Ma in Sicilia si vola o si litiga?

Il Sicilia Express, la fazzolettata, la rissa alla stazione e il confronto impietoso con la Sardegna. Cronaca di una guerra dei poveri

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Caro lettore, la domanda di oggi arriva direttamente dal binario della stazione centrale di Palermo, dove lunedì si è consumata una scena che merita di essere raccontata per intero. Perché è il riassunto perfetto di come funziona — anzi, di come non funziona — la politica siciliana sui trasporti.

I fatti. La Regione Siciliana organizza il Sicilia Express, un treno pasquale per riportare a casa gli studenti fuorisede a prezzi calmierati. Iniziativa modesta ma comprensibile: un treno, qualche centinaio di posti, un gesto simbolico. Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, si presenta alla stazione con l’ex rettore Fabrizio Micari e i giovani di Futura per una “fazzolettata” di protesta: fazzoletti bianchi sventolati al treno in partenza, come si fa al molo quando il piroscafo parte per le Americhe. Scena pittoresca, vagamente cinematografica. Solo che alla stazione c’era anche l’assessore regionale ai Trasporti Alessandro Aricò, e tra i due è scoppiata la rissa verbale davanti alle telecamere. “Siete ridicoli, questo treno è una barzelletta, è il simbolo del vostro fallimento”, attacca Faraone. “E Renzi che ha fatto per la continuità territoriale? Nulla”, replica Aricò. Poi Faraone rilancia: “Siete voi che dovete emigrare, non i giovani”. E Aricò chiude: “Noi i giovani li facciamo tornare”.

Sipario. Applausi del pubblico. Interviene anche il sindaco Lagalla, che esprime solidarietà ad Aricò e invita tutti al rispetto. Fratelli d’Italia chiede addirittura di cacciare i renziani dalla giunta comunale. Una giornata produttiva, insomma.

Ora, il lettore potrebbe chiedersi: ma il problema dei trasporti siciliani, nel frattempo, qualcuno lo ha risolto? La risposta è no. E qui le cose si fanno serie.

In Sardegna, dal 29 marzo 2026, è operativa la nuova continuità territoriale aerea. Un residente sardo vola da Cagliari a Roma a circa 49 euro. Da Cagliari a Milano a 62 euro. Tariffa fissa, garantita tutto l’anno, indipendente dalle fluttuazioni di mercato. Le agevolazioni sono estese a studenti, over 70, disabili, lavoratori con sede stabile nell’isola, e perfino ai parenti fino al terzo grado dei residenti. I sardi hanno negoziato per mesi con la Commissione europea e con il Ministero, e hanno ottenuto un sistema strutturale, permanente, con frequenze garantite e fasce orarie distribuite nell’arco della giornata.

E in Sicilia? La Regione offre un bonus del 25 per cento sul prezzo del biglietto aereo per i residenti, con un ulteriore 25 per cento per le categorie fragili. Misura rinnovata di anno in anno, spesso in ritardo, con rimborsi che arrivano con il contagocce. Sotto le feste — cioè esattamente quando servirebbe — i prezzi esplodono e lo sconto diventa una barzelletta aritmetica: il 25 per cento di 500 euro è comunque 375 euro, cioè più di quanto un sardo paga l’intero viaggio andata e ritorno per Milano. L’assessore Aricò spiega che la continuità territoriale classica — con affidamento in esclusiva a un vettore — non è applicabile a un’isola di cinque milioni di abitanti. Può darsi. Ma la Sardegna ha dimostrato che si possono negoziare modelli flessibili con l’Europa, mentre la Sicilia si è fermata alla logica dell’elemosina stagionale.

Leonardo Sciascia, che della Sicilia conosceva vizi e virtù meglio di chiunque, scrisse che il guaio dei siciliani è credere che la realtà non esista. Ecco: la realtà è che un palermitano che vuole tornare a casa per Natale paga come se prenotasse un volo intercontinentale, mentre un cagliaritano viaggia a tariffa garantita. La realtà è che i sardi parlano di meno e fanno di più. La realtà è che alla stazione di Palermo, invece di lavorare insieme per risolvere il problema, i nostri rappresentanti si esibiscono in un duello da avanspettacolo — con la fazzolettata da un lato e il “cosa ha fatto Renzi?” dall’altro — mentre cinque milioni di cittadini restano ostaggio delle compagnie aeree.

È la guerra dei poveri. E poveri, in questa storia, sono i siciliani. Che però — ed è questo il punto dolente — si limitano a protestare davanti alla tazzina del caffè. Il bar è il vero parlamento siciliano: lì si denuncia, si analizza, si sentenzia, si condanna. Poi si paga il conto e si torna a casa. Quando si tratta di tradurre l’indignazione in azione — votare diversamente, pretendere conto, mandare a casa chi trasforma i diritti dei cittadini in uno spettacolo da baraccone — cala il silenzio. I politici lo sanno, e proprio per questo si permettono scene come quella della stazione: tanto il siciliano si sfoga al bancone, non alle urne. Finché la protesta resterà confinata tra un cornetto e un espresso, la scena si ripeterà identica: cambierà il treno, cambierà l’assessore, cambierà il contestatore, ma il copione resterà lo stesso. E i biglietti — quelli veri, quelli aerei — costeranno sempre di più.

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avv. Stefano Giordano, Studio Legale Giordano & Partners — Milano / Palermo

Avv. Stefano Giordano

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