Giornata Internazionale del Bacio: il valore di un gesto

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Il 13 aprile si celebra la Giornata Internazionale del Bacio. Una di quelle ricorrenze che scorrono veloci, tra immagini sui social e frasi che sembrano tutte uguali. Eppure, basta fermarsi un momento – davvero – per accorgersi che non è un gesto qualsiasi. Un bacio dice molto più di quanto siamo abituati a riconoscere. E, a volte, nasconde anche ciò che non riusciamo a dire.

Viviamo in un tempo in cui tutto tende ad essere accelerato. Le giornate passano senza che ce ne rendiamo conto, le parole si adattano agli spazi di uno scroll sul cellulare, le relazioni spesso restano in superficie. In mezzo a tutto questo, però, ci sono gesti che resistono. Il bacio è uno di questi. Non chiede spiegazioni. E forse proprio per questo rischiamo di darlo per scontato.

Un bacio non è solo affetto. È un linguaggio. Non esiste un modo di farlo giusto e uno sbagliato che valga per tutti. Succede, oppure no. E quando succede, lo si capisce subito. Non c’è una via di mezzo credibile: o ti arriva e lo senti in profondità, o resta lì, come un gesto vuoto.

Dentro un bacio c’è fiducia. C’è una forma di riconoscimento che non concediamo a chiunque. È un gesto semplice si, ma solo in apparenza, perché in realtà richiede presenza e partecipazione dei sensi. Quando quella manca, si avverte.

Non è un caso se quasi tutti ricordiamo il primo bacio. Non solo quello “in assoluto”, ma spesso anche altri “primi”: il primo con una persona importante, l’ultimo prima di un addio, il primo che ha cambiato qualcosa. Sono momenti che restano perché non riguardano solo il gesto, ma tutto ciò che lo precede: l’attesa, l’incertezza, il coraggio – o l’istinto – di avvicinarsi.

Un bacio può essere molte cose. Può essere quello leggero di un genitore sulla fronte di un figlio. Può essere un saluto veloce tra amici che non si vedono da tempo. Può essere un addio che pesa più di qualsiasi parola. In uno stadio, tra migliaia di persone, può perfino diventare contagioso, quasi un riflesso collettivo. Cambia il contesto, ma resta la capacità di dire qualcosa che non passa dalle parole.

Negli ultimi anni lo abbiamo capito meglio, forse senza volerlo. Durante la pandemia, il bacio è scomparso. All’improvviso non era più naturale. Era qualcosa da evitare, da tenere a distanza. E quella distanza, anche se temporanea, ha lasciato un segno più profondo di quanto si pensi.

Ci siamo accorti che il contatto non è scontato. Che stare accanto a qualcuno, senza pensarci troppo, è un privilegio che può venire meno da un giorno all’altro. Il bacio, in quel periodo, è diventato un’assenza visibile.

Oggi quel gesto è tornato, ma qualcosa è cambiato. Non tanto nel gesto in sé, quanto nel modo in cui lo viviamo. Forse siamo più consapevoli, o forse portiamo ancora dentro una traccia di quella distanza.

E mentre abbiamo recuperato il contatto fisico, non è detto che sia tornato con la stessa forza anche quello emotivo. Viviamo in un mondo che tende a semplificare tutto, anche le emozioni: un cuore, una faccina, una reazione veloce. Funziona, certo. Ma non è la stessa cosa.

Un bacio non si lascia comprimere come un file. Non può diventare un simbolo, non può essere sostituito da una notifica. O c’è davvero, oppure no. Un bacio chiede attenzione, anche pochi secondi, ma veri. Pieni.

Forse è per questo che oggi, in certe occasioni, sembra quasi fuori tempo. Il bacio ha bisogno di lentezza. Non funziona per accumulo, non diventa più consistente se si ripete distrattamente. Anzi, rischia di svuotarsi, di perdere il suo significato.

E allora, forse, una giornata come quella del 13 aprile ha senso solo se diventa un piccolo invito a fermarsi. Dobbiamo farci delle domande, magari scomode: sappiamo ancora vivere davvero i gesti che diciamo di celebrare, che definiamo preziosi? Oppure li attraversiamo, come tutto il resto, senza concederci il tempo di sentirli fino in fondo?

Mauro Faso

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