Antimafia e giornalismo: il labile confine tra terzietà, rito e consenso

C’è un confine invisibile, in Italia, che se attraversato trasforma il cronista in un paria o in un profeta. È la linea che separa la narrazione "comoda" dell’antimafia di facciata dalla ricerca ostinata di una verità che non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi indossa la toga o presiede associazioni antimafia

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Analizzare il rapporto tra antimafia e giornalismo significa immergersi in una complessa rete di simboli, linguaggi e dinamiche di potere. Non stiamo solo parlando di cronaca, ma di come una società costruisce il proprio “sistema immunitario” etico e di come questo, a volte, rischi di diventare una liturgia autoreferenziale. C’è un confine invisibile, in Italia, che se attraversato trasforma il cronista in un paria o in un profeta. È la linea che separa la narrazione “comoda” dell’antimafia di facciata dalla ricerca ostinata di una verità che non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi indossa la toga o presiede associazioni antimafia. In un Paese che ha fatto delle stragi del ’92 e ’93 il proprio mito fondativo della Seconda Repubblica, il giornalismo ha spesso abdicato al suo ruolo di “cane da guardia” per accovacciarsi ai piedi di una nuova religione civile.

La metamorfosi: da coraggio individuale a liturgia di stato

Antropologicamente, l’antimafia è nata come un grido di rottura. Era il coraggio solitario di chi, negli anni ’70 e ’80, denunciava l’ovvio in un deserto di silenzi. Ma dopo le bombe di Capaci e via D’Amelio, qualcosa è cambiato. Quello slancio si è istituzionalizzato, trasformandosi in un sistema di potere simbolico.

Il giornalismo, traumatizzato dal sangue del ’92, ha scelto la via della beatificazione. Figure come Falcone e Borsellino, che in vita erano stati osteggiati da ampi settori della stampa e della magistratura stessa, sono state elevate a icone intoccabili. Questa sacralizzazione ha prodotto un effetto collaterale nefasto: l’impossibilità del dubbio. Per decenni, mettere in discussione un’indagine condotta “nel nome dei martiri” è stato percepito come un atto di sciacallaggio o, peggio, di complicità mafiosa.

L’antimafia come “religione civile”

Dal punto di vista antropologico, l’antimafia in Italia è passata da movimento di rottura (il coraggio individuale di pochi) a vera e propria istituzione culturale. Questo processo ha creato una “linea di confine” molto scivolosa per il giornalista. Correndo, innanzitutto, il rischio del dogma. Quando la lotta alla mafia diventa un valore assoluto e indiscutibile, il giornalismo rischia di trasformarsi in “agiografia”. Il giornalista non scrive più per informare, ma per celebrare il rito della legalità. A questo si aggiunge il fenomeno della sacralizzazione dei testimoni, quando figure come magistrati o attivisti diventano icone intoccabili. In questo contesto, l’analisi dei fatti viene spesso sostituita dal culto della personalità, rendendo difficile (e socialmente punibile) l’esercizio del dubbio.

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Il consenso come trappola narrativa

Il giornalismo vive di pubblico. Nel contesto dell’antimafia, esiste un mercato del consenso che premia narrazioni rassicuranti: il bene contro il male, l’eroe contro il mostro. Questa dicotomia semplifica la realtà mafiosa, che è invece fatta di zone grigie, complicità burocratiche e silenzi istituzionali. Un giornalismo che cerca il consenso tende a ignorare queste sfumature per non alienarsi la “fazione” dei giusti. Esiste quindi il pericolo del “giornalismo di professionisti dell’antimafia”, per citare volontariamente Sciascia. In questo scenario, l’etichetta di “giornalista d’inchiesta” diventa un brand che garantisce accesso a premi, ospitate e visibilità, talvolta a discapito della profondità della ricerca.

La trappola del partigianesimo

Il problema cardine, quindi, risiede nel consenso. Il giornalismo contemporaneo, schiacciato dalla crisi di vendite e dalla fame di clic, ha scoperto che l’antimafia “vende” se raccontata come un fumetto di supereroi. Il pubblico vuole il bene contro il male, l’eroe senza macchia contro il mostro stragista.

In questo scenario, la terzietà, ovvero il distacco metodologico del cronista, viene vista come una debolezza. Si è fatta strada l’idea di un giornalismo “militante”, dove la notizia non deve essere necessariamente vera, ma “utile” alla causa. È il partigianesimo informativo: una deriva dove il giornalista smette di verificare le fonti per diventare l’ufficio stampa della Procura di turno. Il giornalista che “vive” sulle carte delle procure rischia di diventare il megafono dei magistrati. Antropologicamente, si crea un’alleanza tribale: il giornalista riceve informazioni privilegiate in cambio di una narrazione che sostiene l’accusa. La verità imparziale soccombe alla necessità di non “sporcare” l’immagine del fronte dei giusti.

Il confine si fa sottilissimo quando si parla della finalità della notizia. Un giornalista dovrebbe riferire la verità, ma nell’antimafia si insinua spesso l’idea della verità utile alla causa. Cosa succede quando un giornalista analizza criticamente i fallimenti dell’antimafia o le zone d’ombra di un’icona della legalità? Si innesca un meccanismo di ostracismo. Chi esce dal coro non viene criticato nel merito, ma accusato di “fare il gioco dei boss“. Questa è una dinamica tipica delle società chiuse: il dubbio viene interpretato come tradimento, non come strumento di crescita civile.

Casi reali: quando il sistema “antimafia” diventa mafia

La storia recente ci ha consegnato casi che dovrebbero far tremare le vene ai polsi di ogni direttore di testata. Il caso Montante e il caso Saguto sono le ferite aperte di un giornalismo che ha rinunciato a guardare. Per anni, Antonello Montante è stato il beniamino delle cronache: l’imprenditore che “faceva pulizia”. Chi osava sussurrare che dietro quella facciata si nascondeva un sistema di dossieraggio e corruzione veniva isolato. Molti giornalisti sono stati, consapevolmente o meno, gli architetti di quel castello di carte, scambiando l’accesso esclusivo alle notizie con un silenzio compiacente sulle anomalie.

Lo stesso è accaduto con Silvana Saguto. Il “Modello Palermo” sulla gestione dei beni sequestrati era un dogma. Criticare la gestione opaca di miliardi di euro sottratti ai boss significava, per la vulgata giornalistica, voler restituire quei beni alla mafia.

Questa è la trappola del consenso: creare un clima in cui la verità è subordinata all’appartenenza.

Il peccato originale: il depistaggio di via D’Amelio

Ma è nel fumo di via D’Amelio che il giornalismo italiano ha vissuto il suo fallimento più profondo. Per molti anni, la stampa ha rilanciato acriticamente le confessioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. Nonostante le incongruenze macroscopiche, nonostante i dubbi di una parte della magistratura (come Ilda Boccassini), il “coro” mediatico ha preferito la versione ufficiale.

Perché? Perché era una verità rassicurante. Lo Stato aveva vinto, i colpevoli erano in cella. Mettere in dubbio quella versione significava ammettere che pezzi dello Stato stavano proteggendo i veri mandanti. Il giornalismo, in quel caso, si è comportato come un apparato del sistema, preferendo una bugia patriottica a una verità destabilizzante.

La trattativa e lo schieramento delle tifoserie

Il processo sulla c.d. “Trattativa Stato-Mafia” ha rappresentato l’apice di questa polarizzazione. Le redazioni si sono trasformate in curve da stadio. Da un lato, i sostenitori dell’accusa a prescindere e, dall’altro, i difensori della “ragion di Stato”. In mezzo, la verità processuale è diventata un dettaglio trascurabile. Quando le sentenze hanno smontato i teoremi più estremi, il giornalismo partigiano non ha fatto autocritica ma ha preferito parlare di “verità storica” superiore a quella dei giudici, un escamotage retorico per non ammettere il proprio fallimento analitico.

Verso un’antimafia del dubbio

Per superare questa “sottile linea di confine”, il giornalismo dovrebbe smettere di essere un accessorio dell’antimafia giudiziaria e tornare a essere uno strumento di analisi sociale.

L’osservatore critico conclude che la vera sfida non è gridare più forte contro la mafia, ma avere il coraggio di de-costruire i linguaggi del potere, anche quando quel potere indossa la veste della legalità. La verità non è mai una bandiera da sventolare, ma un terreno accidentato da esplorare senza la bussola del consenso preventivo.

Se il giornalismo vuole tornare a essere utile alla società, deve recuperare la sua terzietà radicale. Non si tratta di essere neutrali tra mafia e legge, una posizione impossibile e immorale, ma di essere spietatamente onesti nel monitorare come la legge viene applicata.

La lotta alla mafia non ha bisogno di agiografi, ma di cronisti che sappiano analizzare la “zona grigia”, che sappiano leggere tra le righe di un provvedimento giudiziario e che non abbiano paura di sporcare l’immagine dei “giusti” se i fatti lo richiedono. Il consenso è l’oppio del giornalismo; il dubbio ne è l’unica cura.

Finché continueremo a celebrare l’antimafia come un rito religioso invece di analizzarla come un fenomeno politico e sociale, saremo sempre complici dei prossimi depistaggi, dei prossimi Montante o Scarantino e delle prossime verità di comodo. La linea di confine è sottile, è vero, ma attraversarla è l’unico modo per non diventare, noi stessi, parte del problema.

Roberto Greco

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