Claudio Domino, innocenza spezzata nella Palermo della mafia

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 7 minutes

Negli anni Ottanta Palermo era al centro dello scontro fra Stato e mafia: dopo il Maxiprocesso del 1986 centinaia di boss furono rinchiusi nell’aula bunker dell’Ucciardone, ma la risposta di Cosa Nostra fu brutale e imprevedibile. Fino a quel momento circolava il falso mito secondo cui “la mafia non tocca donne e bambini”; l’omicidio del piccolo Claudio Domino dimostrò invece drammaticamente il contrario. Nel racconto degli eventi del Maxi‐processo, parole come quelle di Giovanni Bontate, che disse “noi condanniamo questo barbaro delitto… siamo uomini, abbiamo figli, comprendiamo il dolore della famiglia Domino”, fecero rabbrividire gli ascoltatori proprio perché lasciavano intravedere l’orrenda verità: non c’era onore nella vendetta mafiosa. In questo clima di emergenza, al tempo stesso storico e giudiziario, si consumò la tragica fine di un bambino palermitano che aveva appena 11 anni.

Chi era Claudio Domino

Claudio Domino era un bambino palermitano di soli 11 anni, era nato l’8 gennaio 1975, che viveva nel rione San Lorenzo. Il padre, Antonio “Ninni” Domino, era titolare di un’impresa di pulizie che aveva vinto l’appalto per le pulizie interne dell’aula bunker dove si svolgeva il Maxiprocesso. La madre, Graziella Accetta, gestiva una piccola cartoleria in zona. I familiari, che avevano altri figli, godevano di buona reputazione. Il piccolo Claudio trascorreva le giornate tra scuola e partita di calcio con gli amici. Quella sera del 7 ottobre 1986, mentre rientrava a casa dopo una partita di pallone, scattò la tragedia.

Dinamica dell’omicidio

Il 7 ottobre 1986, intorno alle 21:00, un uomo a bordo di una grossa moto, probabilmente una Kawasaki, avvicinò Claudio in via Giovanni Fattori, mentre giocava con un amico. Con il casco integrale calato fin quasi sul volto, il killer lo chiamò per nome e, quando il bambino si voltò verso di lui, gli sparò un colpo di pistola al volto. Il proiettile calibro 7,65 lo colpì all’occhio destro, uccidendolo sul colpo. Nessun altro testimone vide il gesto. Soltanto il compagno di gioco si accorse che Claudio era caduto a terra dopo lo sparo. I medici del pronto soccorso ne constatarono la morte poco dopo l’arrivo in ospedale. I quotidiani parlarono subito di una “esecuzione a bruciapelo” sul piccolo innocente, rendendo il fatto in tutta la sua ferocia. Per la mafia sparare a un bimbo “nel segno dell’occhio” significava, nel linguaggio dei boss, che la vittima “aveva visto qualcosa che non doveva vedere”.

Ipotesi investigative e possibili motivi del delitto

Le indagini sull’omicidio di Claudio Domino iniziarono immediatamente, ma sin da subito emersero più teorie divergenti sulle cause dell’agguato. Fra le ipotesi principali si possono elencare quella del traffico di droga, la pista più accreditata anche alla luce anche delle dichiarazioni di pentiti successivamente, che ipotizzava che Claudio fosse stato testimone involontario di un traffico di eroina in un magazzino vicino alla sua abitazione. Secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Cancemi, Riina incaricò i capi mafia di ogni mandamento di “svolgere indagini” su quel delitto, basandosi sul fatto che il bambino aveva visto dosi di eroina confezionate. La sera del 20 dicembre 1986 il barista Salvatore Graffagnino, che gestiva il bar di fronte all’agguato, fu rapito e torturato fino a quando, sotto interrogatorio, confessò di essere il mandante. Raccontò anche il nome dell’esecutore materiale, un tossicodipendente che poi fu eliminato con un’overdose di eroina. Nonostante queste rivelazioni, mancarono prove formali che potessero collegare in modo univoco Graffagnino o altri al fatto. La pista della droga restò comunque la più concreta inizialmente approfondita. Si indagò anche su una possibile vendetta di Cosa Nostra. Da subito venne escluso, o quantomeno smentito da alcuni boss, il coinvolgimento diretto della mafia anche a seguito delle dichiarazioni poubbliche di Giovanni Bontate, fratello del boss Stefano. Quel rifiuto collettivo fu interpretato come una chiara ammissione indiretta dell’esistenza dell’associazione mafiosa. Tuttavia, per molti il bersaglio reale non era Claudio ma suo padre che aveva presentato un’offerta per il servizio di pulizie del bunker del Maxiprocesso. Alcuni pentiti hanno sostenuto che boss come Totò Riina temevano possibili pressioni o intrusioni da parte della famiglia. Tuttavia anche questa pista non portò mai a risultati processuali definitivi. Fu analizzata, in seguito, la pista relativa agli intrighi occulti e allo Stato deviato, ipotesi molto dibattuta negli anni è quella di “servitori infedeli dello Stato”. Il collaboratore Giovanni Ilardo dichiarò che l’omicidio era stato compiuto da agenti dei servizi segreti e poi attribuito a Cosa Nostra. Affermò di avere saputo che l’uomo armato avesse “la faccia di un mostro”, uno “che girava per Palermo in incognito”. In effetti, un ex poliziotto di nome Giovanni Aiello, soprannominato “faccia da mostro”, venne indicato come sospettato sia da Ilardo che da altri pentiti, prima di morire nel 2017. Pur suggestive, queste rivelazioni non fornirono elementi certi. Anche altri ex boss che collaborarono, come Antonino Lo Giudice, misero in dubbio la credibilità degli informatori sulla vicenda. Si esplorarono, infine, alcune piste alternative. Varie congetture minori sono state avanzate, compresa quella attribuita dal pentito Gaspare Mutolo rispetto a presunti contrasti familiari. Nel 2023 Mutolo dichiarò in tv di scagionare i boss mafiosi dall’omicidio, insinuando che il vero motivo fosse una presunta relazione tra la madre di Claudio e il barista Graffagnino. Queste affermazioni furono subito respinte dalla signora Accetta che denunciò di essere stata “vilipesa… accusata, giudicata e condannata senza essere ascoltata” e ribadì la sua ricerca di “verità” fino in fondo. Nessuna pista ha portato a un colpevole accertato. A tutt’oggi possiamo affermare che la verità sull’omicidio di Claudio Domino non è mai stata appurata e il caso è rimasto uno dei delitti più atroci e ancora oggi insoluti di Palermo.

L’iter processuale mancato

Di fatto non è mai stato celebrato alcun processo specifico per l’uccisione di Claudio Domino. Il fascicolo originario della Procura di Palermo non ha mai individuato mandanti o sicari; dopo le prime indagini il caso era stato archiviato. Nel frattempo, la vendetta mafiosa si è abbattuta sullo stesso presunto “mandante” Graffagnino che fu ucciso il 5 dicembre 1986 e, nel 1991, morirono anche suo figlio Giuseppe e il nipote Gabriele. Nel 1997 Giovan Battista Ferrante e altri boss di San Lorenzo furono condannati per l’omicidio di Graffagnino, in base all’accusa che l’avevano fatto uccidere come responsabile dell’assassinio di Claudio. I giudici scrissero esplicitamente che “lo scomparso (Graffagnino, ndr) era ritenuto responsabile non solo dal padre di Claudio e dagli inquirenti, ma anche da Cosa Nostra responsabile dell’uccisione di Claudio Domino”. Tuttavia, anche in quel giudizio, il caso Domino non fu approfondito ma venne semplicemente indicato come possibile movente di quei delitti. Nessun imputato fu formalmente accusato dell’omicidio del piccolo Claudio.

Nel 2021 la Procura di Palermo ha deciso di riaprire il caso, compiendo nuovi accertamenti su spinta dei genitori. Nel 2025 però i pubblici ministeri Sabella e Antoci, che avevano preso in carico le indagini, hanno avanzato una nuova richiesta di archiviazione a carico di ignoti. In mancanza di elementi nuovi, non sarebbero più disponibili prove utilizzabili in giudizio. La famiglia di Claudio, attraverso l’avvocato Antonio Ingroia, si è opposta a questa decisione: come hanno riferito i media, i Domino sostengono che sia necessario “ripartire da zero” con nuovi interrogatori e raccolte testimoniali. Il “caso Domino” rimane aperto per i genitori che continuano a cercare risposte, anche di fronte al rischio concreto dell’archiviazione definitiva.

Il ricordo e l’impegno civile

Graziella Accetta

Nonostante l’assenza di verità giudiziaria, la figura di Claudio Domino non è stata dimenticata. La sua storia è diventata simbolo della lotta contro l’omertà e della memoria delle vittime innocenti. I genitori, Antonio e Graziella Domino, hanno trasformato il loro dolore in impegno sociale: partecipano a eventi, conferenze e iniziative nelle scuole d’Italia per raccontare la vicenda del figlio e denunciare la mancanza di giustizia. Ad esempio nel 2024 la signora Graziella Accetta in un incontro a Novi Ligure ha ripercorso l’agguato: “Un uomo su una moto… chiese chi fosse Claudio Domino. Quando mio figlio si fece avanti, gli sparò in testa. Non fu un incidente, ma l’esecuzione di un bellissimo bambino di 11 anni”. La madre ha ribadito che “grazie alla morte di mio figlio è stata dimostrata l’esistenza della mafia come organizzazione, ma noi ancora aspettiamo di sapere perché è stato ucciso”.

Le commemorazioni ufficiali del 7 ottobre portano la sua memoria a Palermo. Nel corso delle cerimonie più recenti hanno preso la parola, accanto alle autorità istituzionali, gli stessi genitori. A Palermo nel 2024 Antonello Cracolici, presidente della Commissione regionale Antimafia, ha ricordato che “nessuna verità è stata accertata e nessuna attività investigativa ha portato alla luce le ragioni di quell’omicidio”. Lo stesso Cracolici ha annunciato che la Commissione Antimafia “proverà a riaccendere le luci su questo delitto”, raccogliendo il grido dei genitori. Il deputato Marco Intravaia ha aggiunto che si tratta di “un omicidio efferato… fra tanti altri, che svela il vero volto della criminalità organizzata, senza onore e pietà” e ha ribadito che “i familiari attendono ancora la verità”. In occasione dell’38° anniversario, una corona d’alloro è stata deposta sul cippo di via Claudio Domino alla presenza del sostituto procuratore generale della Corte d’Appello Antonio Balsamo, del presidente Cracolici, del vice‐sindaco Cannella e di rappresentanti civili e militari. I genitori hanno liberato in cielo tanti palloncini con messaggi scritti da bambini, un gesto simbolico che unisce le generazioni nella memoria.

Anche le scuole hanno celebrato Claudio come vittima innocente. A Monreale nel 2022 gli studenti hanno piantato un alloro “nel giardino della memoria” dedicato a lui. La madre Graziella ha letto un messaggio di speranza “La terra di Claudio non è terra di mafia, la terra di Claudio è terra di bellezza, legalità e amore”. In un’ottica simile, l’Istituto Comprensivo “Leonardo Sciascia” di Palermo ha invitato nel novembre 2024 i familiari di Claudio a portare la loro testimonianza agli studenti. Anche in questa occasione la storia di Claudio è servita a trasmettere un messaggio di impegno. L’agente di Polizia Francesco Mongiovì, già poliziotto scorta di Giovanni Falcone, intervenne come ospite d’onore, confermando il legame fra il sacrificio del bambino e la più ampia battaglia antimafia. Questi eventi formativi sottolineano come il ricordo di Claudio non sia un fatto privato, ma patrimonio collettivo: “le vittime come Claudio ci chiedono di non abbassare lo sguardo”, scrive l’associazione Addiopizzo, osservando che “fra le vittime innocenti dei boss ci sono tanti bambini”.

Le istituzioni, la scuola e le associazioni civili continuano quindi a mantenere vivo il ricordo di Claudio. Ogni anno il suo nome riappare nei programmi della “Giornata della memoria e dell’impegno”, il 21 marzo, e nelle iniziative locali contro la mafia. Grazie al racconto dei genitori, infaticabili nel chiedere “verità e giustizia”, e al sostegno di magistrati e consiglieri, l’uccisione del piccolo Claudio Domino è rimasta presente nell’agenda pubblica. Come dicevano le parole di Cerruti incise sulla targa commemorativa di via Claudio Domino “il suo sacrificio testimonia che la memoria è un valore da preservare, affinché i giovani capiscano che anche un bimbo innocente può perdere la vita per avere visto qualcosa che non doveva vedere”.

Roberto Greco

Ultimi Articoli