Centro storico vs. centri commerciali, a Palermo è sfida senza esclusione di colpi: «Concorrenza impossibile»

Il quadro è a tinte fosche. A Palermo, secondo i dati Confimprese del 2025, sono oltre 6.000 le attività commerciali che hanno chiuso i battenti negli ultimi cinque anni

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Palermo si interroga sul futuro del proprio commercio: da una parte i grandi poli della periferia, con oltre 130 negozi sotto lo stesso tetto, dall’altra le vetrine che si spengono nel cuore antico. Una battaglia a colpi di Tari, affitti e parcheggi che rischia di riscrivere l’identità stessa del capoluogo.

Camminare per le strade del centro storico di Palermo, oggi, significa fare i conti con un’emorragia silenziosa ma inesorabile. Le saracinesche che si abbassano sono sempre di più, mentre i consumatori sembrano aver trovato un nuovo, comodo rifugio: i grandi centri commerciali. È questo lo scenario che emerge dalle voci delle associazioni di categoria e dai dati più aggiornati, in un duello che sta ridisegnando le abitudini di acquisto dell’intera area metropolitana.

Numeri da capogiro

Il quadro è a tinte fosche. A Palermo, secondo i dati Confimprese del 2025, sono oltre 6.000 le attività commerciali che hanno chiuso i battenti negli ultimi cinque anni. Un dato impressionante che fotografa una crisi strutturale, aggravata da un tasso di natalità imprenditoriale fermo al 5,24% a fronte di una mortalità del 4,24%. Ma il dato più eclatante arriva dall’analisi sul lungo periodo: nell’ultimo decennio, le imprese del commercio al dettaglio attive nel centro storico sono passate da 1.316 a 821, registrando un crollo di quasi il 40%. Una vera e propria desertificazione commerciale che non risparmia nessuno.

Il fattore scatenante

Perché tante serrande abbassate? La risposta, secondo Federconsumatori, ha un nome preciso: “Grandi centri commerciali”. «Una delle principali cause dello spopolamento commerciale è il dislivello con i grandi centri commerciali – spiega Giuseppe Lo Bello, presidente Federconsumatori Palermo – Queste strutture concentrano in un unico luogo commercio, ristorazione, intrattenimento e tempo libero, diventando veri e propri attrattori di consumo». Un colosso come il Forum Palermo, con i suoi oltre 130 negozi, l’ipermercato, la food court e il multisala, offre un’esperienza a 360 gradi che la bottega sotto casa non può competere.

La partenza, per i piccoli commercianti, è già in salita: «I costi di gestione rappresentano uno dei principali ostacoli: la Tari, le spese dell’energia e dell’acqua incidono in maniera significativa sui bilanci delle piccole attività. Diversi invece i costi nei grandi centri», tuona Lo Bello. A ciò si aggiunge la concorrenza dell’e-commerce, l’aumento delle bollette e un reddito pro capite in Sicilia tra i più bassi d’Italia, che riduce il potere d’acquisto delle famiglie.

I rimedi in campo

Di fronte all’emergenza, politica e associazioni provano a correre ai ripari. Dopo anni di battaglie, la Regione ha dato il via libera allo sblocco dell’articolo 5, il provvedimento che abroga i limiti che confinavano le superfici di vendita a soli 200 metri quadrati nel cuore della città. Oggi, nel centro storico di Palermo si possono aprire medie strutture fino a 2.000 metri quadrati. «Sono certa che molti operatori locali, ma anche marchi nazionali e internazionali, investiranno in nuove iniziative che porteranno significativi benefici economici e occupazionali», ha dichiarato Patrizia Di Dio, presidente di Confcommercio Palermo.

Un segnale forte in tal senso è l’imminente arrivo di Hard Rock Cafè, che aprirà il suo primo punto vendita in Sicilia proprio a Palermo, in via Maqueda. «Mai più saracinesche abbassate nel centro storico. Queste arterie, in special modo la via Roma, potranno tornare ad essere un centro commerciale naturale, vivo e attrattivo», ha esultato la parlamentare Carolina Varchi.

Le sfide che restano

Tuttavia, non tutti sono convinti che basterà allargare gli spazi per risolvere il problema. I dati mostrano una metamorfosi preoccupante del tessuto urbano: nel centro storico, in un decennio, le attività di alloggio e ristorazione sono passate da 295 a 500, mentre sono crollati i negozi di abbigliamento, librerie e giocattoli. «Si rischia la desertificazione commerciale perché stanno scomparendo dal centro città alcune categorie merceologiche che vengono dirottate nelle periferie o all’interno dei centri commerciali – avverte Patrizia Di Dio – L’impoverimento di un’offerta diversificata è una grave ferita per una città d’arte come Palermo”. Tra le priorità rimaste inevase ci sono il riequilibrio delle attività, il contrasto all’abusivismo e, non ultimo, la questione dei parcheggi, fondamentale per rendere il centro realmente accessibile.

Due anime a confronto

Palermo si trova quindi a un bivio. Da un lato i poli della modernità (Forum, Conca d’Oro, La Torre) che rispondono alla domanda di shopping funzionale e climatizzato, spesso frequentati dalle famiglie nei weekend. Dall’altro i mercati storici come Ballarò, il Capo e la Vucciria, che restano luoghi di socialità popolare e identità culturale. «Una possibile risposta potrebbe essere la creazione di centri commerciali di prossimità in grado di offrire ai cittadini un’alternativa reale ai grandi poli periferici», suggerisce Lo Bello. Nel frattempo, il Comune ha investito oltre 4 milioni di euro per la riqualificazione del Mercato delle Pulci, nel cuore del centro, nella speranza che la scintilla del rilancio parta proprio dai luoghi della tradizione.

La sfida è apertissima. Quello che si gioca non è solo il destino di qualche vetrina, ma l’anima commerciale e sociale di una delle città più affascinanti del Mediterraneo.

Roberto Greco

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