Lavoro e disabilità psichica: Giuseppe Tango e la sfida di una Costituzione da “abitare” attraverso il lavoro

Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati è intervenuto durante il convegno “Lavoro e disabilità psichica - dignità, diritti e inclusione”

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«La nostra Costituzione non è solo attuale, moderna, è visionaria». Lo ha detto il magistrato Giuseppe Tango durante il convegno, dal titolo “Lavoro e disabilità psichica – dignità, diritti e inclusione”. L’incontro si è tenuto lo scorso 15 aprile presso la sala Piersanti Mattarella a Palazzo dei Normanni, a Palermo.

A meno di un mese dalla sua elezione a presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), Giuseppe Tango scuote le fondamenta del dibattito istituzionale: la Carta del 1948 non è un reperto da restaurare, ma un progetto da completare con urgenza: «La nostra Costituzione non è solo attuale, moderna, è visionaria», ha detto con fermezza il magistrato, richiamando la politica e la società civile a un impegno che superi la retorica delle riforme per approdare finalmente al porto dell’attuazione concreta. L’intervento di Tango, intriso di una visione che coniuga rigore giuridico e profonda umanità, ha delineato un percorso in cui il lavoro cessa di essere una variabile economica per tornare a essere il fulcro della dignità umana e della sicurezza sociale.

La scelta del lavoro: un’intuizione “felice” e universale

Il punto di partenza del ragionamento di Tango è un ritorno alle origini, a quei giorni del 1947 in cui le madri e i padri costituenti si interrogarono su quale dovesse essere il pilastro della neonata Repubblica. Il presidente dell’Anm ha ricordato come, tra diverse opzioni legittime come la libertà o la dignità, la scelta cadde sulla parola “lavoro”, inserita nell’articolo 1 con un voto che, all’epoca, fu quasi unanime. «Non si trattò, come qualcuno ha ipotizzato nel corso dei decenni, di una mera concessione alle ideologie di ispirazione socialista», ha spiegato Tango.  Al contrario, ha precisato che la formula attuale fu proposta dall’onorevole Fanfani, esponente di spicco dell’area cattolica: «A dimostrazione di come quella “felice intuizione” rispondesse a una sensibilità condivisa e trasversale». Ha, inoltre, spiegato che la visione originaria era chiarissima: «La dignità deriva dalla libera scelta di un’occupazione adeguata e dal dovere di contribuire al benessere di tutti». In questa prospettiva, il lavoro non è solo un diritto individuale, ma una vera e propria vocazione sociale che permette al singolo di partecipare attivamente alla vita della comunità.

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La deriva del mercato: quando il lavoro diventa “liquida” sopravvivenza

Il cuore dell’analisi di Giuseppe Tango si è poi spostato sulla dolorosa frattura tra il dettato costituzionale e la realtà quotidiana di milioni di cittadini e cittadine. Il magistrato ha espresso una profonda preoccupazione per l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – del mercato occupazionale avvenuta a partire dagli anni Novanta. Riprendendo le tesi del sociologo Zygmunt Bauman, ha descritto una società diventata “liquida”, priva di certezze e punti di riferimento, e ha sottolineato come questa liquidità abbia finito per corrodere anche la natura stessa dell’attività lavorativa. Secondo il presidente dell’Anm, il rischio che stiamo correndo è quello di un allontanamento definitivo dalla concezione costituzionale del lavoro: «L’abbiamo trasformato in occupazione, un’attività che serve unicamente a procurarsi il necessario per vivere o, purtroppo, soltanto per sopravvivere», ha osservato con amarezza. Questa trasformazione svuota il lavoro della sua funzione di crescita personale. Se l’articolo 36 della Costituzione garantisce il principio della giusta retribuzione, è l’idea di mettere a frutto i propri talenti a beneficio della collettività che sembra essersi smarrita nelle maglie di un mercato che guarda solo al profitto immediato, ha sottolineato il giudice del lavoro palermitano.

Un bollettino di guerra: la sicurezza negata

Uno dei passaggi più toccanti e incisivi dell’intervento ha riguardato la sicurezza nei luoghi di lavoro. Tango ha citato statistiche che non lasciano spazio a interpretazioni: «Mille morti all’anno, una media di tre vite spezzate ogni singolo giorno, e feriti che si contano a decine ogni ora». Per il magistrato, questi non sono semplici dati epidemiologici o economici, ma un vero e proprio massacro silenzioso: «Questi sono numeri di guerra», ha dichiarato, invitando a guardare oltre la freddezza delle cifre per scorgere le tragedie umane, le famiglie distrutte e le esistenze interrotte che si celano dietro ogni incidente. La denuncia di Tango è stata netta: troppe persone iniziano la loro giornata lavorativa senza un contratto regolare, immersi nella precarietà più assoluta, privi di una formazione adeguata e senza i necessari dispositivi di protezione individuale. È una situazione che non solo lede i diritti fondamentali dei lavoratori, ma ha anche un impatto devastante sull’economia nazionale, costando al Paese una cifra stimata intorno al 2,6% del Prodotto interno lordo. Il magistrato ha puntato il dito anche contro alcune scelte legislative del passato, nate da indicazioni europee recepite con troppa fretta e mai messe in discussione anche quando era evidente che stessero aggravando il problema anziché risolverlo.

L’inclusione come cura: la rivoluzione del “collocamento mirato”

Un ampio spazio è stato dedicato alla tutela delle categorie più fragili, con un focus particolare sulle persone con disabilità psichica. Tango ha sottolineato come, per queste persone, il lavoro assuma una valenza che va ben oltre il sostentamento economico: «Il lavoro ha una funzione anche curativa», ha affermato, spiegando come l’inserimento professionale sia uno strumento fondamentale per la salute mentale e per il benessere complessivo dell’individuo. In questo ambito, la vera rivoluzione culturale è segnata dal passaggio dal vecchio “collocamento obbligatorio” al moderno “collocamento mirato”. «Non si tratta più di imporre alle aziende un carico, ma di compiere uno sforzo di analisi per valorizzare le capacità residue di ogni soggetto, calibrando l’occupazione sulle sue reali potenzialità», ha aggiunto e ha sottolineato che questo approccio non è solo un atto di civiltà o di solidarietà, ma una scelta pragmatica che genera benefici per l’intera collettività. Una persona con disabilità inserita nel mondo del lavoro rappresenta un risparmio per il sistema sanitario nazionale e un guadagno in termini di coesione sociale. Per illustrare questo concetto, il magistrato ha proposto un parallelismo con l’articolo 27 della Costituzione, relativo alla funzione rieducativa della pena per i carcerati: «Così come il recupero di un detenuto garantisce una maggiore sicurezza sociale per tutti, l’inclusione lavorativa dei più fragili impedisce che qualcuno rimanga indietro, trasformando una potenziale marginalità in una risorsa. La Costituzione scommette sul futuro e ci dice che nessuno è perduto», ha ricordato, citando gli articoli 2, 3 e 38 come bussole per orientare le politiche di welfare e di inserimento professionale.

Oltre i pregiudizi: la politica e il coraggio di fare il primo passo

Affrontando le difficoltà pratiche che ancora oggi ostacolano l’assunzione di persone con disabilità, Tango ha riconosciuto l’esistenza di numerosi pregiudizi nel mondo delle imprese. Spesso i datori di lavoro temono difficoltà di gestione o dubitano dell’affidabilità di questi lavoratori o lavoratrici. Tuttavia, ha chiarito che queste preoccupazioni non devono trasformarsi in barriere insormontabili, poiché esistono strumenti tecnici e valutazioni di compatibilità che possono garantire la sostenibilità dell’inserimento sia per il lavoratore o la lavoratrice che per l’azienda. Pur ribadendo che non spetta alla magistratura dettare l’agenda politica, Tango ha espresso apprezzamento per le iniziative legislative in corso, come l’emendamento alla legge regionale siciliana 5/22, volto ad ampliare le riserve di posti per le persone con disabilità psichica negli enti pubblici e nelle partecipate. Sebbene si tratti di una quota ancora limitata, rappresenta per il presidente dell’Anm un segnale fondamentale: «Che si faccia questo primo passo, poi si dovrà lavorare su altri fronti», ha esortato, indicando la necessità di non fermarsi ai soli soggetti pubblici ma di coinvolgere gradualmente l’intero tessuto produttivo.

Il lavoro come cuore della democrazia

L’intervento di Giuseppe Tango si è chiuso con un richiamo alla responsabilità collettiva. Il lavoro non può essere considerato un tema settoriale o un capitolo della politica economica, ma deve essere riconosciuto come la linfa vitale del nostro sistema democratico. Senza un lavoro dignitoso, sicuro e inclusivo, i diritti di cittadinanza rischiano di rimanere gusci vuoti e la Costituzione un libro di sogni mai realizzati. Nelle parole finali di Tango risuona l’urgenza di una sfida che riguarda tutti e tutte: «La questione del lavoro rimane una questione nevralgica perché è una questione democratica. È da qui, dalla capacità di restituire valore al gesto quotidiano di chi produce, costruisce e serve la comunità, che passa la tenuta della nostra Repubblica e la possibilità di offrire alle nuove generazioni un futuro che non sia solo sopravvivenza, ma piena realizzazione di sé».

Mario Catalano

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