La Sicilia è ancora uno degli epicentri italiani della non conformità alla Direttiva 91/271/CEE sul trattamento delle acque reflue urbane. A oltre dieci anni dalla prima condanna della Corte di giustizia (C-565/10, 19 luglio 2012) e sette anni dopo la seconda (C-251/17, 31 maggio 2018), la mappa regionale resta punteggiata da agglomerati con reti fognarie incomplete e impianti di depurazione obsoleti o sottodimensionati. L’Autorità nazionale anticorruzione, in un’indagine del 2025, ha certificato “forti criticità” nelle progettazioni e negli appalti che rallentano l’adeguamento: iter lunghi, varianti ripetute, contenziosi. Un quadro che riguarda l’intero Paese, ma in Sicilia pesa di più per ampiezza del fabbisogno, frammentazione gestionale e ritardi storici.
Sul terreno, però, qualcosa si muove. La Struttura del Commissario straordinario unico per la depurazione indica, tra 2024 e 2025, un’accelerazione: 13 opere concluse e 22 in lavorazione, con interventi simbolo come Agrigento e Palermo, l’attivazione o l’adeguamento di schemi fognario-depurativi in centri medio-piccoli, ad esempio Santa Flavia, e 17 progetti esecutivi già al vaglio del Dipartimento regionale dell’Ambiente. L’obiettivo dichiarato è quello di chiudere il gap sugli agglomerati ancora sotto infrazione e aprire la stagione del riuso della risorsa depurata.
Per spingere davvero i cantieri, Regione e Commissario hanno appena siglato un’intesa che prevede priorità istruttoria e deroghe amministrative, incluse quelle di competenza della Commissione tecnico-specialistica, per sveltire autorizzazioni e conferenze dei servizi. La misura, con validità triennale, punta a ridurre uno dei colli di bottiglia storici, la durata degli iter. Se funzionerà, potrà tradursi in mesi risparmiati fra progetto, gara e apertura lavori.
Il nodo delle risorse esiste ma non è più il principale freno. Tra PNRR (M2C4-Investimento 4.4) e fondi strutturali 2021-2027, la Sicilia dispone di linee di finanziamento dedicate a fognature e depurazione; la Regione, in atti recenti, quantifica fabbisogni e riparti tra settore fognario e depurativo, mentre il Dipartimento Acqua e Rifiuti ha formalizzato una convenzione che affida al Commissario il ruolo di Organismo Intermedio per accelerare l’attuazione del PR FESR. Il vero rischio, oggi, è la capacità di spesa: spendere bene e presto, con progetti cantierabili e filiere tecniche stabili.
L’altra variabile è industriale. Il caso dell’area palermitana è esemplare. AMAP ha messo nero su bianco nel piano industriale l’esigenza di razionalizzare il mosaico degli impianti, dismettendo quelli piccoli e convogliando i reflui su depuratori maggiori e più efficienti. Centralizzazione, telecontrollo, riduzione delle perdite e professionalizzazione del servizio sono prerequisiti per uscire dalla logica dell’emergenza permanente. Dove la gestione è frammentata o precaria, i ritardi si accumulano mentre là dove il gestore è solido e investe, l’adeguamento corre.
Resta, però, una tensione di fondo: la giustizia europea continua a vigilare e comminare sanzioni all’Italia per i ritardi accumulati, con impatti anche reputazionali e finanziari. Sul fronte locale, i cittadini pagano il prezzo in termini ambientali, corsi d’acqua e litorali esposti a scarichi non adeguatamente trattati, ed economici, turismo e filiere blu penalizzati. Da qui la scelta del Commissario di insistere su due leve. La prima è quella della qualità della depurazione e riuso a fini irrigui e industriali, per dare risposta anche all’altra lebva, quella dell’emergenza isolana, la scarsità idrica, con acqua depurata di qualità. “Depurazione e riuso sono la chiave”, ha ribadito il Commissario in primavera. È un cambio di paradigma: dalla conformità formale alla chiusura del ciclo idrico.
Cosa manca per voltare pagina? Tre cose, soprattutto. La prima è la governance. È necessario tabilizzare il perimetro dei gestori d’ambito, evitare oscillazioni normative e commissariamenti a singhiozzo, coordinare meglio progettazione e autorizzazioni. L’intesa Regione-Struttura commissariale va in questa direzione, ma dovrà tradursi in istruttorie rapide e decisioni nette. In seiocndo luogo la capacità tecnica. Tenere insieme qualità dei progetti, tempi di gara, direzioni lavori e controllo di qualità. L’alert ANAC sugli appalti non va archiviato: serve una task force regionale di ingegneria pubblica, contratti più robusti, penali effettive e digitalizzazione end-to-end delle procedure. È poinecessario entrare, in maniera virtuosa nell’economia circolare dell’acqua. Pianificare sin da subito gli usi del refluo depurato, agricoltura, industria, ricarica falde, e i collegamenti necessari: serbatoi, condotte di adduzione, accordi con i consorzi di bonifica e con i distretti produttivi. In una Sicilia assetata, l’acqua “di ritorno” va considerata infrastruttura strategica, non sottoprodotto della depurazione.
Il bilancio, oggi, è in chiaroscuro. I cantieri ci sono e crescono, le risorse non mancano, la cabina di regia si rafforza; ma i ritardi accumulati e la debolezza amministrativa restano il vero avversario. La fotografia più onesta è quella di una transizione in corso: dalla Sicilia delle infrazioni alla Sicilia che tenta di chiuderle, cantiere dopo cantiere, trasformando un adempimento europeo in un’opportunità di resilienza idrica e competitività territoriale. La direzione è quella giusta. La velocità ancora no.
Roberto Greco