L’oro bruno della Sicilia: come il carrubo è diventato un investimento da fondi nordici

Prezzi del carrubo triplicati in due anni, appezzamenti acquistati da società esterne, e un conflitto silenzioso tra vecchi proprietari e nuovi affittuari. Nel Ragusano è già corsa alle polizze assicurative sui frutti

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Il carrubo come asset finanziario: perché negli ultimi 12 mesi ha subito una metamorfosi silenziosa ma strutturale, spesso raccontata solo in chiave agricola o enogastronomica. L’approfondimento, aggiornato ai dati e alle dinamiche datate 15 aprile 2026, si basa su fonti d’agenzia incrociate con documenti di mercato, interviste a mediatori fondiari e analisi di contratti di affitto

Fino a tre anni fa, i carrubi secolari che costeggiano le province di Ragusa, Siracusa e Caltanissetta erano considerati quasi un retaggio. I frutti si raccoglievano a fatica, i prezzi oscillavano tra 1,5 e 2 euro al chilo, e molti agricoltori lasciavano cadere le bacche a terra. Oggi, il carrubo secco viaggia stabilmente sopra i 4,20 euro/kg (fonte Borsa merci di Catania, aprile 2026), con punte di 4,70 per il seme decorticato destinato all’industria cosmetica cinese. Ma la vera rivoluzione non è il prezzo: è chi compra il terreno e perché.

Secondo una serie di atti notarili e visure catastali da noi analizzate, tra gennaio 2025 e marzo 2026 almeno 380 ettari di carrubeti in provincia di Ragusa hanno cambiato proprietà o sono stati dati in affitto ultra-decennale a soggetti diversi dalle tradizionali aziende agricole familiari. L’acquirente tipo non è il contadino locale, ma piccole società a responsabilità limitata con sede a Milano, Verona o Bolzano, alcune delle quali riconducibili a fondi di investimento “agricoli” nati negli ultimi due anni.

«Il carrubo è l’unica coltura che garantisce marginalità senza bisogno di irrigazione, con costi di manutenzione bassissimi e un mercato di sbocco internazionale in crescita costante del 12% annuo» racconta il Dott. Marco Rinaldi, agronomo e consulente di due fondi del Nord che hanno acquistato 70 ettari tra Modica e Scicli.

Che cos’è il Carrubo? Identikit di un sopravvissuto

Per decenni considerato un “alimento povero” o destinato esclusivamente al foraggio per animali, il carrubo (Ceratonia siliqua) sta vivendo oggi una vera e propria età dell’oro. Da sentinella contro la desertificazione a ingrediente segreto dell’industria gourmet e farmaceutica, scopriamo perché questa pianta è diventata un asset strategico per l’economia circolare. Il carrubo è un albero sempreverde appartenente alla famiglia delle Fabaceae (Leguminose). È una pianta maestosa, capace di vivere per secoli e di prosperare in condizioni di siccità estrema dove altre colture soccomberebbero. La “vaiana” (o baccello) è una siliqua coriacea che racchiude una polpa zuccherina e dei semi durissimi, i carati.

Mappa dei settori merceologici: dove finisce e a cosa serve?

L’industria moderna non spreca nulla di questo frutto. La lavorazione si divide principalmente in due filiere: la polpa e il seme.

Industria Alimentare

È il settore principale. Dalla macinazione della polpa tostata si ottiene la farina di polpa di carruba, utilizzata come sostituto etico del cacao. Priva di caffeina e teobromina, la pianta è ideale per chi soffre di intolleranze o per prodotti destinati ai bambini. Inoltre grazie all’alto contenuto di zuccheri complessi, riduce la necessità di zuccheri aggiunti in biscotti e merendine.

Industria degli addensanti, la gomma di guar “mediterranea”

Dai suoi semi si estrae la farina di semi di carruba (E410), un additivo di altissimo pregio che viene regolarmente usato, come ingrediente fondamentale per la produzione dei gelati artigianali che non si sciolgono subito, garantendo una struttura vellutata senza ricorrere a grassi idrogenati. Ma lo possiamo trovare, inoltre nelle salse e nei prodotti pronti, in quanto agisce come stabilizzante naturale.

Farmaceutica e nutraceutica

Il carrubo è una miniera di fibre solubili e tannini. È utilizzato negli integratori, per il controllo del colesterolo e della glicemia (grazie al d-chiro-inositolo). Inoltre la farina di semi è impiegata spesso nei latti formulati per neonati per la sua capacità di addensare i liquidi nello stomaco.

Cosmetica

I galattomannani estratti dal carrubo hanno proprietà idratanti e filmogene. Vengono inseriti nelle creme anti-age grazie al suo effetto di tensore naturale e negli shampoo e maschere di bellezza, per la sua capacità di trattenere l’acqua nei tessuti cutanei e capillari.

Zootecnia: alimentazione animale

Non va dimenticato il suo uso originario: la carruba grezza rimane un alimento energetico eccellente per cavalli e ruminanti, apprezzata per l’alta digeribilità e l’appetibilità.

Il “land grabbing” leggero che nessuno chiama per nome

Non c’è ancora la violenza del land grabbing sudamericano, né le ruspe dei fondi speculativi canadesi sul grano ucraino. Qui si parla di acquisti “pacifici” ma rapidissimi, spesso tramite intermediari locali che girano per le campagne con un assegno circolare e un contratto di mediazione agricola. I vecchi proprietari, spesso eredi di piccoli appezzamenti, magari già in pensione ,vendono volentieri: un ettaro di carrubeto ben coltivato oggi si paga tra i 35.000 e i 50.000 euro, contro i 15.000 del 2020.

Inoltre, come suggerito da una nota interna della Camera di Commercio di Ragusa, tra i potenziali acquirenti comparirebbe anche una società riconducibile a un noto gruppo bancario italiano.

Ma il vero business è l’affitto. I fondi offrono canoni pluriennali (9-12 anni) con clausole di rinnovo automatico, a un prezzo che triplica i vecchi contratti. In cambio, chiedono di convertire eventuali colture promiscue (spesso olivi o mandorli malandati) in carrubeto monocoltura. E qui scoppia il conflitto silenzioso.

Il caso di contrada Pantano (Comiso)

Nei giorni scorsi, un gruppo di 14 piccoli proprietari si è riunito dal notaio per opporsi all’affitto collettivo di 23 ettari a una Srl con sede a Brescia. La protesta non è contro il prezzo, ottimo, ma contro una clausola che obbliga a estirpare ulivi secolari (non produttivi, ma storicamente tutelati dal PSR) per fare spazio a nuovi carrubi innestati a spalliera. «Non sono contrario al carrubo, ma qui ci stanno chiedendo di cancellare alberi che hanno visto la guerra. E il contratto prevede che in caso di mora, il fondo può pignorare il raccolto dell’anno successivo. Non è agricoltura, è finanza» racconta Giovanni Tumino, 67 anni, ex allevatore. Il suo legale ha già depositato un esposto all’Ispettorato agrario. È il primo di una serie: almeno altri tre contenziosi simili sono in corso tra Vittoria e Santa Croce Camerina.

L’anello debole: la raccolta e i “tagliatori fantasma”

C’è un altro aspetto che le non è raccontato. Con l’aumento della domanda, il mercato della raccolta del carrubo si è trasformato in una zona grigia. Non ci sono abbastanza braccianti specializzati (la raccolta è ancora manuale, con le lunghe canne e i teli). Così i nuovi affittuari nordici si affidano a cooperative di “tagliatori” che arrivano dal Nord Africa con visti turistici, pagati a cottimo (0,80 euro al kg raccolto) e alloggiati in container improvvisati vicino ai magazzini. Nessuna denuncia formale ancora, ma i sindacati (FLAI CGIL) hanno avviato monitoraggi in quattro comuni. «Abbiamo filmato gruppi di 10-12 uomini che lavorano dall’alba al tramonto senza dispositivi di sicurezza, con trattori senza targa. Quando abbiamo chiesto i documenti, il responsabile ha detto che erano ‘soci di una cooperativa estera con sede in Romania’. Una formula già vista per le arance» ha dichiarato Laura Spanò, responsabile immigrazione FLAI Ragusa.

Cosa succederà nei prossimi mesi

Il 31 maggio scade il termine per la presentazione dei nuovi Piani di Sviluppo Rurale della Regione Siciliana. I fondi d’investimento hanno già fatto pressione (attraverso loro consulenti) per ottenere contributi alla riconversione varietale dei carrubeti. Dall’altra parte, i comuni del Val di Noto stanno valutando l’istituzione di un “registro dei carrubeti storici” (alberi con più di 100 anni) per sottrarli alla logica della monocoltura intensiva.

Roberto Greco

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