La rinuncia del campione altoatesino alla terza Davis consecutiva solleva interrogativi sul rapporto tra eccellenza individuale e rappresentanza nazionale
La notizia ha attraversato il mondo del tennis con la velocità di un servizio vincente: Jannik Sinner non vestirà la maglia azzurra nella prossima edizione della Coppa Davis. La motivazione addotta? La necessità di una settimana di riposo in vista degli Australian Open. Una decisione destinata inevitabilmente a polarizzare l’opinione pubblica sportiva, giacché declinare la convocazione in nazionale rappresenta sempre un gesto di portata considerevole.
Occorre premettere con nettezza: il nostro debito di gratitudine verso Sinner rimane immutato. Quanto ha saputo realizzare per la crescita del tennis italiano, la risonanza internazionale che ha conferito al nostro movimento, lo qualificano come atleta d’eccezione, straordinario non soltanto sul piano agonistico ma anche umano. Ciò non preclude tuttavia, proprio in virtù della passione che ci anima, l’espressione di un franco disappunto dinanzi a tale scelta.
Una giustificazione che solleva perplessità
Ciò che desta le maggiori perplessità non è tanto la decisione in quanto tale – pur legittimamente contestabile – quanto piuttosto l’argomentazione utilizzata per sostenerla: “Ho già conquistato due Coppe Davis, posso rinunciare anche alla terza.”
Una motivazione che, a ben vedere, risulta priva di fondamento logico convincente. La saggezza popolare ci ricorda che non c’è due senza tre. Ma soprattutto, quando si è chiamati a rappresentare la propria nazione, il computo dei trofei già acquisiti non può costituire criterio per valutare l’opportunità di rispondere presente.
Gianni Brera, maestro indiscusso del giornalismo sportivo italiano, ebbe a scrivere: “La maglia azzurra non si indossa, si veste come un’armatura.” Sarebbe stato forse più comprensibile ricorrere a una diversa giustificazione, individuare un pretesto più persuasivo. L’argomentazione proposta suona quasi come una confessione implicita: ho già offerto quanto dovuto, ora rivolgo l’attenzione esclusivamente ai miei interessi.
Un precedente che non può essere ignorato
Non si tratta peraltro di un episodio isolato. In precedenza, Sinner aveva già declinato un impegno con la nazionale adducendo motivazioni rimaste poco trasparenti — quel ricevimento al Quirinale rifiutato in prossimità della definizione della vicenda legata al presunto doping, che aveva suscitato non pochi interrogativi negli ambienti tennistici.
Questa impostazione marcatamente individualistica appare comprensibile sotto il profilo umano. Lo abbiamo constatato: Sinner si è prodigato senza risparmio, da Cincinnati a Shanghai, sino al ritiro forzato per cedimento fisico. Il suo organismo ha pagato un tributo elevatissimo. Esiste però anche un prezzo in termini diplomatici e d’immagine che non può essere trascurato.
La risposta delle istituzioni
Non costituisce forse mera coincidenza il fatto che determinate autorità istituzionali abbiano scelto di non presenziare alla finale di Wimbledon. Anche le istituzioni operano delle scelte. E quando si pone la necessità di selezionare tra impegni individuali e rappresentanza nazionale, dovrebbe essere la bandiera italiana a prevalere rispetto alle logiche economiche, alle classifiche ATP, all’accumulo di punti.
Nicola Pietrangeli, figura leggendaria della Davis italiana, ebbe a dichiarare: “Quando scendi in campo per la nazionale, non giochi per te stesso. Giochi per chi ti osserva da casa, per chi ripone fede in quei colori.”
Il riflesso di una trasformazione epocale
Sinner non può essere ritenuto responsabile di aver generato questo paradigma. Rappresenta semmai il simbolo di una mutazione che trascende il tennis, che oltrepassa i confini dello sport. Incarna l’espressione di un mondo che ha eletto l’individualismo a proprio modello dominante, il denaro a divinità contemporanea, l’indifferenza a filosofia esistenziale.
Un mondo che ci ha sottratto, collettivamente, la capacità di sorridere. Basta osservare il contesto che ci circonda: pervasi da una rabbia permanente, da una tensione costante, privi ormai di autentica serenità. Abbiamo sostituito la gioia della condivisione con l’ossessione della performance individuale, il senso di appartenenza con il calcolo utilitaristico del proprio vantaggio personale.
E questo sentimento — sia chiaro — non ha alcuna connotazione nazionalistica. Si tratta piuttosto della nostalgia per quell’attaccamento alla propria bandiera che un tempo faceva vibrare gli stadi e unificava un’intera nazione davanti agli schermi televisivi. È il rimpianto di un’epoca in cui la vittoria collettiva possedeva un valore superiore al trionfo solitario.
La malinconia di fronte al mutare dei tempi
In qualità di appassionato di tennis, non posso dissimulare il rammarico. Assistere alla rinuncia di un campione del calibro di Sinner alla Coppa Davis per “riposarsi una settimana” lascia un’amarezza profonda. Non tanto per la decisione in sé, quanto per ciò che essa simboleggia: il tramonto di un’era in cui la maglia azzurra possedeva un valore superiore a qualsiasi torneo, a qualsiasi posizione in classifica.
Forse si tratta di un’evoluzione inevitabile. Forse questo costituisce il tributo necessario per abitare un’epoca caratterizzata da calendari insostenibili, sponsor onnipresenti, pressioni economiche difficilmente gestibili. Permane tuttavia la tristezza di chi serba memoria di quando lo sport sapeva ancora aggregare, quando i campioni erano innanzitutto portabandiera di valori condivisi.
Pertanto sì, esprimiamo sempre gratitudine a Sinner per quanto ha realizzato e continua a realizzare per il tennis italiano. Ma prendiamo atto che questa scelta rappresenta l’espressione di una trasformazione dei tempi che, purtroppo, non possiamo condividere. Poiché determinati valori, certe tradizioni, meriterebbero di essere preservati anche nell’era del tennis globalizzato.
La Coppa Davis, dopotutto, è stata concepita precisamente con questo intento: rammentare ai campioni – e a tutti noi – che almeno una volta l’anno non si compete per sé stessi.
E che forse, soltanto forse, dovremmo recuperare quel sorriso che abbiamo smarrito lungo il cammino.
Avv. Stefano Giordano