Il 10 ottobre 1992 il mondo ha celebrato per la prima volta la Giornata Mondiale della Salute Mentale, una ricorrenza ideata per portare alla luce un tema a lungo circondato da stigma e silenzi. Da allora, ogni anno questa giornata offre l’occasione di sensibilizzare l’opinione pubblica sui disturbi mentali, promuovere il benessere psicologico e mobilitare governi e comunità in favore di politiche più inclusive. Come recita uno slogan divenuto celebre, “non c’è salute senza salute mentale”.
Dalle origini nel 1992 a oggi: una mobilitazione globale crescente
La Giornata Mondiale della Salute Mentale è stata celebrata per la prima volta il 10 ottobre 1992, su iniziativa della World Federation for Mental Health (WFMH). L’idea nacque da Richard Hunter, all’epoca vice segretario generale della WFMH, con l’intento di creare una piattaforma globale di sensibilizzazione sui temi della salute mentale, rompendo il muro di pregiudizio e disinformazione che circondava disturbi come depressione, ansia o schizofrenia. Le prime edizioni non avevano un tema specifico, ma erano dedicate in generale a campagne informative e di advocacy rivolte al grande pubblico. Già allora l’obiettivo era duplice: aumentare la consapevolezza sull’impatto delle malattie mentali e combattere lo stigma che spesso impedisce a chi soffre di chiedere aiuto.
Dal 1994 la WFMH decise di assegnare ogni anno un tema particolare alla Giornata, per focalizzare l’attenzione su aspetti specifici della salute mentale. Il primo tema ufficiale, nel 1994, fu dedicato al miglioramento della qualità dei servizi di salute mentale nel mondo. Negli anni successivi i temi hanno spaziato su molteplici fronti, riflettendo le priorità emergenti: dalla salute mentale delle donne (1996) e dei bambini (1997) ai diritti umani (1998), dall’invecchiamento (1999) al rapporto con il lavoro (2000-01), fino a questioni attuali come la prevenzione del suicidio (2019) e il diritto alla salute mentale come diritto umano universale (2023). Ogni edizione annuale ha così fornito un filo conduttore per dibattiti, conferenze ed eventi pubblici organizzati in centinaia di Paesi.
L’iniziativa, promossa dalla WFMH, ha ottenuto nel tempo il sostegno attivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di numerose altre istituzioni internazionali. Ogni 10 ottobre migliaia di organizzazioni, professionisti della salute e cittadini di tutto il mondo partecipano a eventi di sensibilizzazione, spesso inseriti in vere e proprie settimane della salute mentale. Nel 2018, ad esempio, la Giornata fu occasione per il primo Vertice Globale sulla Salute Mentale a Londra, durante il quale il Regno Unito nominò il primo Ministro per la prevenzione del suicidio. Segnali come questo dimostrano come, a trent’anni dalla sua istituzione, la Giornata Mondiale della Salute Mentale sia riuscita in parte a rompere il silenzio sul disagio psichico, portandolo nell’agenda pubblica e stimolando riforme. Eppure le sfide restano enormi, come evidenziano i dati odierni e come sottolineano gli esperti: “trasformare i servizi di salute mentale è una delle sfide più urgenti per la salute pubblica” ha dichiarato il Direttore Generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Il tema del 2025: salute mentale nelle emergenze umanitarie
“Access to Services – Mental Health in Catastrophes and Emergencies” (Accesso ai servizi – Salute mentale nelle catastrofi e nelle emergenze) è il tema scelto dalla WFMH per l’edizione 2025 della Giornata Mondiale della Salute Mentale. Mai come quest’anno il focus risulta drammaticamente attuale: il mondo sta affrontando un susseguirsi di crisi umanitarie – dalle guerre ai disastri naturali, fino alle pandemie – che mettono a dura prova la salute mentale di milioni di persone. Conflitti armati (come quelli che hanno colpito popolazioni in Medio Oriente, in Africa o in Ucraina), eventi climatici estremi, terremoti e altre calamità creano infatti condizioni di stress estremo e trauma nella popolazione colpita. Secondo dati dell’OMS, circa 1 persona su 5 in aree di conflitto soffre di un disturbo mentale, un tasso elevatissimo se comparato alla media generale. Gli effetti psicologici di queste emergenze possono perdurare a lungo: “durante le crisi, quasi tutti sperimentano angoscia e disgregazione sociale… Le conseguenze permangono anche dopo il ritorno della sicurezza fisica, minando la ripresa e la resilienza” avverte l’OMS.
La campagna 2025 punta i riflettori proprio sulla necessità urgente di sostenere il benessere psicosociale delle popolazioni colpite da emergenze. “Questa edizione – spiega la WFMH – sembra quanto mai opportuna dati i tempi che stiamo vivendo”. L’obiettivo è richiamare governi e organizzazioni umanitarie a includere il supporto psicologico e psichiatrico come parte integrante degli aiuti in ogni crisi. Come sottolinea l’OMS, fornire sostegno mentale nelle emergenze “non è solo importante ma salva vite, dà alle persone la forza di affrontare la situazione, lo spazio per guarire e ricostruire, sia come individui che come comunità”. Garantire accesso alle cure anche in contesti difficili diventa quindi fondamentale: significa disporre di psicologi, psichiatri e counselor sul campo, attivare linee di ascolto, creare spazi sicuri per l’elaborazione del trauma. “Investire in interventi basati sulle evidenze e nelle comunità permette di rispondere ai bisogni immediati e favorire la ripresa a lungo termine, dando potere alle persone di ricostruire le proprie vite” ribadisce l’OMS. Non a caso, l’hashtag ufficiale lanciato per diffondere il messaggio è #WorldMentalHealthDay, un invito globale a parlare di salute mentale anche (e soprattutto) “nelle avversità”.
Dal sito OMS emergono alcuni Key messages legati al tema 2025, validi in ogni latitudine. La salute mentale nelle emergenze è cruciale: conflitti, disastri e crisi sanitarie gravano pesantemente sul benessere psicologico; provare paura, ansia o tristezza in tali frangenti è una reazione normale a eventi altamente stressanti. La salute mentale è essenziale per ricostruire le vite: oltre a cibo, acqua e medicine, i sopravvissuti hanno bisogno di supporto psicologico per riuscire a far fronte, riprendersi e ricostruire. Integrare il supporto mentale rafforza la risposta umanitaria: inserire l’assistenza psicosociale tra gli interventi di emergenza non solo salva vite, ma rafforza anche le comunità e i sistemi sanitari per il futuro. Investire in salute mentale è investire nella ripresa: dedicare risorse al supporto psicosociale aiuta famiglie, comunità ed economie a risollevarsi dalle crisi, sviluppare resilienza a lungo termine e guardare al futuro.
La Giornata 2025 vuole affermare che anche nelle situazioni più difficili nessuno deve essere lasciato solo. Come ha scritto il Presidente della WFMH, Tsuyoshi Akiyama, occorre mobilitare la solidarietà umana: di fronte a catastrofi pervasive, “dobbiamo attivare le qualità fondamentali dell’essere umano ossia il supporto, la capacità di cura e di guarigione verso gli altri”. Solo unendo le forze tra governi, ONG e comunità locali si può garantire che i più vulnerabili ricevano il sostegno di cui hanno bisogno anche nelle emergenze, proteggendo così il benessere di tutti.
I messaggi dell’OMS e le campagne ufficiali
L’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene attivamente la Giornata Mondiale della Salute Mentale, mettendo a disposizione il suo network di Ministeri della Salute e associazioni in tutti i continenti. In occasione del 10 ottobre 2025, l’OMS ha diffuso il messaggio chiave che “investire nella salute mentale significa investire nelle persone”, rinnovando l’appello a trasformare la maggiore consapevolezza in azioni concrete. Le campagne ufficiali legate alla Giornata includono la divulgazione di materiali informativi, toolkit per organizzare eventi locali e webinar globali con esperti. Ad esempio, la WFMH ha promosso un webinar internazionale e raccolto sul proprio sito le iniziative svolte nei vari Paesi, per creare una rete di condivisione a livello mondiale.
Un ruolo importante è svolto anche dalle agenzie regionali dell’OMS: nell’area delle Americhe, la Pan American Health Organization (PAHO) ha deciso di sfruttare la Giornata 2025 per porre l’accento sulla salute mentale di bambini e adolescenti, un tema urgente nel continente. Pur aderendo al tema globale sulle emergenze, PAHO ha ricordato che metà delle malattie mentali esordisce entro i 14 anni e che il suicidio è la terza causa di morte fra i giovani 15-29 anni. A livello globale, un adolescente su 7 sperimenta un disturbo mentale diagnosticato. Per questo, l’OMS insiste sulla necessità di interventi precoci: formare insegnanti e pediatri a individuare i segnali di disagio, garantire psicologi scolastici e servizi territoriali dedicati ai più giovani. “Ogni giovane ha diritto all’assistenza per la salute mentale nella propria comunità”, afferma l’OMS, esortando i governi a sviluppare politiche basate sui diritti che rafforzino i servizi di salute mentale di prossimità. Ciò significa potenziare i centri di salute mentale comunitari, integrare l’assistenza psicologica nell’assistenza di base e portarla anche in ambienti extra-sanitari come scuole e centri giovanili. Un approccio del genere non solo rende le cure più accessibili rispetto al vecchio modello del manicomio, ma “ha dimostrato di offrire esiti migliori” per i pazienti.
Il colore simbolo della Giornata Mondiale della Salute Mentale è il verde: in molti Paesi il fiocchetto verde (green ribbon) viene indossato come segno di consapevolezza, analogamente al fiocco rosa per il tumore al seno. Anche nel 2025, la campagna “Accendi il verde sulla salute mentale” lanciata in Italia (di cui diremo oltre) utilizza la metafora della luce verde per “fare luce” su un tema troppo spesso relegato nell’ombra. L’OMS, da parte sua, invita tutti a diffondere sui social l’hashtag #WorldMentalHealthDay e messaggi di sostegno, per creare un’ondata globale di attenzione. A fronte delle tante sfide, si intravede infatti una maggiore mobilitazione collettiva: nel giugno 2025, durante un incontro internazionale a Parigi, 31 Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta affinché la salute mentale “sia priorità in tutte le politiche pubbliche”. Significa inserire la tutela del benessere psichico in ogni decisione – dalla sanità all’istruzione, dall’urbanistica alla giustizia – riconoscendo che solo una risposta trasversale e integrata potrà affrontare efficacemente una crisi che permea ogni aspetto della società.
La salute mentale nel mondo: i numeri di una crisi silenziosa
Parallelamente all’evoluzione nelle campagne di sensibilizzazione, la situazione della salute mentale nel mondo resta critica. I dati globali più recenti delineano quella che è stata definita una “pandemia silenziosa” in continuo aggravamento. Secondo un nuovo rapporto dell’OMS, quasi 1,1 miliardi di persone – circa 1 individuo su 7 nel pianeta – convivono con un disturbo mentale. In altre parole, il 14% della popolazione mondiale è affetta da condizioni come depressione, ansia, disturbo post-traumatico da stress (PTSD) o altre patologie psichiatriche. Depressione e ansia risultano le diagnosi più diffuse a livello globale, seguite dai disturbi bipolari, schizofrenia e disturbi del comportamento. Complessivamente, i disturbi mentali rappresentano oggi una delle principali cause di disabilità nel mondo e pesano per quasi il 15% sul carico globale di malattia (DALYs, Disability-Adjusted Life Years). Colpiscono trasversalmente tutte le fasce d’età e gruppi sociali, ma con maggiore incidenza nelle aree più povere e vulnerabili.
Di seguito alcuni dati chiave forniti dall’OMS: 359 milioni di persone nel mondo vivono con un disturbo d’ansia, di cui 72 milioni sono bambini e adolescenti; 280 milioni soffrono di depressione; per queste persone, il rischio di suicidio è fino a 20 volte superiore rispetto alla popolazione generale; 37 milioni di individui sono affetti da disturbo bipolare e 23 milioni convivono con la schizofrenia.
Questi numeri, già di per sé allarmanti, sono ulteriormente cresciuti negli ultimi anni a causa di fattori come le crisi economiche e sociali, le guerre e gli effetti psicologici del cambiamento climatico. L’emergenza Covid-19 ha poi avuto un impatto enorme: nel primo anno di pandemia la prevalenza globale di ansia e depressione è aumentata di circa il 25%. Molti esperti parlano di “onda lunga” del Covid sulla salute mentale: anche dopo l’attenuarsi dell’emergenza sanitaria, i livelli di disagio psichico restano elevati, alimentati dalle incertezze sul futuro e dai cambiamenti nello stile di vita. Uno studio dell’OMS cita ad esempio il fenomeno del “languishing” (apatia e mancanza di motivazione, a metà tra benessere e depressione) riferito da molte persone durante e dopo i lockdown.
A preoccupare è soprattutto l’incremento dei disturbi tra i giovani. I dati globali indicano che il 50% di tutti i disturbi mentali esordisce prima dei 14 anni e il 75% prima dei 25. In altre parole, l’adolescenza e la prima giovinezza sono una fase critica: esperienze traumatiche o difficoltà psicologiche in questo periodo possono avere ripercussioni per tutta la vita adulta. Su scala mondiale, circa il 14% degli adolescenti (10-19 anni) soffre di un disturbo mentale diagnosticato. Inoltre, il suicidio risulta la terza causa di morte per la fascia 15-29 anni. Questi indicatori spiegano perché l’OMS e altre organizzazioni stiano spingendo per investire in programmi di prevenzione nelle scuole, sostegno alla genitorialità e rafforzamento dei servizi di neuropsichiatria infantile.
Accanto alla diffusione dei disturbi, un enorme problema globale è rappresentato dal divario di accesso alle cure. La maggior parte delle persone con disturbi mentali non riceve alcuna assistenza professionale. L’OMS stima che solo circa un terzo di chi soffre di depressione riceva trattamenti formali, e appena il 29% di chi ha psicosi (es. schizofrenia) ha accesso a cure appropriate. Nei Paesi a basso reddito, le risorse dedicate sono drammaticamente esigue: in media meno del 2% dei fondi sanitari totali è destinato alla salute mentale. Circa due terzi dei Paesi analizzati dall’OMS dispongono di appena 1 psichiatra ogni 200.000 abitanti, quando in Europa la media è 40 ogni 100.000. In alcune aree povere c’è poco più di 1 operatore di salute mentale, di qualsiasi tipo, per 200.000 persone. Non stupisce dunque che in questi contesti nemmeno 1 persona su 10 tra quelle con depressione riceva un trattamento adeguato. Le conseguenze di questa carenza di cure sono drammatiche: oltre 700.000 suicidi si registrano ogni anno nel mondo (dato 2021), pari a un tasso di 8,9 ogni 100.000 abitanti. Più del 70% dei suicidi si verifica nei Paesi a basso e medio reddito. Su scala globale, il suicidio rappresenta circa 1 decesso ogni 100 e per ogni suicidio compiuto si stima vi siano oltre 20 tentativi non fatali. Dietro queste cifre ci sono vite spesso non raggiunte dai servizi di aiuto.
Lo stigma e la discriminazione costituiscono un ulteriore ostacolo universale. In molti Paesi permangono reticenze culturali per cui i disturbi mentali sono visti come “debolezze caratteriali” o tabù di cui vergognarsi. Questa percezione negativa non fa che aggravare il ritardo con cui ci si rivolge alle cure, alimentando un circolo vizioso. Gli esperti sottolineano che combattere lo stigma è una priorità: “ancora oggi in Italia 8 cittadini su 10 considerano i disordini mentali una forma di debolezza, ed è assurdo”, afferma ad esempio Alberto Siracusano, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e coordinatore del Tavolo tecnico sulla salute mentale del Ministero. Per Siracusano la chiave per invertire la rotta sta nella cultura: “se non c’è cultura (sul tema) non si può fare prevenzione”. Su scala globale, l’OMS stima che lo scarso supporto per ansia e depressione costi all’economia mondiale circa 1.000 miliardi di dollari l’anno in termini di perdita di produttività. Investire in salute mentale non è dunque solo una questione etica, ma anche economica.
Di fronte a questa situazione, le strategie internazionali invocano un cambio di passo. Otto Paesi su dieci dichiarano di avere un piano nazionale per la salute mentale, ma soltanto la metà finanzia davvero le azioni previste. L’OMS ha varato dal 2021 un Comprehensive Mental Health Action Plan 2013-2030 aggiornato e insiste sul concetto di “salute mentale per tutti” come bene pubblico globale. Ciò significa puntare su interventi preventivi a largo raggio (nelle comunità, nelle scuole, nei luoghi di lavoro) e sul potenziamento dell’assistenza territoriale integrata. In una prospettiva di diritti umani, viene chiesto ai governi di superare definitivamente il vecchio modello centrato sull’ospedale psichiatrico, orientando i fondi verso servizi di comunità e inclusione sociale. Come ribadito dall’OMS, bisogna abbracciare una visione che includa “prevenzione, educazione, accesso facilitato alle cure psicologiche e reinserimento socio-lavorativo dei pazienti”. Queste azioni – sottolinea l’Organizzazione – non sono solo misure sanitarie, ma questioni di diritti umani e giustizia sociale.
La salute mentale in Italia: progressi, dati recenti e criticità
Anche in Italia la salute mentale è ormai riconosciuta come una priorità di sanità pubblica, ma non senza problemi e ritardi da colmare. L’Italia vanta una storia pionieristica in questo campo: già nel 1978, con la Legge Basaglia, è stato abolito il sistema dei manicomi e si è impostato un modello basato su servizi territoriali e diritti dei pazienti. Questa eredità ha spostato l’assistenza fuori dalle mura istituzionali, creando Dipartimenti di Salute Mentale in ogni ASL e promuovendo interventi comunitari (centri diurni, comunità terapeutiche, ecc.) al posto dell’ospedalizzazione cronica. Tuttavia, oggi i numeri mostrano che la domanda di salute mentale cresce più velocemente dell’offerta: negli ultimi anni si è osservato un aumento dei disturbi psicologici nella popolazione, non sempre accompagnato da un adeguato potenziamento dei servizi.
Secondo l’ultimo Rapporto Salute Mentale pubblicato dal Ministero della Salute, oltre 16 milioni di italiani hanno riferito nel corso di un anno disturbi psicologici di grado medio o grave. Si tratta di una quota significativa (circa un italiano su quattro) ed è aumentata del 6% rispetto all’anno precedente, il 2022. In parallelo, è cresciuto il ricorso ai servizi di salute mentale, ma permane un gap tra chi avrebbe bisogno di aiuto e chi effettivamente lo riceve. Le carenze di personale (psichiatri, psicologi, assistenti sociali, educatori) e i finanziamenti disomogenei tra Regioni fanno sì che in alcune zone l’offerta sia insufficiente, lasciando scoperte fasce fragili della popolazione – in particolare i giovani e gli anziani. Basti pensare che la spesa pubblica per la salute mentale in Italia è attorno al 3,5% della spesa sanitaria totale (dato 2021), un valore modesto e inferiore a quello di molti altri Paesi europei.
Un indicatore delle difficoltà è stata l’esperienza del cosiddetto Bonus Psicologo: un contributo economico statale introdotto dal 2022 per sostenere le sedute di psicoterapia. L’iniziativa ha avuto un altissimo numero di richieste (oltre 400.000 domande nel 2024), segno di un bisogno diffuso, ma i fondi limitati hanno permesso di soddisfarne meno dell’1%. Ciò significa che migliaia di persone, pur riconoscendo di avere bisogno di aiuto, non hanno poi potuto accedere al sostegno economico né, presumibilmente, alla terapia. È un campanello d’allarme sulla necessità di stanziare risorse ben più consistenti per garantire accesso equo alle cure psicologiche.
Il disagio mentale tra i giovani italiani è un tema particolarmente urgente. Studi recenti dipingono un quadro preoccupante: oltre un giovane su tre sotto i 25 anni manifesta sintomi di ansia o depressione. L’isolamento forzato durante la pandemia, la dipendenza dai social media, la pressione scolastica e le incertezze economiche hanno contribuito a far salire i livelli di stress psicologico nelle nuove generazioni. Disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia sono in aumento, con un’età d’esordio che si è abbassata a 11-12 anni. Il fenomeno degli hikikomori (ragazzi che si ritirano dalla vita sociale) e l’aumento di comportamenti autolesivi ne sono esempi. L’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato nel periodo post-pandemico un incremento del 30% degli accessi al pronto soccorso per episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio tra i giovani. Purtroppo, casi estremi di cronaca lo confermano: di recente ha destato scalpore il suicidio di una studentessa 17enne in provincia di Latina dopo una bocciatura scolastica, segno di un malessere profondo alimentato dall’ansia da prestazione e dalla mancanza di supporto adeguato. Gli esperti avvertono che tragedie simili non sono fulmini a ciel sereno ma esiti spesso evitabili, se solo la rete famiglia-scuola-servizi riuscisse a intercettare per tempo il disagio e a prendersene carico.
Le istituzioni italiane hanno iniziato a muoversi per fronteggiare quella che viene definita una “emergenza silenziosa”. Il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha più volte sottolineato la necessità di un “cambiamento culturale” e di un intervento coordinato: “Il focus di questa giornata (di studi) ci porta a riflettere sull’aumento del disagio psichico tra gli adolescenti e quindi sul futuro della nostra nazione” ha dichiarato Schillaci in un recente convegno al Ministero. Nel 2025 è stato istituito un fondo per garantire la presenza di psicologi stabili nelle scuole, accompagnato da un disegno di legge per introdurre ufficialmente la figura dello psicologo scolastico su tutto il territorio nazionale. “Abbiamo stanziato 10 milioni di euro per l’anno in corso e oltre 18 milioni a decorrere dal prossimo anno per dimostrare concretamente che abbiamo a cuore la salute mentale dei nostri giovani”, ha affermato il Ministro. L’idea è offrire nelle scuole un punto di ascolto e supporto, riconoscendo che proprio lì, insieme alla famiglia, si manifestano spesso i primi segnali di malessere e si possono attuare interventi precoci. Parallelamente, il Ministero ha coordinato l’elaborazione del Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, presentato dallo stesso Schillaci nei mesi scorsi. Il Piano si pone obiettivi ambiziosi: potenziare i Dipartimenti di Salute Mentale con più risorse e personale, rafforzare i Centri di Salute Mentale (ambulatori territoriali) garantendone l’apertura 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, sviluppare reti di crisi per evitare che le persone in fase acuta finiscano per forza in ospedale, e in generale ridurre i ricoveri prolungati puntando su interventi di comunità. Si parla anche di percorsi per facilitare il reinserimento lavorativo delle persone con disagio psichico e di programmi di prevenzione specifici, per es. nelle perinatalità, dato che il 15-20% delle neomamme soffre di depressione post-partum. Gli addetti ai lavori accolgono positivamente il Piano, pur notando l’assenza di un cronoprogramma dettagliato e di priorità chiare. Molto dipenderà dunque dalla volontà politica di finanziarlo adeguatamente.
Un segnale incoraggiante viene dall’ampia unità d’intenti mostrata sul tema: recentemente è stato costituito in Parlamento un Intergruppo denominato “One Mental Health”, con rappresentanti di diversi schieramenti uniti per promuovere iniziative legislative comuni. “Per comprendere il fenomeno – si legge nel manifesto dell’Intergruppo – occorre partire dai numeri. I disturbi mentali colpiscono 16 milioni di persone in Italia… Serve un impegno unanime per superare l’emergenza”. Anche dal mondo scientifico e associativo arriva una pressione costante. Società scientifiche come la SINPSI (psichiatria) e la SINPIA (neuropsichiatria infantile) collaborano con il Ministero per tradurre le linee di intervento in azioni concrete sul territorio. La presidente della SINPIA, prof.ssa Elisa Fazzi, ha lanciato un appello a “intervenire il prima possibile, già in età evolutiva (anche 3-5 anni) quando compaiono i primi campanelli d’allarme”, sottolineando l’importanza della continuità di cura nel passaggio dai servizi pediatrici a quelli per adulti. Sono in crescita anche le realtà del terzo settore impegnate su questi fronti, come vedremo nel paragrafo seguente.
In Italia, la Giornata 2025 è accompagnata da numerose iniziative di sensibilizzazione su scala nazionale e locale. L’organizzazione non profit Progetto Itaca, ad esempio, ha lanciato la campagna “Accendere la luce sulla Salute Mentale”, che prevede l’illuminazione in verde di monumenti e palazzi istituzionali in 17 città italiane (da Milano a Palermo) la sera del 9 ottobre e per tutta la giornata del 10. Fra i monumenti “vestiti” di luce verde troviamo, ad esempio, la Mole Antonelliana a Torino, la UniCredit Tower a Milano, il Palazzo del Podestà a Bologna, la Fontana di Piazza Moro a Bari, il Castello Normanno-Svevo a Lamezia Terme e molti altri. Il colore verde, simbolo internazionale della salute mentale, vuole rappresentare una luce di speranza e invitare i cittadini a prendere coscienza di un tema cruciale e attualissimo. Contestualmente, Progetto Itaca promuove l’undicesima edizione di “Tutti Matti per il Riso”, un’iniziativa di raccolta fondi in cui volontari distribuiscono confezioni di riso nelle piazze italiane per finanziare programmi di supporto e riabilitazione per persone con disturbi mentali. “Da oltre venticinque anni Progetto Itaca è in prima linea per generare consapevolezza e fare prevenzione… Oggi più che mai, in una società in cui la pandemia ha aumentato significativamente il disagio psichico, rinnoviamo il nostro impegno affinché nessuno debba affrontare le difficoltà da solo”, ha dichiarato Felicia Giagnotti, Presidente di Fondazione Progetto Itaca. “Grazie alla sinergia con le Istituzioni sul territorio, accendiamo una luce simbolica di speranza, convinti che abbattere stigma e pregiudizio, attraverso informazione e sensibilizzazione, sia fondamentale per creare comunità più consapevoli, inclusive e solidali”. Le sue parole riecheggiano il messaggio di fondo della Giornata: fare rete per rompere l’isolamento e costruire una società che non lasci indietro chi soffre.
Oltre a Progetto Itaca, molte altre realtà italiane organizzano eventi in occasione del 10 ottobre. Diverse ASL e Dipartimenti di Salute Mentale promuovono open day o convegni aperti alla cittadinanza, offrendo colloqui psicologici gratuiti, distribuzione di materiali informativi e conferenze sul territorio. Ad esempio, l’AUSL di Bologna, insieme al Comune e all’Università, ha organizzato tavoli di discussione sul tema della recovery e del benessere post-pandemico. In Veneto, l’ULSS2 ha coordinato incontri e seminari per famiglie e studenti, ricordando l’importanza di un accesso equo alle cure anche in situazioni di emergenza. Il mondo della scuola è sempre più coinvolto: in molti istituti si tengono incontri con psicologi per parlare di gestione dello stress, bullismo, dipendenze digitali e altri temi che toccano da vicino i ragazzi. Anche la Chiesa fa la sua parte: alcune diocesi, come quella di Alba, hanno diffuso messaggi in occasione della Giornata per sensibilizzare sulla salute mentale come parte integrante del benessere delle comunità.
Sul piano internazionale, la ricorrenza del 10 ottobre vede mobilitati governi, organizzazioni sanitarie e ONG in ogni continente. L’OMS stessa, come accennato, organizza webinar globali e campagne mediatiche. Le Nazioni Unite dedicano alla Giornata pagine sul proprio sito, evidenziando il legame con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (in particolare l’SDG3 sulla salute e benessere) e fornendo dati per i media. Numerose organizzazioni non governative – dalla Mental Health Foundation nel Regno Unito alla National Alliance on Mental Illness negli USA – sfruttano la ricorrenza per lanciare iniziative pubbliche, petizioni e raccolte fondi. Per il 2025, ad esempio, la World Federation for Mental Health ha incoraggiato le persone di tutto il mondo a condividere sui social una propria “ricetta per la resilienza”, ovvero strategie personali per mantenere il benessere mentale durante tempi difficili, creando così un mosaico globale di esperienze positive.
Un aspetto significativo è la partecipazione delle persone con esperienza diretta di disturbi mentali (experts by experience): sempre più spesso, in occasione di eventi pubblici, vengono portate testimonianze di chi è riuscito a convivere o guarire dal disagio psichico. Questo contribuisce a normalizzare il dialogo sulla salute mentale e a ridurre il pregiudizio. Non mancano infine manifestazioni simboliche: ad esempio, in molte città del mondo si organizzano camminate per la salute mentale (mental health walks), raduni in cui i partecipanti indossano il colore verde per richiamare l’attenzione. Tali eventi, oltre a sensibilizzare, trasmettono un messaggio di solidarietà: la salute mentale riguarda tutti noi, e tutti possiamo dare un contributo, fosse anche solo con l’ascolto e la comprensione verso chi sta attraversando un momento buio.
Dal 1992 al futuro, investire sulle menti per investire sulle persone
In tre decenni, la Giornata Mondiale della Salute Mentale ha percorso un lungo cammino: da iniziativa quasi pionieristica di un ristretto gruppo di attivisti, è divenuta oggi un appuntamento fisso nell’agenda globale, riconosciuto da governi e organizzazioni internazionali. Ha contribuito a rompere molti silenzi, portando all’attenzione pubblica realtà un tempo taciute – la depressione post-partum, il trauma dei rifugiati, il suicidio giovanile, il burnout lavorativo, per citarne alcune. Ha stimolato riforme legislative, come le strategie nazionali di prevenzione del suicidio lanciate in vari Paesi, e ha promosso una rete crescente di solidarietà, attraverso migliaia di eventi comunitari ogni anno.
Eppure, come i dati impietosamente ci ricordano, tanta strada resta ancora da fare. Le sfide attuali, dalle emergenze umanitarie al post-pandemia, ci impongono di non abbassare la guardia. Milioni di persone nel mondo continuano a soffrire in silenzio, senza accesso a cure né voce per chiedere aiuto. Le disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri, ma anche all’interno della nostra società, fanno sì che il diritto alla salute mentale sia ancora un traguardo lontano dall’essere universale. In Italia, nonostante una tradizione all’avanguardia, vediamo riemergere l’urgenza di investire risorse e progettualità in questo settore, specie per proteggere le nuove generazioni e i più fragili.
Ci sono però anche segnali incoraggianti: una consapevolezza crescente dell’opinione pubblica, la volontà politica manifestata in nuovi piani d’azione, l’impegno di tante associazioni e comunità locali. La Giornata Mondiale della Salute Mentale 2025, con il suo messaggio focalizzato sull’accesso alle cure nelle situazioni di crisi, ci ricorda che ogni ambito della società deve fare la sua parte per promuovere il benessere psicologico. Dalle scuole agli ambienti di lavoro, dalle città ai luoghi colpiti da conflitti, creare contesti di supporto e inclusione è una responsabilità condivisa. Come recita un appello dell’OMS, “trasformare i servizi di salute mentale non è più una scelta, ma un dovere” di fronte alla sofferenza diffusa.
In definitiva, investire in salute mentale significa investire sulle persone, sul capitale umano di una società. Vuol dire permettere a chi oggi è nell’ombra di ritrovare la luce verde della speranza. Vuol dire riconoscere che non esiste benessere collettivo senza attenzione alla psiche individuale. Se c’è una lezione che questi 30 anni di Giornata Mondiale ci hanno lasciato, è che parlare di salute mentale salva vite: continuare a farlo, con sempre maggior impegno, è il modo migliore per onorare questa ricorrenza e guardare al futuro con comunità più consapevoli, empatiche e resilienti.
Roberto Greco