Agenda 2030, Italia a due velocità: il Nord corre, il Sud arranca

Tra tutte le regioni, la Sicilia rappresenta forse il caso più emblematico. Le grandi aree metropolitane, come Palermo e Catania, soffrono in modo particolare, probabilmente a causa della pressione demografica e delle inefficienze organizzative

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Come sta procedendo l’Italia verso i traguardi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite? Per rispondere, basta osservare una mappa fatta di colori: dal verde scuro delle eccellenze, al rosso intenso delle criticità. È questa la chiave di lettura dell’ultima analisi 2025 degli indici compositi degli SDGs (Sustainable Development Goals), che prende in esame Province e Città Metropolitane attraverso 44 indicatori distribuiti su 12 dei 17 obiettivi globali.

Un colpo d’occhio immediato, che però nasconde una realtà complessa. Per interpretarla, abbiamo raccolto l’analisi del professore Vincenzo Piccione, esperto di ecologia e valutazioni ambientali, che legge questi dati come una vera e propria “radiografia territoriale” dell’Italia contemporanea.

Tre Italie: leader, funamboli e aree in sofferenza

«Il quadro è chiaro e, per certi versi, prevedibile – spiega Piccione -. L’Italia continua a essere attraversata da una frattura storica che segue un gradiente preciso, migliorando al Nord e peggiorando progressivamente verso Sud». Da questa lettura emergerebbero tre grandi blocchi territoriali.

Il primo è quello delle regioni leader, concentrate nel Centro-Nord: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, che dominano la scena con performance elevate e relativamente equilibrate. Qui gli indicatori raccontano sistemi territoriali capaci di sostenere crescita economica, innovazione, occupazione e servizi. A ridosso di questo gruppo si collocano anche Piemonte e Friuli-Venezia Giulia, che confermano una buona solidità complessiva.

Segue una fascia intermedia, quella che il professore definisce dei “funamboli”. Lazio, Marche, Umbria, Abruzzo e Liguria mostrano un andamento disomogeneo, perché accanto a punte di eccellenza si registrano fragilità significative. «Sono territori in equilibrio instabile – osserva ancora Piccione – dove basta poco per scivolare verso il basso o, al contrario, per consolidare i punti di forza».

Infine, il blocco più critico: il Sud e le Isole. Sicilia, Calabria, Campania e Puglia occupano stabilmente le ultime posizioni, accompagnate da Sardegna, Basilicata e Molise. Qui il rosso e l’arancione dominano la scena. «Non si tratta di ritardi episodici – precisa il professore di UniCt – ma di difficoltà strutturali che riguardano diritti fondamentali come lavoro, istruzione e salute».

Le Province amplificano il divario

Se il livello regionale restituisce una fotografia già netta, quello provinciale rende il contrasto ancora più evidente. In cima alla classifica si confermano le grandi aree urbane e produttive del Nord. Milano, Bologna e Firenze emergono come veri motori dello sviluppo nazionale, trainate da indicatori solidi su lavoro (Goal 8), innovazione e imprese (Goal 9). Accanto a loro, territori come Treviso, Pordenone, Parma e Brescia dimostrano una notevole capacità di adattamento e resilienza.

Ma è nella parte bassa della graduatoria che la lettura si fa più dura. «Qui il report assume i contorni di un bollettino di guerra» commenta Piccione. Le province più in difficoltà si concentrano in Calabria e Sicilia: Crotone e Vibo Valentia, insieme a Siracusa, Enna e Caltanissetta, mostrano indicatori quasi interamente negativi. In questi territori, i livelli di accesso a servizi essenziali e opportunità economiche risultano significativamente inferiori alla media nazionale, delineando una condizione di svantaggio diffuso e persistente.

Sicilia: un sistema in squilibrio

Tra tutte le regioni, la Sicilia rappresenta forse il caso più emblematico. «È un ecosistema sociale in profondo squilibriospiega Vincenzo Piccione -, ma proprio per questo estremamente interessante da analizzare». Il primo elemento che emerge riguarda due pilastri fondamentali dello sviluppo: istruzione e lavoro. Su questi fronti, tutte le nove province siciliane si collocano stabilmente nel rosso scuro. «È il segnale di un fallimento sistemicosottolinea il docente -. Non si riesce né a formare adeguatamente i giovani né a integrarli nel tessuto produttivo».

Anche il tema della salute presenta criticità diffuse. Le grandi aree metropolitane, come Palermo e Catania, soffrono in modo particolare, probabilmente a causa della pressione demografica e delle inefficienze organizzative. Alcuni segnali leggermente più positivi emergono in realtà come Ragusa, ma restano eccezioni in un quadro complessivamente fragile.

Il paradosso delle energie rinnovabili

Eppure, all’interno di questo scenario critico, emergono elementi di forte contrasto. Il più evidente riguarda il settore energetico. Province come Trapani, Enna e Caltanissetta registrano risultati molto positivi sul Goal 7, grazie alla diffusione di impianti eolici e fotovoltaici. «È un paradosso solo apparente – osserva Piccione -. La Sicilia possiede risorse naturali straordinarie, che però non vengono ancora integrate in una strategia di sviluppo complessiva». Questa capacità di eccellere in alcuni ambiti ambientali dimostra che il potenziale esiste, ma resta frammentato e spesso scollegato dal resto del sistema economico.

Altrettanto frammentato è il quadro relativo al consumo responsabile e alla gestione dei rifiuti (Goal 12). Alcune province mostrano performance positive, mentre grandi aree urbane come Palermo faticano a gestire la complessità del ciclo dei rifiuti, evidenziando limiti strutturali nel modello di gestione.

Anche la questione idrica (Goal 6), sempre più centrale nel dibattito pubblico, presenta forti disomogeneità. Messina e Ragusa si distinguono per una gestione relativamente più efficiente delle risorse, mentre Palermo, Catania e Agrigento evidenziano criticità significative legate a infrastrutture obsolete e ad una gestione non ottimale.

Nessun vincitore, ma segnali da cogliere

Nel complesso, la Sicilia non presenta veri vincitori. «Le fragilità infrastrutturali e occupazionali pesano su tutti i territori – afferma Piccione -. Tuttavia, alcune province, come Trapani, Enna e Messina, mostrano segnali incoraggianti, soprattutto nei settori legati all’ambiente. Le grandi città metropolitane, invece, appaiono come “giganti dai piedi d’argilla”, incapaci di trasformare la loro dimensione in un vantaggio competitivo sostenibile». Le criticità più marcate si concentrano in province come Siracusa e nell’area compresa tra Agrigento e Caltanissetta, dove il ritardo socio-economico si manifesta in modo diffuso e persistente.

Il quadro che emerge dall’analisi non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche, ma indica con chiarezza la direzione da seguire. «Il Sud non ha bisogno di assistenzialismo – conclude Piccione -. Servono investimenti mirati, capaci di rafforzare le infrastrutture,il sistema educativo e il tessuto produttivo. Solo così sarà possibile trasformare quelle poche aree verdi in un sistema diffuso di sviluppo sostenibile». Una sfida che riguarda non solo il Mezzogiorno, ma l’intero Paese. Perché, come dimostra questa mappa a colori, senza coesione territoriale non può esserci sviluppo sostenibile.

Sonia Sabatino

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