“Il suono in viaggio”: a UniPa dialogo tra musica, radici e nuove visioni generazionali

L’incontro “Il Suono in viaggio. Radici, ricerche e prospettive” ha visto protagonista Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, in un confronto diretto con gli studenti dell’Università di Palermo

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Il 13 aprile all’Università di Palermo, Jovanotti ha incontrato gli studenti in un evento che ha messo al centro musica, identità e linguaggi contemporanei, tra tradizione e futuro

In un tempo spesso frammentato, in cui i linguaggi si consumano rapidamente e le parole rischiano di perdere peso, giornate come quella di ieri restituiscono alla musica la sua funzione più autentica: creare connessioni, generare pensiero, aprire possibilità.

Ieri, 13 aprile, l’Università degli Studi di Palermo si è trasformata in uno spazio di dialogo vivo tra linguaggi, generazioni e visioni culturali. L’incontro “Il Suono in viaggio. Radici, ricerche e prospettive” ha visto protagonista Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, in un confronto diretto con gli studenti dell’Università di Palermo.

Ma più che la presenza del singolo artista, al centro della giornata è emerso un fenomeno culturale più ampio: quello di una musica capace di attraversare epoche e pubblici, di parlare linguaggi diversi e di restituire senso alle trasformazioni del presente. Le canzoni, in questo contesto, non sono soltanto espressione individuale, ma diventano strumenti di lettura del reale, spazi in cui le nuove generazioni riconoscono inquietudini, desideri e possibilità.

I testi, le parole, le immagini evocate, spesso immediate, altre volte stratificate, intercettano un bisogno profondo: quello di ritrovare autenticità in un tempo accelerato, di costruire identità che non siano rigide ma in continuo movimento. È qui che la musica si trasforma in linguaggio condiviso, capace di tenere insieme esperienza personale e dimensione collettiva.

Accanto a questa dimensione contemporanea, la partecipazione di Mimmo Cuticchio ha riportato al centro il valore della tradizione orale, mostrando come il racconto, ieri come oggi, resti uno strumento fondamentale per dare forma al mondo.

A coordinare l’incontro è stato il professor Sergio Bonanzinga, che ha costruito questo momento come un ponte tra ricerca accademica e pratiche vive, tra memoria e contemporaneità.

Etnomusicologo e docente all’Università di Palermo, il Professore Sergio Bonanzinga è tra i principali studiosi italiani delle tradizioni musicali popolari. I suoi studi si concentrano sui repertori orali, sulle pratiche performative e sui contesti culturali in cui la musica prende forma, con particolare attenzione all’area mediterranea. Da anni lavora per mettere in dialogo il sapere accademico con le espressioni vive del territorio, promuovendo iniziative che avvicinano gli studenti a esperienze dirette e partecipate.

Professor Bonanziga l’iniziativa “Il Suono in viaggio” mette in dialogo esperienze diverse: qual è il messaggio culturale che avete voluto costruire e trasmettere agli studenti?

«L’incontro si è articolato in due parti: una prima parte in cui io e Jovanotti abbiamo conversato su varie tematiche, associate a dei clip proposti, il primo sul tour in bicicletta. È stato interessante ricordare che nel 2013 aveva già incontrato gli studenti dell’Università di Palermo, anche se io non lo sapevo perché ero in anno sabbatico, e quindi non partecipai. Lui stesso ha ricordato quell’incontro come molto rapido, quasi un “abbraccio collettivo”, perché c’era molta gente e non ci fu una vera discussione. L’ultima sua presenza in Sicilia prima di oggi era stata nel 2018, quindi è passato molto tempo. Questo incontro è stato anche legato al fatto che farà due concerti a Palermo all’ippodromo il 29 e 30 agosto, con un evento da circa 50.000 posti, già in parte sold out, quindi era anche un sopralluogo e un’occasione di apertura alla città e all’università. Una seconda parte con domande, selezionate dallo staff del cantante, da parte degli studenti, quindi più interattiva».

Al di là dell’evento, quali competenze o consapevolezze vi aspettavate che gli studenti sviluppassero, confrontandosi direttamente con un artista come Jovanotti?

«Dal punto di vista delle competenze che ci si aspetta dagli studenti, direi che le domande che hanno fatto vanno già in questa direzione: il rapporto con la tecnologia, con la creatività, con la musica e con il valore anche pedagogico della musica. Jovanotti ha tenuto a precisare che l’artista non è un educatore né un pedagogo, ma un artista, e che ciò che fa, nasce da una necessità creativa. Tuttavia ha insistito molto sull’importanza dello studio, del tempo e della fatica nel costruire le proprie competenze e la propria capacità critica. Ha sottolineato quanto sia importante per i ragazzi non essere superficiali, non subire passivamente, ma costruire consapevolezza attraverso lo studio e l’impegno. È stato un passaggio molto forte, molto applaudito, ed è interessante perché detto da lui ha avuto un impatto diverso rispetto a quando lo dice un docente universitario. Abbiamo poi affrontato diversi temi, tra cui l’ultimo disco registrato a New York in sei giorni, in analogico, su nastro magnetico, quasi in presa diretta, quindi con una tecnologia più arcaica ma molto umana. Questo ha aperto una riflessione sul rapporto tra tecnologia e musica, su come oggi la tecnologia abbia cambiato sia la produzione sia la fruizione musicale. Un altro tema importante è stato quello dell’esperienza in Niger, che ha dato vita anche a un documentario disponibile su RaiPlay, con il concerto nel deserto insieme a Sahara Jam. In quel contesto si vedono anche canti e danze tradizionali. Lui ha riflettuto molto sulla trasversalità del ritmo come elemento che unifica culture diverse e sul rapporto tra musica e alterazione dello stato di coscienza, come accade nei fenomeni di trance. Da qui anche la riflessione sul fatto che non si può dire semplicemente che la musica sia un linguaggio universale: piuttosto è universale come il linguaggio, ma esistono lingue e musiche diverse, cioè culture che organizzano suoni e ritmi in modo differente».

Che tipo di coinvolgimento vi aspettavate dagli studenti e quali domande o temi pensava potessero emergere maggiormente dal loro confronto con l’ospite?

«Le domande degli studenti sono state selezionate e io stesso le ho lette durante l’incontro. I ragazzi hanno posto questioni molto centrate: la gioia come forma di resistenza, il tema dell’ispirazione, il valore del viaggio e del tour in bicicletta anche come modello eventualmente imitabile, il rapporto con altri artisti come Carmen Consoli, focalizzando l’attenzione sull’impegno politico e sociale contro l’indifferenza, il senso del pensiero positivo in un mondo attraversato da guerre e crisi climatiche, e il ruolo della leggerezza che non diventa superficialità ma forma di resistenza. Altri hanno chiesto del ruolo dell’artista oggi, della rete come principale mezzo di fruizione musicale e del rapporto tra generazioni. È emersa una grande varietà di temi che mostrano come i ragazzi lo percepiscano come un punto di raccordo tra mondi diversi e tra generazioni diverse».

Dal suo punto di vista di etnomusicologo, quali spunti di riflessione offrono la musica e i testi di Jovanotti per comprendere la contemporaneità e i linguaggi dei giovani?

«Dal mio punto di vista di etnomusicologo, ciò che interessa di più è il suo itinerario musicale: dalle premesse legate al rap e alla dance fino a un progressivo avvicinamento alla world music e a sonorità sempre più “etniche”, mantenendo però un linguaggio molto diretto e accessibile. Questo percorso mostra come possa convivere una grande semplicità comunicativa con una complessità culturale profonda. È interessante anche perché oggi Jovanotti tiene insieme generazioni diverse, cosa non affatto scontata. Uno dei problemi della musica oggi, soprattutto per chi appartiene alla mia generazione, è la distanza temporale e culturale rispetto ai giovani. Eppure Loenzo riesce a mantenere una vitalità e una capacità di relazione con pubblici diversi davvero notevole. Il fatto che un artista che lavora da oltre trent’anni continui ad avere un successo di questo tipo, riempiendo stadi e mantenendo un rapporto così diretto con i ragazzi, è un fenomeno anche sociologico da studiare».

Questo incontro può rappresentare un punto di partenza: quali sviluppi o nuovi percorsi immagina per portare avanti questo dialogo tra università, musica e ricerca?

«Questo tipo di esperienza si inserisce perfettamente nel lavoro che facciamo nel Dams. Io, come coordinatore, cerco da sempre di far dialogare la dimensione teorica della ricerca con quella pratica e performativa. Nel nuovo Dams, che partirà il prossimo anno accademico, ci sarà un curriculum denominato Recitazione, Professioni della scena e Pratiche del teatro di figura. L’idea è proprio quella di mettere in relazione studio e pratica, ricerca e scena. Abbiamo anche creato un contenitore, Dams in scena, che permette agli studenti di incontrare professionisti del mondo dello spettacolo, del cinema e della musica. Lo abbiamo fatto con diversi artisti, con i Sansoni, con Carmen Consoli, Paolo Buonvino e in generale con chi opera concretamente nei linguaggi che si studiano nei nostri corsi. Anche io stesso porto avanti questa idea, traducendo i miei studi in forme performative. È questa la direzione: far dialogare ricerca e pratica artistica in modo costante e strutturale».

All’Università di Palermo, ieri, non si è parlato soltanto di suono, ma di identità, di radici che non sono nostalgia e di futuro che non è fuga. Anche l’incontro tra visioni diverse – tra la contemporaneità di Jovanotti e la memoria viva di Mimmo Cuticchio – ha tracciato una linea continua, dimostrando che innovare non significa dimenticare, ma trasformare.

Per gli studenti, è stata un’occasione rara: non solo ascoltare, ma riconoscersi. Capire che anche da qui, da questa isola spesso raccontata per ciò che manca, può partire un nuovo modo di abitare il presente, più consapevole, più creativo, più libero.

Perché la cultura (e la musica in paricolare), quando è viva, non resta chiusa nei luoghi in cui nasce. Si muove, viaggia, cambia forma. E, se trova ascolto, può diventare strumento concreto per immaginare e costruire un tempo e quindi un futuro migliore.

Federica Dolce

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