Il 25 aprile, Festa della Liberazione, è la ricorrenza civile più sentita e, al tempo stesso, più discussa in Italia. Sebbene l’obiettivo storico sia celebrare la fine dell’occupazione nazifascista (1945), il dibattito politico attuale si divide spesso tra chi la considera un valore universale e chi ne critica le modalità di celebrazione.
I favorevoli, sostenitori del valore unitario
Chi sostiene il 25 aprile lo vede come il “compleanno della democrazia”. Innanzitutto che sia il fondamento della Repubblica. La tesi principale è che senza la Resistenza non avremmo la Costituzione. È considerata una festa “di tutti” perché i partigiani appartenevano a diverse correnti (comunisti, cattolici, liberali, socialisti). Che rappresenti l’antifascismo come valore civile. Per i favorevoli, l’antifascismo non è un’opinione politica di parte, ma il presupposto stesso della convivenza civile e della libertà. Che abbia permesso l’attualizzazione della libertà: Oggi, le celebrazioni vengono spesso collegate a temi attuali come la difesa dei diritti civili, la pace e la solidarietà internazionale (nel 2026, ad esempio, i temi caldi sono i conflitti globali e la difesa della Costituzione).
I contrari o critici delle modalità attuali
Raramente qualcuno si dichiara “contrario” alla liberazione in sé; le critiche si concentrano solitamente sull’uso politico della data. Alcune forze di destra sostengono che la festa sia stata “monopolizzata” dalla sinistra, trasformandola in una manifestazione di parte anziché in un momento di unità nazionale. Una critica ricorrente riguarda il fatto che non verrebbero ricordate con uguale dignità tutte le vittime della guerra civile, inclusi i vinti o chi morì per mano partigiana (come nel caso delle foibe o delle vendette post-liberazione). Alcuni esponenti politici, inoltre, preferiscono parlare di “festa della libertà” piuttosto che di “antifascismo”, cercando di svincolare la celebrazione dal richiamo storico diretto alle lotte partigiane degli anni ’40.
I punti di scontro nel 2026
In questi giorni, il dibattito si è acceso su tre fronti particolari. Il primo è la Politica Estera. Le divisioni nei cortei riguardo ai conflitti in Medio Oriente e Ucraina (presenza o meno della Brigata Ebraica, bandiere diverse). Si teme, poi, sul tema delle Riforme Istituzionali. Il timore di una parte dell’opinione pubblica che riforme come il “Premierato” possano intaccare l’equilibrio democratico nato proprio il 25 aprile. Inoltre si è presentato un grande problema di linguaggio. La disputa sull’obbligo o meno per chi ricopre cariche istituzionali di definirsi esplicitamente “antifascista”.
Perché proprio il 25 aprile?
Per approfondire l’aspetto storico del 25 aprile, bisogna guardare oltre la singola data e inquadrarla come il culmine di un processo durato venti mesi (1943-1945), segnato da una profonda crisi istituzionale e da una sanguinosa guerra civile. Storicamente, la liberazione dell’Italia non è avvenuta in un solo giorno. Tuttavia, il 25 aprile 1945 è la data scelta come simbolo per due motivi precisi: l‘ordine di insurrezione, ossia quando il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati. Il grido via radio fu: “Arrendersi o perire!” e l’avvenuta liberazione delle città chiave. Quel giorno vennero liberate Milano e Torino, i centri industriali e politici del Nord. La Liberazione era in realtà già iniziata con Bologna il 21 aprile e si sarebbe conclusa nei giorni successivi, Genova il 26 e Venezia il 28 aprile.
Il contesto: un’Italia divisa in tre
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia smise di essere uno Stato unitario e si spaccò in tre parti. La prima il Regno del Sud, dove si erano rifugiati il Re e il governo Badoglio, sotto il controllo degli Alleati; la seconda la Repubblica Sociale Italiana (RSI) al Nord, guidata da Mussolini e sostenuta dai nazisti (uno stato fantoccio occupato militarmente dalla Germania) e infine la Resistenza, ossia formazioni partigiane che operavano clandestinamente dietro le linee tedesche.
La “triplice guerra”
Uno dei più importanti storici della Resistenza, Claudio Pavone, ha definito questo periodo come l’intreccio di tre diverse guerre combattute contemporaneamente. Da un lato la Guerra di Liberazione Nazionale, che vedeva gli italiani contro l’occupante straniero (i tedeschi). Ma contestualmente anche una Guerra Civile, nella quale italiani (partigiani) erano contro italiani (fascisti della Repubblica di Salò). E questo è il punto più doloroso e dibattuto della nostra storiografia. Inoltre si è registrata anche la Guerra di Classe, perché una parte della Resistenza (soprattutto le Brigate Garibaldi, di ispirazione comunista) vedeva nella lotta armata l’inizio di una rivoluzione sociale per cambiare radicalmente l’assetto economico del Paese.
Chi erano i Partigiani?
È storicamente scorretto pensare alla Resistenza come a un blocco monolitico. Il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) era un mosaico di diverse anime politiche:
- Brigate Garibaldi: Comuniste (le più numerose);
- Brigate Matteotti: Socialiste;
- Brigate Giustizia e Libertà: Azioniste (laiche e liberal-socialiste);
- Fiamme Verdi e Brigate Osoppo: Cattoliche e democratiche;
- Formazioni Autonome: Spesso composte da ex militari, fedeli alla monarchia.
Questa pluralità è fondamentale: il 25 aprile celebra la vittoria di un’alleanza che andava dai comunisti ai monarchici, uniti dall’obiettivo comune di abbattere il fascismo.
La fine formale delle ostilità
Sebbene il 25 aprile sia la festa nazionale, la guerra terminò ufficialmente in Italia con la Resa di Caserta (firmata il 29 aprile e operativa dal 2 maggio 1945), che sancì la capitolazione incondizionata delle forze tedesche e fasciste. La decisione di rendere il 25 aprile festa nazionale fu presa nel 1946 dal governo De Gasperi, inizialmente come misura temporanea, per poi essere stabilizzata per legge nel 1949.
Il 25 aprile rimane dunque un “cantiere aperto” dell’identità italiana: un giorno di festa per molti, ma ancora un terreno di scontro ideologico per la politica.
Roberto Greco