La strage dei bambini dell’11 ottobre 2013

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L’11 ottobre 2013 si consumò nel Mediterraneo una delle peggiori tragedie dell’epoca recente, ricordata come la “strage dei bambini”. In quella data un barcone carico di circa 480 profughi siriani, tra cui intere famiglie, affondò al largo di Lampedusa, in acque di competenza maltese, causando la morte di 268 persone, tra cui circa 60 bambini. Questi uomini, donne e piccoli stavano fuggendo dalla guerra civile in Siria ed erano partiti la sera precedente dal porto libico di Zuara, stipati all’inverosimile su un peschereccio fatiscente. Tra loro vi erano anche professionisti siriani, come il medico anestesista Mohanad Jammo, che viaggiava con la moglie e tre figli piccoli: due dei suoi bambini, di sei anni e di appena nove mesi, annegarono quel giorno. Le circostanze drammatiche del naufragio, e soprattutto l’elevato numero di minori tra le vittime, scossero profondamente l’opinione pubblica italiana ed europea, sollevando interrogativi angoscianti su eventuali ritardi e omissioni nei soccorsi.

La cronaca delle ore disperate

Tutto ebbe inizio la notte del 10 ottobre 2013. Mentre a Lampedusa si cercavano ancora i corpi del terribile naufragio avvenuto solo una settimana prima, in cui erano morti 368 migranti il 3 ottobre 2013, un altro barcone salpava dalle coste libiche diretto verso l’Europa. Dopo tre giorni passati in un centro di detenzione a Zuara, circa 450 profughi siriani erano stati caricati su un’imbarcazione di legno dagli scafisti. Quella traversata, però, fu segnata sin dall’inizio dalla violenza: secondo le testimonianze, durante la notte una motovedetta libica inseguì il barcone e lo crivellò di colpi di mitra, forse nel tentativo di rapinare o sequestrare i passeggeri. Diversi migranti a bordo rimasero feriti e lo scafo cominciò a imbarcare acqua attraverso le falle aperte dai proiettili. All’alba dell’11 ottobre, al largo tra la Libia e Lampedusa, la situazione era critica: la barca sovraccarica e danneggiata stava lentamente affondando.

Già intorno alle ore 11 del mattino partirono le prime richieste di aiuto via telefono satellitare. Alle 12:26 una chiamata di emergenza raggiunse il Centro di coordinamento soccorsi marittimi italiano (IMRCC) di Roma. Dall’altro capo del telefono c’era il dottor Jammo, che in inglese comunicò la posizione e le condizioni disperate a bordo: disse che l’imbarcazione stava affondando, che c’erano feriti, pregando per un salvataggio immediato. In quei concitati frangenti, la centrale operativa della Guardia Costiera italiana individuò il punto esatto via GPS Thuraya: il barcone si trovava a circa 61 miglia a sud di Lampedusa, a circa un’ora e mezza di navigazione, a circa 118 miglia da Malta, a oltre tre ore di distanza. Nonostante fosse più vicino al territorio italiano, quella zona rientrava formalmente nell’area SAR, ricerca e soccorso, affidata a Malta.

Le autorità maltesi furono subito informate dal centro italiano. Alle 13:05 Malta assunse il coordinamento delle operazioni di soccorso, confermandolo poi per iscritto alle 14:35. In quel momento, però, nelle vicinanze del barcone in pericolo si trovava anche una nave della Marina Militare italiana, la fregata Libra, impegnata in attività di pattugliamento marittimo. La Libra era a sole 19 miglia dal punto segnalato, a circa mezz’ora di navigazione, secondo le ricostruzioni giornalistiche e processuali. Nonostante ciò, a partire dalle 12:26 e per oltre quattro ore, i migranti a bordo continuarono a lanciare accorati SOS via telefono senza vedere arrivare soccorsi. Da Roma, come testimoniano le registrazioni audio, veniva ripetuto loro di rivolgersi alle autorità maltesi, ribadendo che la competenza era di La Valletta. Nel frattempo Malta, dotata di risorse limitate, inviò solo un aereo ricognitore e tardivamente due motovedette, che però erano troppo lontane per poter intervenire in tempo. Il primo ad avvistare il barcone fu il pilota maltese George Abela, che descrisse la scena allarmante: l’imbarcazione era “sovraffollata e instabile”, con centinaia di persone aggrappate in precario equilibrio.

Le richieste di intervento si fecero sempre più disperate, ma fino a metà pomeriggio le unità italiane rimasero inoperose. La Libra, sotto istruzioni della propria catena di comando, venne tenuta a distanza, ossia “in ombra”, dal barcone: seguiva il bersaglio a debita distanza, evitando di farsi vedere dalle persone in pericolo e persino di trovarsi sul percorso dei soccorritori maltesi. “Non deve farsi vedere altrimenti tornano indietro”, fu l’ordine tassativo registrato in una telefonata del comandante Luca Licciardi della Marina alla nave Libra, intimandole di allontanarsi ulteriormente. In seguito, durante il processo, l’ufficiale italiano proverà a giustificarsi affermando che tale manovra serviva soltanto a «non intralciare» le motovedette maltesi in arrivo. Tuttavia, questa spiegazione non regge di fronte ai fatti emersi: il velivolo maltese cercò più volte di mettersi in contatto radio con la Libra attraverso il canale d’emergenza internazionale, come da protocollo, ma incredibilmente dalla nave italiana nessuno rispose alle chiamate.

Alle 16:22, dopo estenuanti solleciti, Malta inviò un fax ufficiale alle autorità italiane chiedendo di impiegare la nave Libra per i soccorsi. Solo a quel punto dall’Italia partì finalmente l’ordine di muovere la nave militare verso il punto in questione. Ma era ormai tardi: alle 17:05 il peschereccio sovraccarico si rovesciò improvvisamente e centinaia di persone caddero in mare. La Libra ricevette l’ordine di dirigersi “a tutta velocità” verso il luogo del disastro soltanto alle 17:14, quando la tragedia si era già consumata. I soccorritori italiani arrivarono sul posto dopo le unità maltesi e poterono soltanto recuperare superstiti e corpi. Il bilancio fu spaventoso: 268 vite perdute, tra cui 60 bambini. I sopravvissuti, poco più di 200 di cui molti in stato di shock e ipotermia, vennero tratti in salvo dalla Libra e dalle motovedette maltesi. Ad accoglierli, sulle navi, c’erano cumuli di giubbotti di salvataggio vuoti e un silenzio irreale rotto dai pianti. Molti genitori disperati cercavano i propri figli, molti dei quali purtroppo erano annegati in quei minuti terribili. Alcuni superstiti, appena portati in salvo sul ponte, hanno chiesto ai militari perché li avessero lasciati morire, sconvolti dall’aver assistito impotenti ai decessi dei propri cari nonostante ore di appelli rimasti senza risposta. “Non riuscivano a capacitarsi delle oltre cinque ore di rimpallo tra Italia e Malta” riferirà in seguito l’avvocato Alessandra Ballerini, legale di uno dei sopravvissuti, evidenziando l’incredulità e la rabbia di chi si è visto negare un aiuto tempestivo.

Le responsabilità tra rimpalli e omissioni

Fin dalle prime inchieste giornalistiche emerse il forte sospetto che i ritardi nei soccorsi fossero dovuti a una catena di errori, scaricabarile e forse deliberate omissioni. Da un lato, Malta aveva assunto il coordinamento ma non disponeva di mezzi adeguati per un salvataggio di massa a così grande distanza: il suo intervento aereo e navale fu tardivo e insufficiente. Dall’altro lato, l’Italia, pur avendo una nave militare vicina e in grado di intervenire presto, scelse di attendere passivamente, rifugiandosi dietro al cavillo che l’evento ricadeva nella SAR maltese. In pratica, come emerso dalle indagini, per quasi tutto il pomeriggio le autorità italiane hanno trattato l’episodio come un normale “evento di immigrazione clandestina” e non come un’emergenza SAR, nonostante le ripetute segnalazioni di pericolo e la presenza di feriti a bordo. La priorità, secondo quanto rivelato da documenti e intercettazioni, pare fosse evitare di farsi carico dei naufraghi: i comandi militari italiani erano preoccupati che, se la Libra avesse salvato centinaia di profughi, avrebbe poi dovuto trasferirli in Italia, sulla costa più vicina, quella di Lampedusa. Fu questa logica burocratica e disumana del “non intervento” a prevalere per ore, a scapito del dovere di salvare vite umane.

Le inchieste giornalistiche svolte negli anni seguenti hanno documentato queste responsabilità con dovizia di prove. In particolare, una video-inchiesta de L’Espresso realizzata nel 2017 dal reporter Fabrizio Gatti – intitolata “Il naufragio dei bambini” – ha portato alla luce registrazioni audio inedite e comunicazioni intercorse quel giorno tra le varie autorità. Dalle telefonate emerge chiaramente che i comandi italiani risposero alle prime richieste dicendo: “You have to call Maltaossia Dovete chiamare Malta. Inoltre, pur di lasciare l’onere del soccorso ai maltesi, fu ordinato alla Libra di allontanarsi ulteriormente, come dimostrano i messaggi in cui da Roma si disse esplicitamente alla comandante Catia Pellegrino di “non farsi trovare tra i coglioni” all’arrivo dei maltesi. Questo linguaggio crudo, riportato negli atti, testimonia un atteggiamento di grave negligenza: in sostanza si preferì scomparire dalla scena per non “obbligare” Malta a defilarsi, lasciando però i migranti senza nessuno in aiuto. Come ha sintetizzato l’avvocato di parte civile Ballerini, si verificarono “almeno cinque ore di rimpallo tra Italia e Malta, mentre la nave affondava”.

Col passare del tempo, mentre i sopravvissuti reclamavano verità, sono emerse spaccature anche a livello istituzionale. La Guardia Costiera italiana e la Marina hanno sempre sostenuto che “le procedure furono rispettate”, scaricando semmai la colpa su Malta e sul quadro normativo dell’epoca. La Procura di Roma, incaricata dell’indagine, inizialmente sposò questa linea: sottolineò che non vi era dolo e che gli ufficiali seguirono i protocolli vigenti, evidenziando come la zona SAR maltese fosse sproporzionata rispetto ai mezzi di La Valletta. I magistrati romani arrivarono persino a chiedere l’archiviazione del caso, affermando che “la nave Libra, sollecitata da Malta, non sarebbe potuta arrivare prima” e che non vi erano prove certe del nesso causale tra i ritardi e tutti quei decessi. Tuttavia, questa versione difensiva è stata progressivamente smontata dalle evidenze raccolte e, infine, sconfessata in sede giudiziaria. Infatti, pur ammettendo la “condotta pessima” dei maltesi, i giudici italiani hanno stabilito che ciò “non può in alcun modo giustificare le altrettanto gravi, sospette, carenze” dei funzionari italiani. In altre parole, anche l’Italia ebbe responsabilità dirette e determinanti nel mancato salvataggio di quelle 268 persone. Del resto era noto, come osserva la Corte d’Appello, che Malta disponeva di risorse limitate e mostrava spesso “reticenza a soccorrere i migranti”; proprio per questo, fare affidamento su un suo intervento e indugiare nell’attesa è stato “inammissibile” quando in gioco c’erano vite umane.

L’iter processuale e le sentenze

Il lungo percorso per accertare la verità su questa strage è passato dalle aule di tribunale, pur scontrandosi con ritardi e ostacoli. Subito dopo i fatti, alcuni superstiti presentarono esposti alla magistratura: tre di loro, Jammo Mohanad, Wahid Hasan Yousef e Hashash Manal, tutti genitori che nel naufragio persero figli e mogli, depositarono denunce alla Procura di Palermo, mentre il giornalista Fabrizio Gatti fece altrettanto presso i PM di Agrigento. Le indagini iniziarono in Sicilia ma vennero presto trasferite per competenza a Roma, essendo coinvolti ufficiali di stanza nella capitale. Già nel 2014-2015 la Procura di Roma appariva poco propensa a procedere: sono state presentate più richieste di archiviazione, contro cui gli avvocati dei familiari delle vittime si sono opposti strenuamente. Nel maggio 2017 il GIP di Agrigento, ancora competente in quella fase, respinse una prima archiviazione, indicando che le condotte omissive da esaminare non riguardavano i maltesi ma i responsabili italiani. Il fascicolo passò quindi al GIP di Roma Giovanni Giorgianni, il quale a sua volta, il 10 novembre 2017, distinse due fasi nei fatti dell’11 ottobre: una prima fase fino alle 16:22, ossia sino a quando Malta coordinava, e una seconda dopo la richiesta maltese di intervento. Il GIP impose l’imputazione coatta per la seconda fase a carico di due ufficiali: Luca Licciardi, della Marina, all’epoca capo sezione operazioni al Comando in Capo della Squadra Navale – CINCNAV e Leopoldo Manna della Guardia Costiera, all’epoca responsabile della Sala operativa nazionale. Contestualmente, dispose un supplemento d’indagine sulla comandante Catia Pellegrino della Libra, indagata per non aver risposto alle chiamate radio maltesi, sebbene la sua posizione venne poi archiviata. Licciardi e Manna, dunque, furono rinviati a giudizio con l’accusa di rifiuto di atti d’ufficio e omicidio colposo plurimo. È importante sottolineare la portata storica di questo processo: si è trattato dell’unico caso in Italia in cui sul banco degli imputati per morti in mare sedevano funzionari dello Stato e non scafisti, migranti o operatori umanitari.

Il dibattimento vero e proprio è iniziato a luglio 2019 presso il Tribunale di Roma ed è stato lungo e complesso. Sono state raccolte decine di testimonianze tra i superstiti, analizzati tabulati telefonici, registrazioni audio e documenti militari. Non senza difficoltà: molti testimoni nel frattempo vivevano sparsi in vari paesi d’Europa, hanno dovuto superare barriere linguistiche e burocratiche per poter deporre. In aula, la difesa degli ufficiali ha insistito nel dire che Malta era al comando e che, fino al ribaltamento del barcone, la situazione non configurava formalmente un evento SAR. Dunque, a loro dire, non vi sarebbe stato obbligo di intervento italiano immediato. La Procura di Roma, sorprendentemente, ha sposato in pieno questa linea difensiva: nel suo intervento finale il Pubblico Ministero ha chiesto l’assoluzione degli imputati, ribadendo che “non c’era alcun dolo” e che “le procedure furono seguite”. Secondo l’accusa, insomma, non vi era prova di colpe specifiche, anzi, si sottolineava che “la Libra, sollecitata da Malta, non sarebbe potuta arrivare prima” e che mancava un chiaro nesso causale tra eventuali ritardi e il naufragio.

Il 2 dicembre 2022 è arrivata la sentenza di primo grado. In tribunale, dopo quattro ore di camera di consiglio, i giudici hanno rifiutato di assolvere gli imputati, emettendo invece un verdetto di “non doversi procedere” perché nel frattempo “i reati contestati erano caduti in prescrizione. La corte dunque non ha condannato penalmente Manna e Licciardi, essendo trascorsi oltre 7 anni e mezzo dai fatti, il termine di prescrizione per quei reati era maturato, ma ha anche evitato di dichiararli pienamente innocenti, lasciando intendere nelle motivazioni che la loro condotta fu censurabile. Solo leggendo le motivazioni depositate, hanno commentato gli avvocati, si può capire perché il collegio “non abbia voluto assolvere i due imputati, come aveva chiesto la Procura”. Le parti civili hanno espresso soddisfazione parziale: la formula utilizzata dal giudice infatti non esclude affatto la colpevolezza dei due ufficiali, aprendo la strada a possibili azioni risarcitorie in sede civile. “Ora valuteremo le motivazioni e le strade sono due: o l’appello in sede penale o l’avvio dell’azione civile per il risarcimento dei danni”, ha dichiarato l’avvocato Arturo Salerni, legale di alcuni familiari delle vittime.

Le motivazioni della sentenza di primo grado, depositate nei mesi seguenti, sono state di fatto un atto d’accusa verso lo Stato italiano. I giudici di Roma hanno ricostruito in dettaglio la catena di decisioni sbagliate e i ritardi “tragici” che contribuirono al disastro. Hanno evidenziato come i vertici militari italiani si arroccarono in una logica formalistica, attenti solo a “sfere di competenze, gerarchie, procedure” invece di mettere al primo posto “un valore fondamentale, la vita umana”. Un richiamo fortissimo: la tutela della vita in mare, imposta dalla Costituzione e dal diritto internazionale, doveva prevalere su qualunque considerazione burocratica. In sostanza, pur senza poter infliggere pene per via della prescrizione, il tribunale ha certificato che la Guardia Costiera e la Marina Militare italiane ebbero responsabilità oggettive nel naufragio dell’11 ottobre 2013.

A quella pronuncia è seguito il processo d’appello, promosso dagli imputati proprio per ottenere un’assoluzione piena che li discolpasse. Ma anche in secondo grado le cose non sono andate come speravano i due ufficiali. Il 24 giugno 2024 la Corte d’Appello di Roma ha infatti confermato integralmente le conclusioni del primo grado, ribadendo che, sebbene i reati restino estinti per prescrizione, le condotte dei due imputati contribuirono alla strage. Le motivazioni d’appello, rese pubbliche alcuni mesi dopo, sono durissime: censurano la mentalità “amministrativistica” degli imputati e l’aver atteso passi altrui “in una sorta di tentativo di snidare” i maltesi, definendo questo atteggiamento “comprensibile” forse sul piano umano per chi subiva continui SOS, ma assolutamente “inammissibile se giocato sulla vita dei profughi”. Inoltre, la Corte ha giudicato “inaccettabili” i ritardi accumulati anche dopo le 16:22, quando Malta chiese aiuto all’Italia. Ha sottolineato che, se è vero che Malta ebbe una condotta pessima, ciò “non può in alcun modo giustificare le altrettanto gravi () carenze (…) degli operatori italiani”. I giudici d’appello evidenziano che i funzionari italiani erano ben consapevoli sia dell’oggettiva sproporzione tra l’immensa area SAR affidata a Malta e i suoi scarsi mezzi, sia della nota riluttanza maltese a soccorrere i migranti, “questioni che si ripropongono ogni giorno in quel tratto di mare”. Proprio per questo la sentenza invita a farne tesoro come monito per il futuro: le autorità italiane d’ora in avanti non potranno più “nascondersi dietro scelte o indicazioni politiche” quando c’è da salvare vite umane in mare. Dopo questa conferma delle responsabilità in appello, il caso potrebbe approdare in Cassazione (le difese valuteranno se ricorrere per questioni di legittimità)ilmanifesto.it. Parallelamente, i legali dei familiari hanno preannunciato cause civili di risarcimento contro i Ministeri coinvolti, forti di una sentenza che costituisce un precedente morale e giuridico importante.

Testimonianze e memoria delle vittime

A più di dieci anni di distanza, la strage dell’11 ottobre 2013 rimane una ferita aperta, soprattutto per chi è sopravvissuto e per i familiari di chi non ce l’ha fatta. Le testimonianze dei superstiti emerse nei processi e sui media dipingono un quadro straziante di quei momenti. Molti ricordano l’attesa interminabile, il panico crescente a bordo man mano che l’acqua saliva nella stiva dove si erano rifugiati donne e bambini. Alcuni padri hanno raccontato di aver cercato disperatamente di tenere i figli a galla quando la barca si è capovolta, ma di averli persi tra le onde gelide nell’arco di pochi minuti. Il dottor Mohanad Jammo, uno dei superstiti più attivi nel chiedere giustizia, ha descritto la gioia iniziale nel vedere in lontananza l’aereo maltese, segno che qualcuno aveva ricevuto l’SOS, trasformarsi presto in disperazione, quando ci si rese conto che i soccorsi via mare non arrivavano mai. Jammo ha perso due figli piccoli in quella giornata e ha testimoniato in tribunale “la sofferenza di un padre che non si dà pace” di fronte a morti che ritiene si potessero evitare. Altri superstiti, come Wahid Hasan Yousef e Hashash Manal, hanno visto scomparire tra le acque i propri cari, coniuge e figli, e hanno voluto onorare la loro memoria “lottando perché nessun altro debba subire lo stesso strazio”. Queste storie personali, rese pubbliche con grande coraggio, hanno contribuito a tenere viva l’attenzione sul caso anche quando sembrava destinato all’insabbiamento. Nonostante il dolore, i familiari delle vittime hanno partecipato a cerimonie commemorative e incontri pubblici, spesso nel giorno anniversario dell’11 ottobre, per ricordare al mondo il nome e il volto di quei bambini annegati e per chiedere che simili tragedie non si ripetano. Il loro impegno ha un profondo significato civile: come ha dichiarato un’avvocatessa di parte civile, “la ricerca di verità e giustizia in questo caso non riguarda solo il passato, ma può servire a evitare che stragi del genere avvengano di nuovo in futuro”.

Quanto successo l’11 ottobre 2013 resta emblematico, sia per le sue tragiche conseguenze sia per le lezioni che se ne possono trarre. Ha mostrato come l’eccesso di burocrazia, il rimpallo di responsabilità e la mancanza di volontà politica possono tradursi in perdita di vite umane. Ma ha anche generato una reazione: da un lato, l’Italia avviò una missione di salvataggio senza precedenti, Mare Nostrum, dall’altro l’opinione pubblica prese coscienza della crisi umanitaria nel Mediterraneo, spingendo molti a impegnarsi in prima persona attraverso il volontariato e le ONG. Purtroppo, a distanza di anni, le cronache continuano a riportare naufragi di migranti, dalla tragedia del piccolo Alan Kurdi nel 2015, fino al recente disastro di Cutro del febbraio 2023 sulle coste calabresi, segno che la lezione del passato non è stata del tutto appresa. Ecco perché la sentenza sul “naufragio dei bambini” dell’11 ottobre 2013, pur arrivata con enorme ritardo e senza colpevoli effettivamente puniti, ha un valore importante: ribadisce che salvare vite in mare non è solo un imperativo morale ma un preciso dovere giuridico. Le parole scritte dai giudici, che richiamano la centralità del principio di umanità nella nostra Costituzione, suonano come un monito a non anteporre mai più cavilli e confini alla tutela della vita di chi fugge attraverso il mare. In memoria di quei 60 bambini e di tutte le altre vittime, l’auspicio è che simili tragedie non si ripetano e che il Mediterraneo smetta di essere un cimitero a cielo aperto.

Roberto Greco

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