Palermo ricorda don Giacomo Tantardini alla Lumsa

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Un sacerdote capace di parlare al cuore, un uomo nutrito dalla Parola che, seguendo le orme di sant’Agostino e don Luigi Giussani, sapeva comunicare l’essenziale senza perdere di vista chi aveva davanti. Palermo ricorda don Giacomo Tantardini, il presbitero lombardo scomparso nel 2012, con un incontro all’Università Lumsa.

L’occasione è stata la presentazione del libro “È bello lasciarsi andare tra le braccia del Figlio di Dio”, curato da Massimo Borghesi ed edito da LEV, su iniziativa del Centro culturale “Il Sentiero”. Un momento di confronto tra l’autore e i rettori dei seminari di Palermo e Monreale, don Antonio Mancuso e don Francesco Di Maggio, attorno al volume che raccoglie le omelie del sacerdote originario di Lecco, con la prefazione di Papa Francesco.

Moderato dalla giornalista Maria Gabriella Ricotta, l’incontro — patrocinato dall’Arcidiocesi di Palermo, dalle Paoline e dall’Ucsim — ha offerto una riflessione a tutto campo sul ministero di Tantardini, per anni parroco nella basilica di San Lorenzo fuori le mura a Roma.

«Io non ho conosciuto don Giacomo — ha detto don Mancusoma leggendo i suoi scritti si può cogliere la spiritualità concreta di chi ha vissuto la vita, nutrito da una cultura che illumina ma non abbaglia. Cosa può insegnarci questo sacerdote? La passione per la Parola, per l’umano, l’amicizia con autori come sant’Agostino, in una società in cui tanti si credono tuttologi».

Sulla stessa linea don Di Maggio, che ha aggiunto: «Il cristianesimo non è teoria né moralismo, ma avvenimento: incontro con un Dio che è entrato ed entra nella storia. Don Giussani ci educava ad aprire gli occhi; la fede che compie miracoli è un grande dono, ma senza la carità siamo nulla, diceva sant’Agostino».

Le omelie di Tantardini hanno appassionato per anni centinaia di giovani che frequentavano la basilica capitolina. L’ultima, pronunciata tre giorni prima della morte, si concludeva proprio con le parole che danno il titolo al volume.

«Non sapevo che Giacomo avesse degli amici anche a Palermo — ha sottolineato Massimo Borghesima evidentemente ha ben seminato. Le sue omelie sapevano commuovere, essere profonde e tenere come quelle di sant’Agostino: un patrimonio omiletico raro nella Chiesa di oggi, che può essere un dono per tanti. La sua vocazione nasce nella fede semplice della Brianza, cresce in una realtà ambrosiana, ma poi si sposta a Roma per studiare. Sarà lì, negli anni Settanta, che inizierà a dialogare con i giovani».

Una figura capace di affascinare ancora oggi, come fece negli anni del suo servizio nella Capitale, quando annunciava il Vangelo agli universitari, attirandoli come pochi nel periodo della contestazione. Negli anni Ottanta arrivò la collaborazione con don Giussani, poi, sul finire del secondo millennio, la sua “svolta orante”.

«Anche Papa Francesco ci parla dell’eredità di don Giacomo — ha concluso Borghesidefinendolo un uomo-bambino che si è lasciato stupire da Dio e ha saputo far nascere negli altri lo stesso stupore. Un uomo stupito che si è scoperto cercato dal Signore, prima ancora di cercarlo lui stesso».

Roberto Immesi

Roberto Immesi
Roberto Immesi
Giornalista pubblicista, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Presidente dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (Ucsi), sezione di Palermo. Collabora con LiveSicilia.it, Portadiservizio.it e “Radio Spazio Noi”, emittente dell’arcidiocesi di Palermo.

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