Alla libreria Modusvivendi di Palermo la presentazione del nuovo libro di Savatteri dedicato ad Andrea Camilleri. Tra ricordi, ironia e affetto, il ritratto di un uomo che ha dato voce alla Sicilia e reinventato la lingua del racconto
Ci sono libri che diventano molto più che semplici racconti: diventano un omaggio, un gesto di riconoscenza verso chi ha saputo lasciare un segno profondo nella letteratura e nella memoria collettiva.
Ieri, alla libreria “Modusvivendi” di Palermo, il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri ha presentato il suo libro: “Il contastorie di Vigàta – Andrea Camilleri in parole e immagini”, edito da Rizzoli, dedicato all’amico e maestro Andrea Camilleri. Un libro che non si limita a ricordare, ma restituisce la voce, il calore e l’ironia di uno dei più grandi scrittori italiani. Con Savatteri hanno dialogato: Piergiorgio Di Cara e Paola Visconti, con la moderazione di Elvira Terranova.

La libreria era gremita, il pubblico numeroso e attento. Durante la serata, tra aneddoti e ricordi, è emersa un’immagine tenera e autentica di Camilleri, raccontata con affetto e ironia da Savatteri. Tutti coloro che hanno illustrato il libro hanno concordato su un punto: Andrea Camilleri non è stato soltanto un autore di successo, ma un vero fenomeno culturale. Ha inventato una lingua che non è né italiano né dialetto siciliano, ma un impasto unico di suoni e significati, dove si incontrano il dialetto e l’italiano che parla il ceto borghese siciliano e poi le micro-lingue dell’Agrigentino, di Porto Empedocle e della sua stessa famiglia.
“Il contastorie di Vigàta” nasce proprio dal desiderio di restituire questa ricchezza linguistica e umana, ma anche di ricordare un’amicizia che ha segnato profondamente la vita e il percorso dell’autore.
Prima di entrare nel vivo dell’intervista, vale la pena ricordare chi è Gaetano Savatteri, l’autore del libro: nato a Milano nel 1964 da genitori di Racalmuto, in provincia di Agrigento, dove torna a dodici anni, vive oggi a Roma e lavora al Tg5. Giornalista e scrittore, ha pubblicato saggi e inchieste su Cosa Nostra e numerosi romanzi. Tra i suoi libri più noti: I siciliani (Laterza, 2005), Gli uomini che non si voltano (Sellerio, 2006), La volata di Calò (Sellerio, 2008) e Uno per tutti (Sellerio, 2008). Nella sua scrittura si avverte sempre la presenza della Sicilia, raccontata con amore, ironia e lucidità.
Come e quando è nato “Il contastorie di Vigàta”? C’è una genesi particolare dietro questo progetto?
«Dunque, “Il Cantastorie” è nato in un momento speciale, in vista del centenario della nascita di Andrea Camilleri. È stato un modo affettuoso, direi amichevole, per ripercorrere e celebrare le sue tante vite. Pensa un po’: è stato un poeta, regista teatrale, funzionario alla Rai, e poi, certo, l’amato scrittore e “padre” di Montalbano. Ma anche una voce importante in Italia di impegno civile e morale».
Camilleri e la Sicilia: come ha cercato di raccontare questo legame così forte?
«Il suo legame con la Sicilia è stato, per sua stessa ammissione, un legame a distanza. Lasciò l’isola poco più che ventenne, nel ˈ48, ˈ49, e non vi tornò più a vivere. In quella lontananza, la Sicilia, come succede a molti siciliani, diventò un luogo magico, mitologico, carico di storie, sapori, colori. Credo che il suo merito, rispetto alla pur importantissima letteratura che lo ha preceduto e a cui lui stesso si era legato, sia stato quello di dare alla Sicilia una nuova voce. Ha saputo raccontarla anche con un sorriso, con lo sghignazzo la risata, col sesso, con la passione, con il femminile».
E il vostro rapporto personale? Nel libro parla di amicizia. Che tipo di legame vi univa?
«Credo che le cose che ci legassero di più, al di là delle differenze di età e di esperienza, fossero quelle di un’origine comune, la stessa provincia di Agrigento, e poi tutta una serie di letture… letture comuni, nelle quali Camilleri era un maestro che ti apriva sempre una finestra nuova, perché ti consigliava, ti suggeriva, facendoti venire voglia di leggere e di capire. Aveva una curiosità inesauribile e lui, sicuramente, aveva letto molto più di me».
Ricorda il vostro primo incontro?
«Certo. Fu nel 1997, a Roma, durante la presentazione di un suo libro. Elvira Sellerio mi chiese di presentare questo “giovane autore”. Lui era già in crescita, ma non ancora travolto dal successo nazionale. Fu un incontro speciale. Parlare con lui era come accendere una luce: essendo un grande raccontatore, bastava fargli una domanda e partiva la risposta sempre giusta».
Cosa, nello specifico, vorrebbe che i lettori portassero con sé dopo avere letto il libro?
«Vorrei che capissero che Camilleri non è spuntato come un fungo dal nulla, diventando lo scrittore più bravo d’Italia. Dietro di lui c’è un percorso fatto di studio, fatica, tenacia, anche desiderio di essere pubblicato. E poi incontri straordinari: artisti, attori, intellettuali della storia nazionale ed europea. Da questo si capisce bene che è necessario un grande lavoro dietro e che, da qualsiasi parte d’Italia si provenga, si può arrivare lontano e aspirare anche a una fama nazionale».
Dorotea Rizzo