistemi di intelligenza artificiale. Un lavoro invisibile e frammentato, dove il confine tra uomo e macchina si fa labile: i giganti del tech hanno «trasformato gli esseri umani in un servizio», come dichiarò Bezos stesso, e milioni di utenti svolgono compiti ripetitivi per pochi centesimi integrando ,o supplendo, l’automazione informatica. In Sicilia, questi micro-lavoratori sono difficili da quantificare, ma la diffusione di internet anche nelle aree rurali e l’assenza di altre opportunità li rendono una realtà presente, seppure ai margini. Spesso non si percepiscono nemmeno come “lavoratori”, perché mancano di uno status giuridico riconosciuto: eppure, sommano piccole mansioni che richiedono tempo ed energie reali. È la frontiera estrema del precariato: lavoretti virtuali, pagati virtualmente, senza volto né voce.
Dalla partita IVA al caporalato digitale: il filo rosso dei “finti autonomi”
Dietro la varietà di queste esperienze, rider, driver, colf 2.0, micro-lavoratori, c’è un elemento comune: la natura autonoma solo sulla carta del loro lavoro. Molti di questi lavoratori sono in realtà dei “finti autonomi”, ovvero formalmente indipendenti ma sostanzialmente inseriti in un rapporto di dipendenza verso un’azienda o piattaforma. Il fenomeno non è nuovo in Italia: già da anni si denunciava l’abuso delle partite IVA individuali per coprire rapporti di lavoro continuativi senza dover assumere. Le statistiche evidenziano come il nostro Paese sia un’anomalia europea, con oltre il 21% della forza lavoro inquadrato come autonomo, contro una media UE del 14%. Non si tratta solo di professionisti ben avviati: anzi, la quota di autonomi è alta sia tra i lavoratori altamente qualificati sia tra quelli con bassa qualifica. Questo perché dentro il contenitore “autonomi” finiscono anche migliaia di persone che in realtà lavorano come dipendenti mascherati. Le false partite IVA incarnano i difetti peggiori di entrambi i mondi: “da una parte le basse remunerazioni e la mancata autonomia dei lavoratori dipendenti, dall’altra le mancate tutele” proprie del lavoro indipendente. Senza ferie, malattia, contributi pagati, questi lavoratori subiscono le direttive di un datore di lavoro occulto ma non godono di alcuna protezione. In Sicilia esempi se ne trovano in diversi settori: il giovane grafico o web designer assunto da un’agenzia di Catania come freelance a progetto, che però lavora ogni giorno nell’ufficio seguendo orari e compiti assegnati; l’insegnante di lingue a Palermo che dà lezioni in una scuola privata con partita IVA e compenso orario, dovendo però rispettare regole identiche ai colleghi contrattualizzati; persino nel turismo e ristorazione molti lavoratori stagionali vengono inquadrati come “collaboratori” o finte partite IVA per poche settimane, pur svolgendo mansioni da dipendenti. Per il datore di lavoro il vantaggio è duplice: flessibilità massima nel poter interrompere il rapporto in ogni momento e costo inferiore, evitando contributi e tasse. Il prezzo lo paga il lavoratore, in termini di precarietà esistenziale e di contributi pensionistici spesso inesistenti.
La legge in teoria offre strumenti per contrastare questi abusi. Già una decina di anni fa si introdusse la presunzione di subordinazione per alcune collaborazioni continuative: se un lavoratore a partita IVA fattura quasi tutto a un solo committente, lavora presso la sua sede per un periodo prolungato e segue orari predeterminati, scatta la possibilità di riqualificarlo come dipendente. Il cosiddetto Jobs Act del 2015 provò a restringere l’uso dei contratti co.co.pro (collaborazione a progetto) e co.co.co, imponendo che le collaborazioni etero-organizzate, quelle in cui è il committente a organizzare tempi e luogo di lavoro, fossero trattate alla stregua del lavoro subordinato. Tuttavia, proprio le piattaforme digitali furono inizialmente esentate da quella stretta, in attesa di una disciplina specifica. Tale disciplina arrivò con il decreto legge 101/2019, il c.d. “decreto rider”, che ha riconosciuto alcune garanzie minime ai ciclofattorini e lavoratori tramite piattaforma: ad esempio un compenso orario minimo, in base ai Contratti collettivi, per i rider inclusi in contratti di collaborazione continuativa, l’assicurazione obbligatoria INAIL contro gli infortuni, e ha esteso anche a queste forme di lavoro le tutele del decreto trasparenza sulle informazioni dovute al lavoratore riguardo algoritmi e condizioni. Questo impianto normativo, però, lascia ancora molti punti irrisolti. Innanzitutto la grande maggioranza dei gig worker non ha neppure un co.co.co.: come visto, solo l’11% circa ha un contratto da dipendente e poco più del 2-3% un contratto di collaborazione riconosciuto, tutti gli altri operano in modo informale o con ricevute occasionali. Il decreto 2019 ha inoltre incentivato un contratto collettivo “anomalo” firmato da Assodelivery (l’associazione delle piattaforme) con il sindacato UGL, fortemente criticato perché definiva i rider come autonomi offrendo in cambio compensi minimi irrisori. I sindacati confederali e molti rider lo rifiutarono, portando poi ai ricorsi legali già citati.
Sul piano politico, ci sono state proposte di riforma più ambiziose. Nel 2021 una Commissione parlamentare ha elaborato un disegno di legge per fermare lo “sfruttamento digitale” dei lavoratori, introducendo tutele universali per chi lavora su piattaforma e stabilendo criteri per considerarli subordinati salvo prova contraria. Tra le misure previste: obbligo di trasparenza sugli algoritmi e sui dati raccolti, responsabilità solidale delle aziende appaltanti in caso di subappalto, e perfino l’introduzione di un reato specifico per chi costringe un lavoratore ad accettare paghe indegne sotto minaccia di perdita del lavoro. L’allora ministro del Lavoro Andrea Orlando sostenne apertamente questa linea, richiamando anche le iniziative in sede europea. A Bruxelles infatti è in discussione dal 2022 una direttiva europea sul lavoro tramite piattaforma che mira a garantire condizioni di lavoro trasparenti e giuste: uno dei punti chiave è invertire l’onere della prova sulla classificazione del rapporto, presumendo il lavoratore come dipendente se ricorrono determinati criteri, come il controllo tramite algoritmi, limiti di orario imposti, ecc., salvo che la piattaforma dimostri l’autonomia effettiva. Se approvata e recepita, questa direttiva potrebbe cambiare radicalmente il panorama anche in Italia, costringendo aziende del food delivery, ride sharing, ecc. a inquadramenti più chiari. Tuttavia, l’iter ha incontrato resistenze e non è ancora concluso. Nel frattempo, il governo italiano attuale appare meno focalizzato su queste tutele. Il dibattito pubblico, in realtà, si è concentrato più sul salario minimo orario, altra misura che inciderebbe anche sui rider se introdotta. La sensazione è che la normativa corra sempre dietro alle evoluzioni del mercato: mentre si legifera, le piattaforme affinano i loro modelli e trovano nuovi spazi poco regolati (basti pensare al boom del lavoro da remoto post-pandemia, con tante nuove partite IVA in arrivo per consulenze a distanza).
Un futuro da costruire
Le storie di vita e di lavoro precario che emergono da questa inchiesta, dal rider palermitano che pedala sotto il sole cocente, al freelance catanese costretto ad aprire una partita IVA, fino al microlavoratore isolato davanti a uno schermo, disegnano un quadro preoccupante ma anche carico di consapevolezza crescente. In Sicilia, terra da sempre afflitta da cronica mancanza di lavoro stabile, la gig economy ha attecchito con rapidità: inizialmente vista come occasione di guadagno agile in un contesto difficile, col tempo ne sono emerse chiaramente le zone d’ombra fatte di sfruttamento e diritti negati. Oggi questi lavoratori precari non sono più così invisibili. Si organizzano, scioperano, portano i colossi digitali in tribunale e – come abbiamo visto – qualche volta vincono anche battaglie importanti. Il rischio, se nulla cambia, è di istituzionalizzare un dualismo nel mercato del lavoro: da un lato i garantiti con contratto e tutele, dall’altro una massa crescente di “autonomi” senza garanzie, isolati l’uno dall’altro, subalterni a un algoritmo più che a un capo in carne ed ossa.
Ma il finale non è scritto. Le nuove generazioni di lavoratori siciliani conoscono bene i limiti di questo modello e chiedono un cambio di rotta: riconoscimento formale, paga minima oraria, contributi pensionistici, diritto a malattia e ferie, e un freno alla competizione al ribasso innescata dalle piattaforme. La normativa dovrà necessariamente rincorrere l’innovazione del mercato: che si scelga di includere i rider e gli altri gig worker nelle tutele del lavoro dipendente, oppure di creare un terzo status con protezioni ad hoc, l’importante è evitare che la tecnologia diventi un alibi per arretrare di un secolo sui diritti del lavoro. Un segnale incoraggiante viene dalle stesse aule giudiziarie siciliane, dove è passato il principio che i diritti fondamentali (sicurezza, dignità, informazione) valgono anche sotto le mentite spoglie di un “lavoretto”. La sfida ora è portare queste tutele dal tribunale al quotidiano di ogni lavoratore precario. Perché dietro ogni consegna, ogni clic, ogni partita IVA forzata, c’è una persona in carne e ossa che merita di non essere più un numero usa-e-getta in un algoritmo, ma un lavoratore con la propria dignità. E la Sicilia, con la sua tradizione di resilienza e lotta per i diritti, può e deve essere in prima linea nel riscrivere il futuro di questo lavoro 2.0.
Roberto Greco