Il 14 settembre 1988, in una stradina di campagna a Locogrande, frazione di Trapani, un giudice in pensione viene fermato mentre esce di casa con la sua auto. Tre colpi e il corpo di Alberto Giacomelli, già Presidente di sezione del Tribunale di Trapani resta sull’asfalto, a pochi giorni dal compimento dei suoi 69 anni. Non era più in servizio da quindici mesi, ma per Cosa nostra quel nome non era “in pensione” perchè su un provvedimento firmato da lui, nel 1985, c’era la confisca della casa di Gaetano Riina, fratello del capo dei capi. Quella firma bastò. La mafia volle vendicarsi e lanciare un segnale. Il mandante, anni dopo, sarà riconosciuto: Salvatore Riina, ergastolo definitivo nel 2003. Gli esecutori, invece, resteranno senza un nome giudiziario.
Un profilo professionale rigoroso e discreto
Nato a Trapani il 28 settembre 1919, figlio di un magistrato, Giacomelli entra in magistratura nel 1946, prima come sostituto procuratore a Trapani, poi pretore a Calatafimi e Trapani, quindi giudice. Dal 1978 guida una sezione del Tribunale, fino al pensionamento del 1° maggio 1987. Colleghi e cronisti lo ricordano sobrio, schivo, mite ma fermo: uno che “decide i destini economici dei ‘galantuomini’ applicando la legge” e che, dietro il profilo defilato, tiene la barra dritta della giustizia. “Alberto era un uomo buono e un vero galantuomo”, ricorda il collega Pietro Sirena mentre la giornalista Serena Verrecchia scrive “quando servì non si tirò indietro». Sono ritratti che restituiscono l’etica di un magistrato di provincia che considerava la toga un servizio, non una ribalta.
Il contesto: Trapani negli anni Ottanta, la “questione beni” e la guerra di mafia
Gli anni Ottanta in Sicilia sono un tempo di offensiva militare dei Corleonesi e di mutazione del potere mafioso in impresa: traffici, appalti, riciclaggio, e soprattutto patrimoni da difendere. Nel 1982 la legge Rognoni-La Torre introduce l’arma decisiva del sequestro e della confisca dei beni mafiosi. È qui che il profilo “civile” di Giacomelli incrocia la strategia di Cosa nostra: è tra i primi ad applicare con rigore le misure di prevenzione patrimoniali, toccando la “roba” dei boss. Nel gennaio 1985 firma la confisca della casa di Gaetano Riina a Mazara del Vallo; i Riina tentano ricorsi e stratagemmi, ma la misura regge. Quel foglio, con quella firma, resterà una ferita personale per la famiglia del capo.
Il settembre di quel 1988 è un mese nero: oltre a Giacomelli, il 25 viene ucciso il presidente di sezione Antonino Saetta con il figlio Stefano e il 26 il sociologo e giornalista Mauro Rostagno. La mafia colpisce i simboli dello Stato e chi racconta il potere criminale, in una sequenza di “mattanze” che lascia il Paese attonito ma non ancora in grado di reagire concretamente.
Il delitto: un giudice “qualsiasi” da ammazzare, e una vendetta di famiglia
La mattina del 14 settembre 1988, Giacomelli esce dalla casa di campagna a Locogrande. Viene fermato e costretto a scendere dall’auto. Tre colpi, due mortali, uno alla testa e uno all’addome. Per mesi l’indagine naviga nel buio: si ipotizzano perfino piste di rancori privati. Un primo processo individua un gruppetto di “balordi”, con condanne in Assise che l’Appello ribalterà. La verità giudiziaria emerge solo anni dopo. Non fu un delitto qualsiasi, ma un omicidio di mafia voluto da Totò Riina “per una questione di famiglia”, come riferiscono diversi collaboratori. Si è trattato di una vendetta per la confisca firmata nel 1985. “Non ‘famiglia’ nel senso di Cosa nostra, ma famiglia di sangue”, scriverà il cronista Rino Giacalone spiegando il movente.
Il racconto dei pentiti ricompone anche la missione intimidatoria: colpire un magistrato giudicante, per la prima volta, “uno qualsiasi” nel distretto di Palermo-Trapani, così da ribadire che toccare i beni dei boss ha un prezzo. A Giacomelli toccò il ruolo di bersaglio facile: era andato in pensione, si muoveva spesso da solo in campagna, aveva smesso di usare la blindata. Ma non era un caso: a decretarne la sorte fu quella firma.
Il legame con la legge Rognoni-La Torre
Il nome di Alberto Giacomelli è inscindibile dalla stagione aperta dalla legge Rognoni–La Torre, che introdusse il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis) e, soprattutto, rese operative le misure di prevenzione patrimoniali, sequestro e confisca dei beni, contro i patrimoni illeciti dei clan. Giacomelli fu tra i magistrati che, nel distretto di Trapani, resero concreta quella svolta normativa, utilizzando gli strumenti di prevenzione, autonomi rispetto alla condanna penale, per colpire la “roba” dei boss; non a caso la sua vicenda è ricordata come una delle prime applicazioni efficaci del nuovo impianto. Nel 1985 firmò il sequestro/confisca di un immobile intestato a Gaetano Riina, fratello di Totò, provvedimento poi confermato nonostante i tentativi di elusione. È precisamente quel passaggio, l’aver toccato i patrimoni con gli strumenti nati dalla Rognoni-La Torre, a essere indicato come movente della vendetta mafiosa culminata nel suo omicidio: un messaggio contro chi, applicando la legge, spostava il baricentro della lotta alla mafia dai soli arresti alla sottrazione stabile dei beni. In questo senso, la memoria di Giacomelli illumina l’efficacia e insieme il costo civile di quella legge: senza la Rognoni-La Torre il suo “colpo” al potere economico dei clan non sarebbe stato possibile; con la Rognoni-La Torre, quello stesso colpo divenne, per Cosa nostra, intollerabile. “Mio padre non aveva paura: diceva che servire lo Stato valeva anche il rischio più grande”, ricorda don Giuseppe Giacomelli, figlio del magistrato.
Dichiarazioni istituzionali e testimonianze
Negli anni, istituzioni, magistratura e società civile hanno scolpito in parole il significato del sacrificio di Alberto Giacomelli. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel 35° anniversario, ha ricordato che il magistrato “ha pagato con la vita l’impegno nell’azione di contrasto dei fenomeni criminali per l’affermazione del primato della legalità”, esprimendo vicinanza ai familiari e indicando la sua memoria come stimolo a una coscienza civica vigile. L’ANM lo ha definito “magistrato rigoroso, riservato, libero da condizionamenti ed esempio di dedizione al lavoro”. Nelle parole della società civile e del giornalismo, Attilio Bolzoni ha parlato di un “un giudice dimenticato un attimo dopo la sua morte”, denunciando l’oblio che spesso avvolge vittime “non mediatiche”. La memoria familiare restituisce infine la ferita umana: don Giuseppe Giacomelli confida che, celebrando la messa, non può “non pensare al sangue su quella stradella di campagna”. E già Paolo Borsellino, nei giorni del delitto, volle sottolineare che Giacomelli “non si era sottratto al suo compito anche a costo del sacrificio della vita”.
La giustizia: gli esecutori restano senza nome
L’iter processuale dura oltre un decennio. Le prime indagini seguono una pista sbagliata e portano a condanne poi cancellate in Appello. La svolta arriva con la stagione dei collaboratori di giustizia. Le loro dichiarazioni collegano il delitto alla confisca decisa nel 1985 e individuano in Salvatore Riina il mandante. Il 28 marzo 2002 la Corte d’Assise di Trapani condanna Riina all’ergastolo per l’omicidio. La sentenza diventa definitiva il 12 marzo 2003. Nel medesimo procedimento Vincenzo Virga, capo della famiglia di Trapani, viene assolto. Gli esecutori materiali non sono mai individuati con sentenza passata in giudicato. È un punto dolente che non cancella il cuore della verità: la mafia punì chi aveva colpito i suoi patrimoni.
La storia di Alberto Giacomelli illumina tre snodi della memoria civile: in primis la forza della legge sui patrimoni perché la sua decisione del 1985 conferma che colpire i beni è linguaggio comprensibile alla mafia più delle retoriche: tocca potere, consenso, futuro. Per questo spaventa e scatena ritorsioni. Giacomelli è tra i magistrati che rendono viva la Rognoni-La Torre nella prassi dei tribunali. Ulteriore snodo è che la violenza contro gli “uomini qualunque” dello Stato. Nel disegno mafioso, non esistono ruoli minori: anche un presidente di sezione che applica le misure di prevenzione, magari lontano dalle copertine, è un bersaglio strategico se tocca interessi. La scelta di colpire un magistrato giudicante, persino in pensione, fu un salto simbolico. Infine il valore dell’esempio. Dalle carte processuali relative al suo brutale omicidio emergono freddezza e vendetta e dalle testimonianze un uomo mite e integerrimo. La sobrietà di Giacomelli è un promemoria: la legalità si costruisce anche fuori dai riflettori, nella costanza con cui si firma “quella” carta al tempo giusto. “Il suo non può restare un nome ai bordi di una strada”, ammonisce Serena Verrecchia.
Nella geografia del sangue di quegli anni, il delitto Giacomelli non ebbe clamori paragonabili ad altri eccidi. Eppure, per capire la pressione mafiosa su Trapani e il valore delle misure patrimoniali, quel 14 settembre pesa come un macigno. La memoria non è mero rito: significa proteggere chi oggi firma sequestri e confische, assicurare risorse e strumenti a tribunali e prefetture, accompagnare il riuso sociale dei beni sottratti. Perché là si gioca l’alternativa concreta al dominio mafioso.