In un contesto provinciale abituato a un’informazione superficiale e conformista, Spampinato rifiutava di “inchinarsi ai potenti o sprofondare in una palude di conformismo”
Giovanni Spampinato è stato un giovane cronista siciliano noto per la sua integrità e coraggio professionale che nacque a Ragusa il 6 novembre 1946. Durante gli studi in filosofia all’Università di Catania iniziò a collaborare come giornalista, scrivendo per L’Ora di Palermo e per l’Unità, tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70. Come corrispondente da Ragusa, Spampinato si distinse per uno stile di giornalismo d’inchiesta rigoroso e appassionato. In un contesto provinciale abituato a un’informazione superficiale e conformista, egli rifiutava di “inchinarsi ai potenti o sprofondare in una palude di conformismo”, come ha ricordato il collega Attilio Bolzoni. Al contrario, fu l’unico nella “Ragusa babba”, così chiamata perché ritenuta immune dalla mafia, a scavare sotto la facciata tranquilla della città. Attraverso le sue inchieste condotte tra Ragusa, Catania e Siracusa, Giovanni documentò losche connessioni tra criminalità organizzata locale e gruppi eversivi di estrema destra, all’epoca attivi in Sicilia.
I suoi articoli gettavano luce su traffici illeciti di opere d’arte rubate, armi, droga e sigarette, svelando legami tra mafiosi emergenti e neofascisti latitanti che operavano nella zona. Questo impegno civile nella ricerca della verità divenne la sua missione professionale, svolta con scrupolo, idealismo e una forte etica del dovere informativo. I colleghi del tempo riconoscevano in lui l’eredità del giornale L’Ora, noto per il suo giornalismo di denuncia sotto la direzione di Vittorio Nisticò. Spampinato incarnava quella “tensione ideale” e visione etica del mestiere, trasferendola coraggiosamente nella realtà periferica di Ragusa.
La vicenda e la dinamica dell’omicidio
Nella primavera del 1972, Ragusa fu scossa da un delitto insolito: l’assassinio di Angelo Tumino, facoltoso ingegnere ed ex consigliere comunale del MSI (destra neofascista), nonché commerciante di antiquariato. Tumino fu ucciso a Ragusa il 28 febbraio 1972 in circostanze misterio. Giovanni Spampinato, intuendo la portata di quel caso, iniziò da subito a investigare oltre la cronaca nera superficiale. Scoprì collegamenti inquietanti come i traffici di reperti archeologici rubati, armi e altri affari illeciti che orbitavano intorno a Tumino, coinvolgendo personaggi legati all’estrema destra e forse alla mafia. Le sue cronache indicarono un potenziale sospettato eccellente: Roberto Campria, rampollo trentenne di una delle famiglie più influenti di Ragusa, suo padre Saverio era il presidente del Tribunale cittadino, e conosciuto collezionista d’armi. Questa pista portava simbolicamente “dentro il Palazzo di Giustizia”, ipotizzando complicità insospettabili, e secondo le regole avrebbe imposto di trasferire l’inchiesta Tumino ad altra sede. Ciò però non avvenne: le autorità locali non spostarono le indagini, e anzi Spampinato fu criticato e isolato da alcuni colleghi per aver osato insinuare ombre sui notabili cittadini.
La situazione precipitò la notte del 27 ottobre 1972. Quella sera Roberto Campria invitò Spampinato a un incontro alla periferia di Ragusa, apparentemente per discutere delle “voci infamanti” che lo riguardavano. Giovanni, che aveva appena 25 anni, si recò all’appuntamento a bordo della sua Fiat 500. Alle ore 22 circa, all’interno dell’abitacolo della piccola auto, si consumò la tragedia: Campria estrasse due pistole e fece fuoco a bruciapelo, esplodendo sei colpi di revolver contro il cronista indifeso. Giovanni Spampinato fu ucciso all’istante, colpito a distanza ravvicinata dai proiettili. Subito dopo l’omicidio, Campria si costituì presentandosi presso il carcere di Ragusa e confessò il delitto. Agli inquirenti dichiarò di aver agito in un “impeto d’ira”, esasperato, a suo dire, dalle presunte calunnie e “ingiuste accuse” mosse dal giornalista nei suoi articoli. Questa versione suggeriva un gesto isolato di rabbia personale. Tuttavia, il contesto in cui maturò l’omicidio faceva intravedere motivazioni più complesse: Spampinato era diventato scomodo per ciò che stava scoprendo su una rete di trame eversive nere e traffici criminali annidati nella provincia ragusana. Proprio in quei giorni, il giovane cronista aveva rivelato anche la presenza clandestina a Ragusa di Stefano Delle Chiaie, il famigerato “bombardiere nero” dell’estremismo neofascista ricercato per le stragi del 1969. Erano elementi che legavano la tranquilla città siciliana allo scenario nazionale della strategia della tensione, ed è opinione diffusa che Giovanni abbia pagato con la vita l’aver portato alla luce questi intrecci oscuri. Come titolò L’Ora in un suo numero speciale, fu “assassinato perché cercava la verità”.
L’iter processuale e gli sviluppi giudiziari
L’omicidio di Spampinato destò sconcerto nell’opinione pubblica e generò subito richieste di giustizia. Il caso, visti i coinvolgimenti istituzionali, fu istruito fuori provincia.Il processo di primo grado si svolse presso la Corte d’Assise di Siracusa. Roberto Campria, reo confesso, venne condannato il 7 luglio 1975 alla pena di 21 anni di reclusione. La sentenza riconobbe l’intenzionalità dell’omicidio, ma probabilmente sposò in parte la tesi dell’ira momentanea addotta dall’imputato. In appello, presso la Corte d’Assise d’Appello di Catania, la pena fu significativamente ridotta: il 7 maggio 1977 la condanna scese a 14 anni di carcere. Nel 1978 la Corte di Cassazione confermò definitivamente condanna e durata della detenzione. Di fatto, però, Campria scontò solo una parte della pena: trascorse circa 8 anni internato in manicomio giudiziario a Barcellona Pozzo di Gotto, usufruendo probabilmente del riconoscimento di uno stato di infermità mentale parziale o temporanea. Dopodiché, agli inizi degli anni ’80, tornò in libertà.
Il processo accertò l’autore materiale del delitto ma lasciò inevasi molti interrogativi sui retroscena. Ufficialmente l’omicida sostenne di aver agito da solo e per rancore personale, e nessun complice o mandante occulto venne identificato in sede giudiziaria. Tuttavia, il clima in cui maturò l’omicidio fece pensare a più di qualcuno che Spampinato fosse stato vittima di un “delitto in nome collettivo”. Il giornalista Mario Genco, inviato de L’Ora a Ragusa dopo i fatti, coniò questa espressione per indicare le coperture e solidarietà di cui l’assassino aveva goduto in certi ambienti locali. Significativo fu anche il giudizio espresso all’epoca dal magistrato Tommaso Auletta, incaricato dell’inchiesta Spampinato: egli elogiò implicitamente l’operato di Giovanni, affermando che «se non sono questi i compiti dei giornalisti allora si possono abolire i giornali». Auletta riconobbe dunque il valore civile del lavoro di Spampinato, sottolineando anche le possibili cause profonde dell’omicidio. Secondo il giudice, Giovanni non fu ucciso soltanto per ciò che aveva già scritto sull’omicidio Tumino, ma “per tutto quello che non aveva (ancora) scritto” sui legami tra neofascisti e sui pericolosi traffici in cui erano coinvolti Tumino e lo stesso Campria. In queste parole vi è la chiara consapevolezza che la morte di Spampinato trascendeva la semplice vendetta personale: si inseriva piuttosto nel contesto di trame occulte in cui criminalità mafiosa, eversione nera e settori deviati si intrecciavano, minacciati dalle sue indagini. Emblematica in tal senso l’anomalia che aveva denunciato: la mancata soluzione del caso Tumino, rimasto impunito nonostante indizi pesanti. Soltanto di recente, a distanza di 50 anni, quelle piste sono state rivalutate: nel 2020 la Procura di Ragusa ha riaperto l’inchiesta sull’omicidio di Angelo Tumino, sulla base di nuove informazioni che confermano l’intuizione tracciata da Spampinato già in un suo articolo del 28 aprile 1972. Tracce di sangue e un furto di reperti d’arte emersi dagli atti hanno infatti riportato alla luce la pista alternativa che Giovanni aveva indicato e che all’epoca era stata colpevolmente ignorata. Questa riapertura investigativa postuma è un ulteriore riconoscimento della fondatezza del suo lavoro giornalistico.
Isolato anche nella memoria collettiva
Per molti anni dopo la sua morte, la figura di Giovanni Spampinato non ebbe l’attenzione meritata. A Ragusa, anzi, prevalse a lungo una narrazione distorta: qualcuno lo compatì come un “poveretto” imprudente, altri arrivarono a biasimarlo, insinuando che se l’era cercata provocando la reazione dell’assassino. Non mancò chi dipinse Roberto Campria come una sorta di vittima di un gioco più grande di lui, enfatizzando la “rovina” della sua vita dopo il carcere, quasi più che la tragica morte di Giovanni. Questo ribaltamento dei ruoli, per cui il cronista scomodo diventava il colpevole e l’omicida appariva una vittima delle circostanze, fu favorito anche da certa stampa locale conformista dell’epoca. Come ha scritto il fratello Alberto, a Ragusa “si diceva che (Giovanni, ndr) era un ragazzo di 25 anni che aveva avuto la disgrazia di essere assassinato (…) da un tizio che Giovanni aveva provocato” e immancabilmente ci si chiedeva polemicamente “chi glielo aveva fatto fare?”. In questo clima, Spampinato venne isolato persino nella memoria, e il valore delle sue inchieste sminuito o dimenticato.
Col passare del tempo, però, la verità sul suo conto è emersa con chiarezza e la sua reputazione è stata riabilitata. I colleghi giornalisti più attenti hanno sempre considerato Giovanni per ciò che era: un cronista coraggioso e preparato, ucciso per aver svolto con onore il proprio mestiere. Attilio Bolzoni lo ricorda come “un ragazzo che non ci stava a inchinarsi ai potenti”, sottolineando la sua indomita onestà intellettuale. Franco Nicastro, che conobbe Spampinato e seguì da vicino il caso, ha evidenziato come Giovanni fosse stato messo in condizioni di non nuocere già prima dell’omicidio: isolato e attaccato dai notabili locali perché le sue cronache mettevano in discussione la facciata di perbenismo della città. Nonostante ciò, Spampinato non arretrò di un passo di fronte ai “santuari” del potere e dell’omertà. La sua abnegazione nel cercare la verità colpì anche figure istituzionali: il giudice Auletta lodò la sua opera investigativa come esempio di giornalismo al servizio della collettività. Anche i familiari, in primis il fratello Alberto Spampinato, hanno combattuto per anni perché di Giovanni non restasse un ricordo sbiadito o travisato. Alberto, oggi giornalista anch’egli, ha raccontato il difficile cammino per “scalare le vette dei ricordi” e rompere il silenzio attorno alla vicenda del fratello. In un libro-inchiesta dal titolo significativo C’erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo (2009), Alberto Spampinato ha ripercorso la storia, denunciando i depistaggi, i silenzi e le verità sepolte. Oggi, grazie a queste testimonianze e al lavoro di chi ne ha raccolto l’eredità morale, il ritratto di Giovanni Spampinato appare chiaro: quello di un giovane giornalista tenace, animato da passione civile e senso del dovere, che pagò con la vita la sua fedeltà ai fatti. Le “notizie vere” che scriveva, inizialmente tacciate da taluni di essere mere provocazioni, hanno resistito alla prova del tempo, rivelandosi fondate e importanti. Esse “davano fastidio a personaggi violenti, ad ambienti potenti” e ostacolavano “traffici, disegni eversivi (e) oscuri scambi”: in queste parole dei familiari si può leggere il vero movente del suo omicidio.
Riconoscimenti e memoria civile
A decenni di distanza, la figura di Giovanni Spampinato è divenuta simbolo della libertà di stampa e del giornalismo d’inchiesta in Italia. Molte sono le iniziative, i tributi e i riconoscimenti che ne hanno onorato la memoria. Nel 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito a Giovanni Spampinato un premio speciale alla memoria nell’ambito del prestigioso Premio Saint-Vincent di Giornalismo, riconoscendo in lui il modello di tutti i cronisti caduti vittime di mafia e terrorismo. Questa onorificenza nazionale ha segnato la “riabilitazione” ufficiale dell’immagine di Giovanni, indicando che non era un ingenuo sprovveduto, bensì “un bravo giornalista che faceva il suo lavoro con onore, più professionalità e coraggio di altri”. Nello stesso anno, anche grazie a tale attenzione, la retorica del “povero ragazzo” è stata finalmente abbandonata e si è iniziato a parlare di Spampinato per la sua statura professionale e morale. Già dal 1995 la Sala Stampa del Palazzo della Provincia di Ragusa è stata intitolata a Giovanni Spampinato, a perenne memoria del suo sacrificio. Dopo alcuni anni di chiusura, quella sala stampa è stata riaperta al pubblico nel 2012, rinnovando l’impegno a ricordare il giovane cronista. A Ragusa, sua città natale, è attiva inoltre dal 2010 l’Associazione Culturale “Giovanni Spampinato”, fondata dai familiari e amici, che ha istituito un archivio storico con i suoi documenti, articoli, fotografie e inchieste originali. Tale archivio serve da risorsa per studiosi e cittadini, mantenendo viva la conoscenza del suo lavoro. In Sicilia e in tutta Italia, diversi premi giornalistici e iniziative culturali sono stati dedicati al ricordo di Spampinato. Nel 2007 l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia ha voluto omaggiarlo organizzando eccezionalmente a Ragusa la cerimonia del Premio Mario Francese, altro cronista siciliano ucciso dalla mafia, idealmente accostando le due figure. A Milano, nel 2011, la quinta edizione di un Master in giornalismo investigativo e analisi delle fonti documentarie è stata intitolata a Giovanni Spampinato, a testimonianza dell’esempio formativo che egli rappresenta per le nuove generazioni di cronisti. In ambito internazionale, il nome di Spampinato è stato inciso nel Journalists Memorial del Newseum di Washington, tra quelli dei reporter caduti sul campo in tutto il mondo. Ogni anno, inoltre, l’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa ricordano Giovanni nelle cerimonie ufficiali e in mostre commemorative, come la mostra “Testimoni di verità”, affinché la sua storia resti viva e monito per la difesa della libera informazione. L’eredità di Spampinato vive soprattutto nell’impegno civile per la libertà di stampa. Su impulso di Alberto Spampinato e altri colleghi, nel 2008 è nata l’associazione Ossigeno per l’Informazione, osservatorio sui cronisti minacciati, dedicata proprio a Giovanni e a tutti i giornalisti caduti per aver cercato la verità. Questa organizzazione monitora censure e intimidazioni, proseguendo idealmente la battaglia di Giovanni in difesa di un’informazione libera e coraggiosa. Numerose opere hanno inoltre raccontato la sua vicenda: libri (Il triangolo della morte di Gianni Bonina; Morte a Ragusa di Carlo Ruta; Il giorno che assassinarono mio fratello di Alberto Spampinato, tra gli altri) e documentari (Il rumore delle parole su RAI Storia; Morte di un giornalista su La7) hanno ricostruito la sua storia per il grande pubblico. Nel panorama siciliano, Giovanni Spampinato è ormai riconosciuto come un martire civile: un esempio di integrità professionale ricordato accanto ad altre grandi figure come Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Mario Francese, Pippo Fava Beppe Alfano, Cosimo Di Cristina e Mauro De Mauro, giornalisti che hanno perso la vita contrastando mafie e poteri occulti. Le loro memorie sono incise insieme su lapidi e monumenti, come la targa inaugurata a Palermo nel 2020 dedicata agli otto giornalisti siciliani uccisi dalla mafia.
A oltre mezzo secolo dalla sua morte, Giovanni Spampinato è passato dall’oblio alla piena valorizzazione: non più un nome confinato alle cronache locali, ma un simbolo nazionale della ricerca coraggiosa della verità. La sua storia, inizialmente dimenticata o travisata, oggi viene studiata, celebrata e tenuta viva come monito. Resta il rammarico per ciò che avrebbe potuto ancora raccontare se non fosse stato messo a tacere così presto. Ma resta soprattutto il suo esempio luminoso di integrità: un giovane giornalista libero, caduto per aver svolto fino in fondo il proprio dovere. Come ha affermato il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, si continua a sperare che «quella verità tanto cercata possa giungere quanto prima», riferendosi non solo alla soluzione definitiva del caso Tumino, ma anche alla comprensione completa di tutte le complicità dietro la morte di Giovanni. Nel frattempo, la comunità giornalistica e civile ne onora la memoria affinché il sacrificio di Spampinato non sia stato invano, ma sprone a non arrendersi mai di fronte all’omertà e all’ingiustizia.
Roberto Greco