La lezione di Gioele e della sua famiglia

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Gianluca Marletta, 49 anni, e sua moglie Emanuela Santamaria, 48, vivono a Catania con i loro tre figli: Francesco (12 anni), Jacopo (16) e Gioele, 17 anni, che è diversamente abile.
Li abbiamo incontrati per parlare di cosa significa crescere un ragazzo con disabilità, e di come l’amore possa trasformare ogni paura in speranza.

Quando vi hanno detto che vostra moglie aspettava un figlio con la trisomia 21 (sindrome di Down), come avete reagito?

«Quando ci hanno comunicato che nostro figlio Gioele aveva la trisomia 21, non è stato per noi un dramma né un colpo improvviso, ma una sorpresa che si è trasformata subito in grazia. Ricordo che, fin da quel momento, in noi è prevalso un senso profondo di pace, come se il Signore ci avesse detto chiaramente: “Accoglietelo, perché attraverso di lui vi parlerò d’amore”.

Non abbiamo mai pensato che la vita di nostro figlio fosse “meno” di quella di altri bambini; anzi, abbiamo sentito che era una vita piena, affidata a noi come un dono prezioso da custodire.

Certo, la notizia ha cambiato i nostri orizzonti, ma non il nostro desiderio di essere genitori. La paura iniziale ha lasciato subito spazio alla gratitudine: quella di poter accogliere una vita così com’è, nella sua verità e nella sua fragilità, sapendo che ogni vita è voluta, amata e preziosa agli occhi di Dio.

Con il tempo abbiamo capito che Gioele non è venuto a cambiare i nostri piani, ma a compierli: a insegnarci a guardare oltre le apparenze, a riconoscere che la felicità non nasce dalla perfezione, ma dall’amore ricevuto e donato.

Oggi posso dire con convinzione che Gioele è stato, ed è, una benedizione. Attraverso lui abbiamo scoperto la gioia dell’essenziale, la forza della tenerezza, la bellezza della vita in ogni sua forma.

Vorrei che questo messaggio arrivasse a chi, di fronte a una diagnosi prenatale, si sente smarrito o tentato di rinunciare: non abbiate paura. Quella che sembra una difficoltà è spesso il principio di una storia meravigliosa. Nessuna vita, mai, è inutile. Accogliere un figlio, qualunque figlio, è sempre un atto di speranza e di fede nell’amore di Dio».

Com’è stato crescere un ragazzo diversamente abile?

«Crescere un figlio con disabilità significa percorrere una strada più complessa, ma anche immensamente più ricca. Ogni conquista, anche la più piccola, ha il sapore di un miracolo.

Gioele ci ha insegnato a rallentare, a guardare l’essenziale, a riconoscere la bellezza nelle cose semplici. Certo, ci sono momenti difficili — visite, terapie, preoccupazioni — ma c’è anche tanta gioia, tenerezza, ironia, vita vera. Con lui abbiamo imparato che la diversità non è un limite, ma un modo diverso di esprimere la pienezza dell’umanità».

Avete fondato l’associazione “Vita21”. Cosa vi proponete?

«Da questa esperienza è nata ViTA21, un’associazione che vuole essere un segno di speranza. Con il nostro progetto CaSA21 desideriamo creare uno spazio in cui le persone con sindrome di Down — e le loro famiglie — possano sentirsi valorizzate e protagoniste, non oggetti di assistenza ma soggetti di vita.

Promuoviamo la solidarietà, l’incontro, la formazione e una cultura che riconosca il valore unico di ogni persona. Crediamo che ogni vita, anche quella che il mondo considera “imperfetta”, sia preziosa agli occhi di Dio e portatrice di un messaggio d’amore per tutti».

Riccardo Rossi

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