Sicilia, il lavoro che cura: la svolta del Job Coach contro l’invisibilità del disagio psichico

L'Isola si appresta ad emanare una norma pionieristica sull'inclusione di lavoratori e lavoratrici con disagio psichico

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 3 minutes

La Sicilia si appresta a varare una norma pionieristica che promette di colmare il vuoto abissale tra l’obbligo di legge e la reale inclusione dei lavoratori e lavoratrici con disabilità psichica. L’importanza della notizia è stata sottolineata da Maria Assenza Parisi, vicepresidente di A.Fa.Di.Psi (Associazione Familiari Disagio Psichico), nell’ambito del convegno “Lavoro e disabilità psichica – dignità, diritti e inclusione”, svolto nei giorni scorsi all’interno della cornice istituzionale della Sala Piersanti Mattarella a Palazzo dei Normanni. «Grazie a questa legge finalmente ci considereranno ed esistiamo, e già questo è un grandissimo vantaggio», ha dichiarato Parisi, sottolineando come il riconoscimento istituzionale sia il primo passo per abbattere il muro dell’invisibilità che da decenni circonda il disagio mentale nell’Isola.

Oltre i limiti della Legge 68: quando l’impegno delle famiglie guida la riforma politica

Il cuore della questione risiede nel superamento della Legge 68, che pur prevedendo quote di riserva per le categorie protette, si è spesso scontrata con una realtà fatta di pregiudizi e difficoltà gestionali. Maria Assenza Parisi ha spiegato che, pur facendo parte di una rete regionale di associazioni di familiari che lavorano da tempo a difesa dei propri figli: «Senza un ascolto diretto da parte della politica, questa riforma non avrebbe mai visto la luce. Il dialogo stretto con i rappresentanti parlamentari – ha aggiunto – è stato il catalizzatore di un cambiamento che parte dal basso, dalle esigenze quotidiane di chi vive la disabilità sulla propria pelle». Parisi è una mamma che, insieme ad altri genitori, si è trovata costretta ad acquisire competenze non proprie per tutelare i diritti dei figli. Questo impegno civico ha rivelato una carenza sistemica: per anni, il lavoro di sensibilizzazione sulla disabilità è gravato quasi interamente sulle spalle delle associazioni: «Abbiamo visto una carenza di interventi di sensibilizzazione riguardante la disabilità, per cui siamo noi portatori di interesse costretti ad agire in assenza di altro», ha denunciato con fermezza la vicepresidente, evidenziando come la sussidiarietà sia diventata l’unica risposta possibile a un vuoto istituzionale.

Il Job coach come chiave del successo: vincere lo stigma e trasformare il lavoro in cura

La sfida più complessa, tuttavia, non è solo l’assunzione, ma la permanenza nel posto di lavoro. Parisi ha raccontato come la loro attività di sensibilizzazione abbia portato tre aziende private a manifestare l’obbligo di adempiere alla Legge 68, chiedendo aiuto proprio all’associazione. Si è trattato di un traguardo immenso, considerando che spesso le imprese preferiscono pagare le multe previste piuttosto che affrontare le incognite legate all’assunzione di una persona con disagio psichico. «Ma c’è un problema nel problema: lo stigma – ha spiegato – Mentre la disabilità fisica è visibile e comprensibile, la disabilità psichica, come l’autismo, richiede una conoscenza specifica che spesso le aziende non hanno». E qui entra in gioco la figura del Job coach, il perno centrale dell’emendamento sostenuto dall’associazione. Parisi ha ricordato con emozione i primi inserimenti lavorativi: «I ragazzi erano felicissimi». Grazie al superamento delle criticità iniziali, l’attività lavorativa viene oggi vissuta con calma, generando soddisfazione e reazioni positive. Tale condizione diminuisce la frustrazione, portando a una significativa riduzione delle terapie mediche. La vicepresidente di A.Fa.Di.Psi ha osservato come altre regioni italiane, tra cui Veneto, Lombardia, Toscana ed Emilia-Romagna, siano già un passo avanti, avendo istituzionalizzato questa figura per colmare il divario tra azienda e lavoratore. In queste realtà, il Job coach entra direttamente nel processo lavorativo, fornito dai centri per l’impiego o da enti del terzo settore accreditati, eliminando gli oneri impropri che oggi gravano sulle famiglie. «Alcune regioni si sono adeguate, speriamo che questo emendamento ci porterà il massimo delle soddisfazioni», ha auspicato, mettendo in guardia sul rischio che, senza l’approvazione di entrambi i pilastri della riforma – percentuali di assunzione e supporto tecnico – la legge possa restare inapplicabile nella pratica.

Mario Catalano

Ultimi Articoli