Continua l’approfondimento de l’altroparlante nel mondo delle dipendenze, in particolare raccontando le storie di uomini e donne che, dopo essere entrati in quel perverso tunnel, hanno aderito al progetto “Ripensarsi” di Amici di San Patrignano
«Sentivo forte il giudizio degli altri, crescevo con l’idea di non valere abbastanza. Mio padre mi metteva spesso a confronto con gli altri, lo faceva per spronarmi, ma in me si è aperto un grande vuoto. Così, da bambino, ho iniziato a cercare in tutti i modi di dimostrare che invece valevo. Ma quel bisogno di approvazione era pesante, troppo. E quando non riuscivo a sentirmi all’altezza, cadevo». È da qui che comincia la storia di D. T., un uomo che ha attraversato il buio della dipendenza. Oggi, dopo un lungo cammino, parla con lucidità e gratitudine della propria rinascita, grazie all’aiuto di Amici di San Patrignano Sicilia.
Guardando indietro, qual è stato il momento che ha fatto scattare in lei la spirale della dipendenza?
«Ho iniziato a 14 anni. Le amicizie sbagliate, la curiosità, il desiderio di appartenere a un gruppo mi hanno portato lì. Con la droga scoprivo di riuscire a essere quello che volevo, o almeno così credevo. Poi, giorno dopo giorno, la sostanza diventa l’unica cosa che conta. Ti ritrovi nel tunnel senza accorgertene».
E la famiglia come ha reagito quando ha scoperto la verità sulla sua dipendenza dalla droga?
«All’inizio non volevano vedere, pensavano che un figlio loro non potesse essere “quel tipo di ragazzo”. Mi punivano, mi chiudevano in casa, ma non affrontavano davvero il problema. Solo più tardi, quando sono finito in clinica per disintossicarmi, hanno capito che non potevano più nascondere la testa sotto la sabbia. Da allora tutto è cambiato».
Oggi com’è il rapporto con suo padre?
«È completamente ricostruito. È un rapporto bellissimo. Mio padre si fida di me, mi considera, mi chiede consiglio. Con mia madre invece è sempre stato tutto l’opposto: lei troppo presente, troppo protettiva. Cercava di evitarmi qualsiasi problema, ma così mi ha reso insicuro, incapace di assumermi responsabilità. Solo oggi comprendo che ognuno dei due, a modo suo, cercava di proteggermi».
C’è stato un momento preciso in cui ha capito che doveva chiedere aiuto?
«Sì. Quando ho capito che stavo morendo. Il mio corpo stava cedendo. Mi svegliavo e stavo male anche quando mi facevo. Non provavo più euforia, solo un’apparente normalità. Ho chiesto aiuto ai miei colleghi, che sono anche amici, e mi hanno accompagnato a fare il primo passo».
Com’è stato il lungo percorso con l’associazione Amici di San Patrignano Sicilia?
«Non è stato facile. Lì non ti accarezzano, prima ti danno la bastonata e poi la carezza. Ti smontano le difese, ti sbattono la realtà in faccia. È un metodo duro ma efficace: ti obbliga a guardarti dentro, a smettere di mentirti».
Quali sono stati i momenti più difficili?
«I primi mesi sono stati un incubo. Mi avevano tolto gli psicofarmaci, non conoscevo nessuno, non avevo libertà. Io lavoravo, avevo una vita, facevo musica… mi sembrava di essere stato spogliato di tutto. Sono andato in depressione, volevo scappare. I miei genitori sono venuti a San Patrignano e mi hanno detto: “Se esci da qui, non tornare a casa”. Quella frase mi ha spezzato, ma è stata anche la svolta. Ho deciso di restare. Dopo un anno ho cominciato ad adattarmi, grazie alle persone che mi sono state accanto. E la sofferenza è diventata la mia forza».
Da quanto tempo non usa più sostanze?
«Dal 2019. Da quando sono entrato a San Patrignano, non ho più toccato nulla. Neanche le sigarette. Ogni tanto, con gli amici, un gin tonic, e basta. Ho sofferto talmente tanto che l’idea stessa di ricadere mi fa paura. Non voglio tornarci mai più».
Com’è stato il ritorno alla vita di tutti i giorni?
«Più difficile di quanto pensassi. Dentro sei protetto, fuori no. Nella vita reale sei solo, hai il libero arbitrio, e quando le cose vanno male la testa ti suggerisce la scorciatoia: “Sai come risolvere, basta una dose”. È dura. Ho visto molti ricadere. Ma io mi tengo stretto quello che ho costruito.»
Oggi lavora in ospedale, in radioterapia. Come si trova a lavoro?
«È un ambiente pesante, ma mi fa bene. Cerco di regalare un sorriso ai pazienti, di alleggerire la loro sofferenza. Mi rivedo in loro, in quella fragilità. Aiutare gli altri aiuta anche me. Mi ricorda che la vita è preziosa, che non va sprecata».
Cosa significa per lei oggi la parola “libertà”?
«Vivere il presente. Non fare troppi progetti, ma godersi ciò che c’è, ora. Ho perso l’adolescenza, ho perso tanti anni. Non voglio perderne più. Oggi mi godo il tempo con i miei genitori, li ho riscoperti, li sento davvero accanto. Prima non c’ero, ora sì. E questa per me è la vera libertà: esserci, pienamente, nella mia vita».
Questa che abbiamo raccontato è una testimonianza che non cerca di nascondere la durezza del percorso. Mostra invece come anche dal buio più profondo sia possibile rivedere la luce. Con coraggio, con dolore e con una nuova consapevolezza: la rinascita è possibile. Ma va costruita ogni giorno, passo dopo passo.
Federica Dolce