Il Rapporto Annuale 2025 del Segretario Generale della NATO, presentato da Mark Rutte, non è solo un documento contabile: è la certificazione di una svolta epocale nella storia dell’Alleanza atlantica.Ma per capire davvero la portata di questo “più grande riarmo del dopoguerra”, serve andare oltre la provocazione e scomporre i numeri, i meccanismi e le implicazioni con i dati ufficiali della NATO e le proiezioni indipendenti.
I fatti nudi e crudi dal rapporto ufficiale
Secondo il Secretary General’s Annual Report 2025 e il rapporto sulle spese per la difesa (pubblicati a marzo 2026), la spesa totale per i requisiti di difesa core dell’Alleanza ha superato i 1.400 miliardi di dollari (prezzi costanti 2021). Gli Alleati europei e il Canada da soli hanno investito 574 miliardi di dollari, con un balzo reale del 20% rispetto al 2024. È il secondo anno consecutivo di crescita a doppia cifra: dal 2014 al 2025, l’incremento cumulato per Europa e Canada è del 106% in termini reali, pari a oltre un trilione di dollari aggiuntivi.
Per la prima volta nella storia, tutti i 32 Alleati hanno raggiunto o superato il target del 2% del PIL fissato nel 2014 al vertice del Galles. Tre Paesi (Polonia, Lituania e Lettonia) hanno già toccato il nuovo obiettivo intermedio del 3,5% per le spese core. L’Italia è certificata al 2,01% del PIL (circa 45-48 miliardi di euro secondo le stime NATO, con un aumento di circa 12 miliardi rispetto al 2024).
Ma la vera novità è il Hague Defence Investment Plan, approvato al vertice dell’Aia nel giugno 2025. Gli Alleati si sono impegnati a portare la spesa complessiva al 5% del PIL entro il 2035, suddiviso in 3,5% per le “esigenze difensive fondamentali” (core defence: armi, munizioni, capacità NATO) e 1,5% per investimenti “collegati alla difesa e alla sicurezza” (infrastrutture critiche, reti digitali, resilienza civile, innovazione dual-use e base industriale).
È una categoria elastica”, come la definisce lo stesso rapporto, che rende permeabile il confine tra bilancio militare e civile.
Il meccanismo PURL e il riequilibrio transatlantico
Uno dei capitoli più istruttivi del rapporto è il Prioritised Ukraine Requirements List (PURL), lanciato il 14 luglio 2025 da Rutte e Donald Trump. La NATO coordina la consegna di equipaggiamento militare americano all’Ucraina, ma sono gli Alleati europei a pagare. Entro fine 2025, oltre due terzi degli Alleati avevano contribuito. Gli USA forniscono (e guadagnano), l’Europa finanzia. Washington resta il 60% della spesa nominale totale dell’Alleanza (circa 838-980 miliardi di dollari a seconda delle stime), mentre Europa e Canada, pur crescendo, coprono ancora solo il 40%.
L’Italia nel mirino: contabilità creativa o vera svolta?
Il governo Meloni ha celebrato il raggiungimento del 2,01% come un successo, dichiarando che «non distoglieremo neanche un euro dalle altre priorità». Eppure, secondo analisi e conferme da osservatori indipendenti come Mil€x, una parte consistente dell’incremento (fino allo 0,4% del PIL) deriva da riclassificazioni contabili e non da nuovi stanziamenti reali. La spesa “pura” militare italiana resta intorno all’1,5% se si escludono alcune voci.
Per arrivare al 5% entro il 2035, l’Italia dovrebbe triplicare la spesa attuale, passando da circa 45 miliardi a 140-145 miliardi annui. Con un deficit già al 3,1% del PIL e un debito pubblico tra i più alti d’Europa, le opzioni sono limitate: tagli altrove, nuove entrate o ulteriore indebitamento. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio e agenzie di rating come Scope hanno lanciato l’allarme: ritardi nel risanamento dei conti e possibili downgrading del credito sovrano.
Bilanci pubblici sotto stress: welfare vs proiettili?
Il rapporto NATO celebra la “resilienza” e l’innovazione (Fondo DIANA con 150 nuove startup nel 2026, NATO Innovation Fund da oltre 1 miliardo di euro). Ma il costo sociale è sotto gli occhi di tutti. Come nota il pezzo di partenza, nessun altro obiettivo politico del decennio, ossia clima, sanità e scuola, ha visto una accelerazione simile. Agenzie di rating europee e think tank come Bruegel avvertono: un aumento strutturale della spesa militare rischia di comprimere investimenti sociali e di rallentare la transizione ecologica.
Dall’altra parte, il contesto geopolitico è implacabile: la guerra russa in Ucraina al quinto anno, minacce ibride, cyber e sotto-marittime. La NATO argomenta che senza questo riarmo la deterrenza collassa e il “miliardo di persone protette” (frase ripetuta sei volte nel rapporto) rischia di diventare un miliardo di persone esposte.
Ankara 2026 e il conto da pagare
Il prossimo vertice a luglio 2026 ad Ankara sarà il banco di prova. La Turchia di Erdoğan ospiterà un’Alleanza che si definisce “custode della democrazia”, mentre l’Europa dovrà decidere come finanziare il salto al 5%. L’Unione Europea ha già lanciato ReArm Europe (800 miliardi entro il 2030) e strumenti come SAFE, ma la domanda resta: chi paga davvero?
Il riarmo ridefinisce i bilanci pubblici non solo per le cifre, ma per la logica: la difesa diventa “investimento produttivo” che ingloba infrastrutture civili e innovazione. È una scelta politica epocale, presa senza un vero dibattito pubblico nei Parlamenti nazionali. Il dato su cui riflettere è però certo: un miliardo di persone protette. perchè i loro servizi pubblici non compaiono nel documento.
La storia dirà se questo sarà ricordato come l’inizio di una nuova sicurezza collettiva o come il momento in cui l’Europa ha sacrificato il proprio modello sociale sull’altare della deterrenza. I numeri sono chiari. Le scelte, ora, sono tutte da fare.
Roberto Greco