Antimafia, il denaro e il potere: chi finanzia davvero la legalità in Italia

Dietro le campagne per la legalità e la memoria delle vittime, si muove un flusso di risorse che negli anni ha assunto dimensioni significative, pur restando in larga parte frammentato e difficile da tracciare

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Tra fondi pubblici, donazioni e beni confiscati, il sistema economico dell’antimafia civile rivela luci, ombre e contraddizioni ancora irrisolte

L’antimafia in Italia non è solo un valore etico o un movimento civile: è anche un sistema economico articolato, che coinvolge associazioni, enti locali, cooperative e istituzioni. Dietro le campagne per la legalità e la memoria delle vittime, si muove un flusso di risorse che negli anni ha assunto dimensioni significative, pur restando in larga parte frammentato e difficile da tracciare.

Al centro di questo sistema si colloca “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, la più grande rete nazionale. Una rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti e gruppi, scuole, sindacati, diocesi e parrocchie e gruppi scout. È presente su tutto il territorio italiano in 20 coordinamenti regionali, 75 coordinamenti provinciali e 295 presidi locali. Sono 80 le organizzazioni internazionali aderenti al network di Libera Internazionale, in 35 Paesi d’Europa, Africa e America Latina. Secondo il bilancio reso pubblico, nel 2024 il totale dei proventi e ricavi è stato pari a 4.629.912,30 euro. Di cui, sempre nel 2024, 1.303.766,91 euro provenienti da finanziamenti pubblici (dati desunti da quanto pubblicato sul loro sito web).

Vanno citate, inoltre le associazioni contro il racket e il “pizzo”. Tra queste il Comitato Addiopizzo, nato a Palermo nel 2004, che combatte il racket delle estorsioni e sostiene commercianti che rifiutano di pagare il pizzo e Addiopizzo Catania, diramazione territoriale attiva nella promozione della legalità e nel supporto agli imprenditori locali. Ma anche movimenti associativi, come Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, e realtà giovanili come Ammazzateci tutti, movimento nato dopo le stragi di mafia, molto attivo tra studenti e giovani per diffondere cultura antimafiosa. Ma anche centri culturali e di ricerca come il Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato“, storico centro di documentazione e ricerca sulla mafia, fondato negli anni ’70 e Omicron – Osservatorio milanese sulla criminalità organizzata al Nord che studia le infiltrazioni mafiose nel Nord Italia.

Si tratta di modelli diversi, uniti da una stessa missione ma sostenuti da meccanismi finanziari profondamente differenti.

Leggi anche «Il business dell’antimafia “di facciata” e la crisi dei beni confiscati: un’inchiesta sul limbo della legalità»

Il ruolo centrale dello Stato

Il primo dato che emerge è spesso controintuitivo: il principale finanziatore dell’antimafia è lo Stato, anche se in modo indiretto.

Non esiste un unico fondo per le associazioni antimafia, ma una galassia di risorse pubbliche che alimentano il sistema: finanziamenti per il riutilizzo dei beni confiscati, fondi destinati ai comuni sciolti per mafia, programmi europei e nazionali per la legalità oltre a progetti educativi e sociali.

Questi fondi raramente arrivano direttamente alle associazioni. Piuttosto, passano attraverso enti locali e bandi pubblici, per poi essere intercettati da cooperative e organizzazioni del terzo settore.

Il risultato è un modello in cui l’antimafia civile dipende in larga misura da progettualità finanziate con denaro pubblico, pur mantenendo formalmente una propria autonomia.

Donazioni e 5×1000: l’autonomia dei cittadini

Accanto ai fondi pubblici, esiste una seconda colonna portante: il finanziamento dal basso.

Le associazioni raccolgono risorse attraverso: donazioni individuali, campagne di raccolta fondi e il 5×1000.

Per molte realtà, soprattutto le più piccole, questa è la principale fonte di sostentamento. Anche per le organizzazioni più strutturate rappresenta un elemento chiave, perché garantisce indipendenza da pressioni politiche o istituzionali.

Tuttavia, si tratta di entrate instabili, legate alla fiducia dell’opinione pubblica e alla capacità comunicativa delle singole organizzazioni.

L’economia dei beni confiscati

Uno degli strumenti più innovativi dell’antimafia italiana è il riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti alle organizzazioni criminali.

Terreni, aziende e immobili vengono assegnati a cooperative e associazioni che li trasformano in attività produttive. È il caso delle filiere agricole legate al circuito “Libera Terra”, che producono reddito e occupazione in territori spesso segnati dalla presenza mafiosa.

Questo modello rappresenta un tentativo concreto di trasformare un simbolo, il bene confiscato, in economia reale. Ma i numeri restano limitati rispetto al potenziale: molti beni rimangono inutilizzati, bloccati da burocrazia, mancanza di fondi o difficoltà gestionali.

Leggi anche «Il business dell’antimafia “di facciata” e la crisi dei beni confiscati: un’inchiesta sul limbo della legalità»

Quanto vale l’antimafia

Quantificare il giro d’affari complessivo dell’antimafia è difficile. Le ragioni sono diverse. Innanzitutto le associazioni sono spesso reti, non entità uniche. Inoltre i fondi transitano attraverso più livelli amministrativi e le attività economiche sono gestite da soggetti giuridici distinti.

Tuttavia, alcune stime consentono di delineare un ordine di grandezza. Le grandi reti nazionali muovono diversi milioni di euro l’anno, considerando anche l’indotto. Le associazioni locali operano con budget molto più contenuti, spesso nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro. È certo  però che i fondi pubblici complessivi destinati al sistema (tra Stato, enti locali e UE) raggiungono centinaia di milioni, anche se non sempre vengono effettivamente spesi.

Il dato più rilevante è che la maggior parte delle risorse non è nei bilanci delle associazioni, ma nei flussi pubblici che le alimentano indirettamente.

Le ombre: inefficienze e polemiche

Accanto alle esperienze virtuose, non mancano criticità.

Fondi non utilizzati:

Una parte significativa delle risorse stanziate per le imprese e i beni confiscati resta inutilizzata, spesso per ostacoli burocratici o carenze progettuali.

Dipendenza dai finanziamenti pubblici:

La necessità di partecipare a bandi e ottenere fondi può condizionare le strategie delle associazioni, creando una tensione tra missione sociale e sostenibilità economica.

Concentrazione delle risorse:

Alcune grandi organizzazioni sono state oggetto di critiche per la capacità di intercettare una quota rilevante dei finanziamenti disponibili, sollevando interrogativi sulla distribuzione delle risorse.

Il rischio infiltrazioni:

Paradossalmente, proprio i fondi destinati alla legalità possono diventare un obiettivo per la criminalità organizzata, soprattutto nei settori legati agli appalti e alle opere pubbliche.

Tra etica e sistema economico

L’antimafia italiana si trova oggi in una fase di maturità, ma anche di trasformazione. Non è più solo un movimento spontaneo, ma un ecosistema strutturato, con risorse, professionalità e responsabilità crescenti. E in grado di generare un importante flusso di denaro.

Questa evoluzione pone una domanda inevitabile: può l’antimafia restare indipendente quando entra stabilmente nei circuiti economici e istituzionali?

La risposta non è univoca. Da un lato, i finanziamenti permettono di realizzare progetti concreti e incidere sul territorio. Dall’altro, aumentano i rischi di burocratizzazione, inefficienza, perdita di slancio ideale ma soprattutto quelli di possibili episodi di malversazione.

La sfida della trasparenza

Il vero banco di prova è la trasparenza. Per la quale servono bilanci accessibili e comprensibili; tracciabilità dei fondi e valutazione dell’impatto reale dei progetti. Solo così l’antimafia potrà evitare di diventare essa stessa oggetto di diffidenza o strumentalizzazione.

Tra esperienza civile e gestione delle risorse economiche

L’antimafia italiana resta una delle esperienze civili più significative d’Europa. Ma, come ogni sistema che cresce, deve fare i conti con le proprie contraddizioni.

Tra fondi pubblici, donazioni e attività economiche, il confine tra impegno civile e gestione delle risorse è sempre più sottile. Ed è proprio su questo terreno che si giocherà la credibilità futura di un movimento nato per combattere il potere, e oggi chiamato a confrontarsi anche con il proprio.

Roberto Greco

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