È passato un anno da quel 17 aprile del 2025 in cui Samia Bent Rejab Kedim, cittadina tunisina di 46 anni, è stata vittima di femminicidio e uccisa a coltellate. Il giorno prima, il 16 aprile, era accaduto a Teresa Stabile di Alcamo ma residente in Lombardia. Uccisa con la stessa modalità. Questa volta, però, è accaduto a Udine, dove Samia viveva. L’omicida, agli arresti domiciliari e con braccialetto elettronico, anche lui tunisino, si è tolto la vita, schiantandosi in auto contro una betoniera. La coppia era sposata, ma in fase di separazione. Lei operaia, lui camionista. La coppia aveva tre figli: due femmine e un maschio.
Miriam Saadi, 21 anni, una delle due figlie della vittima, ha spiegato al Corriere della Sera che il braccialetto elettronico che avrebbe dovuto proteggere la madre era spento. Questo succedeva per due ore ogni due settimane per permettere a Mohamed Naceur Saadi, 58 anni, il marito, di fare la spesa.
L’uomo era già stato condannato per violenze sulla moglie a cinque anni e quattro mesi di carcere. Dopo aver scontato un anno di carcere, dal febbraio del 2025, fu sottoposto ai domiciliari in un’abitazione di Monfalcone, in provincia di Gorizia. Mentre Samia risiedeva a Udine, a meno di 50 chilometri. Ed è stato proprio nell’appartamento dove abitava che è avvenuto l’omicidio. A scoprirlo è stato il figlio di Samia, Yousef, 14 anni. Il ragazzo infatti, rientrando a casa, vide il padre sporco di sangue allontanarsi dall’abitazione.
Da qui la polizia avviò le ricerche dell’uomo. Ma fu nella stessa mattinata dell’omicidio, il 17 aprile, che appurarono il decesso dell’uomo, morto in un incidente mentre si trovava a bordo dell’auto della sua ex moglie, lungo la strada statale 13 a Basagliapenta, una frazione del comune di Basiliano in provincia di Udine.
Episodio ritenuto dagli investigatori volontario. Anche perchè sul luogo dell’incidente non furono trovati segni di frenata. L’auto procedeva ad alta velocità e si sarebbe spostata verso sinistra, nel momento in cui stava incrociando il mezzo pesante che camminava in direzione opposta. Il conducente del camion cisterna rimase, fortunatamente, solo lievemente contuso.
È stato in quella mattinata che l’uomo aveva avuto il permesso di uscire dalle 9:00 alle 11:00, per esigenze personali. Fu proprio in quel lasso di tempo a disposizione che il tunisino si recò a casa della compagna e la uccise.
Il killer di Samia indossava il braccialetto elettronico, programmato per segnalare l’allontanamento dal domicilio solo oltre il tempo autorizzato. Solo quando, alle 11:00, l’uomo non aveva fatto rientro, il dispositivo inviò un segnale di avviso alla centrale di controllo, per notificare l’evasione.
Sentita dalla stampa la figlia Miriam aveva commentato così la tragedia: «Mia mamma aveva subito violenze ed era stata minacciata di morte più volte. Era terrorizzata. Lo aveva denunciato più volte ma poi, per paura e per il timore di danneggiare la famiglia, aveva sempre ritirato le denunce. Alla fine aveva trovato il coraggio e mio padre era finito in carcere, ma non è servito, perché lo hanno fatto uscire. Una donna che presenta così tante denunce, anche se poi le ritira, va aiutata. Perché a mio padre sono stati concessi due giorni liberi ogni settimana? Non dovevano lasciarlo uscire e mia mamma doveva essere tutelata. Invece nessuno ha fatto nulla. Ora siamo rimasti soli, io, mia sorella e mio fratello, ancora minorenne».
Fu durante la conferenza stampa in Questura che il Procuratore di Udine, Massimo Lia, aveva precisato: «A volte, nonostante tutto, non si riescono a evitare queste tragedie. Con qualunque misura, se una persona intende far del male e ha deciso di farlo, è molto difficile che qualsiasi strumento diverso dal carcere possa diventare ostacolo assoluto».
Serena Marotta