Bernardo Provenzano, l’ultimo padrino nascosto tra formaggi e cicoria

In quegli attimi, il silenzio della campagna corleonese viene squarciato dalle grida degli uomini della "Squadra Catturandi" della Questura di Palermo. Provenzano non oppone resistenza. Solleva appena gli occhiali da vista. "Come state? Cosa volete?", chiede con voce calma. Dopo 42 anni, 7 mesi e 1 giorno, la sua fuga è finita

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L’11 aprile 2006, la fine della latitanza più lunga di Cosa Nostra e i misteri ancora aperti sulla “protezione” di Bernardo Provenzano

Sono da poco passate le 11:00 dell’11 aprile 2006 in una campagna ventosa a Montagna dei Cavalli, frazione di Corleone distante appena tre chilometri dal centro abitato. Dentro un casolare fatiscente, un uomo anziano, vestito con una semplice tuta da ginnastica e armato solo di una vecchia macchina per scrivere, sta cucinando del formaggio. L’odore acre del pecorino stagionato si mescola al puzzo di muffa dei muri. Quell’uomo è Bernardo Provenzano, detto “Zu Binnu” o “U Tratturi”. È il Capo dei Capi di Cosa Nostra. Ed è ricercato dal 10 settembre 1963.

In quegli attimi, il silenzio della campagna corleonese viene squarciato dalle grida degli uomini della “Squadra Catturandi” della Questura di Palermo. Provenzano non oppone resistenza. Solleva appena gli occhiali da vista. “Come state? Cosa volete?”, chiede con voce calma. Dopo 42 anni, 7 mesi e 1 giorno, la sua fuga è finita.

Questa è la storia di come la macchina dello Stato ha impiegato oltre quattro decenni per acciuffare un uomo che, in tutto quel tempo, non ha mai lasciato la provincia di Palermo. Ed è la storia delle ombre che lo hanno protetto.

Il profilo criminale: l’antitesi di Riina

Bernardo Provenzano, corleonese classe 1933, rappresenta l’evoluzione strategica di Cosa Nostra nel post-stragismo. Se Totò Riina era il carro armato che dichiarava guerra allo Stato, Provenzano era il sommergibile.

L’ascesa nel sangue: insieme a Luciano Liggio e Totò Riina, Provenzano fu uno dei protagonisti della sanguinaria ascesa dei Corleonesi. Il suo nome compare nella sentenza del processo di Bari del 1969 per l’omicidio del boss Michele Navarra. Divenne il braccio armato e poi il reggente del potere corleonese.

Il killer spietato: nella stagione della “Seconda guerra di mafia” (1981-1983), mentre Riina pianificava la decimazione della famiglia palermitana (Bontade, Inzerillo), Provenzano era l’esecutore logistico. Ma il suo vero “capolavoro” criminale venne dopo il 1993.

La “Pax Mafiosa” e la Strategia della Sommersione: dopo le stragi di Capaci, Via D’Amelio e quelle continentali del 1993 (Firenze, Milano, Roma), Provenzano capì che la strategia terroristica di Riina e dei fratelli Graviano stava portando Cosa Nostra all’annientamento. Da latitante, impose la cosiddetta “Trattativa” implicita: non più attentati eclatanti, non più morti eccellenti.

La gestione occulta degli appalti: “Zu Binnu” non parlava al telefono. Comunicava tramite i famosi pizzini: foglietti di carta scritti a macchina con un cifrario biblico e riferimenti alla Provvidenza. Il suo obiettivo non era il controllo militare del territorio, ma il controllo economico: appalti pubblici, sanità privata, movimento terra. Era l’uomo che garantiva la “messa a posto” (il lavoro) per il sostentamento dei picciotti.

Il contesto mafioso del 2006: l’anno del vuoto di potere

Per capire la cattura di Provenzano, bisogna fotografare Cosa Nostra nel 2006. Dal 1992 al 2002, lo Stato aveva arrestato non solo Riina, ma anche Pietro Aglieri, Giuseppe Guttadauro (il medico, mente raffinata di Provenzano) e Nino Giuffrè (il grande pentito di Caccamo). Provenzano era l’unico superstite di rango della vecchia Cupola. Teneva in piedi l’organizzazione, ma il suo potere era indebolito dal logorio della latitanza e dalla mancanza di un erede designato carismatico (Matteo Messina Denaro era ancora troppo lontano geograficamente e culturalmente). Il Pentimento di Nino Giuffrè, avvenuto nel 2002, fu il colpo mortale. Giuffrè (boss di Caccamo detto “Manuzza”) era stato per anni il segretario particolare di Provenzano, colui che traduceva i pizzini e gestiva i collegamenti. La sua collaborazione con il procuratore Michele Prestipino e il PM Antonio Ingroia aprì uno squarcio definitivo sulla mappa della latitanza e sul sistema di “manutenzione” del latitante.

La latitanza e le coperture: il paradosso di Corleone

Qui si entra nel terreno più scivoloso e meno processato dell’inchiesta. Com’è possibile che l’uomo più ricercato d’Italia vivesse a pochi passi dalla casa della madre e dell’ospedale di Corleone dove si curava (il famoso “Casolare di Via De Gasperi” era visibile dalla strada statale)? Provenzano non è mai stato a Palermo. Ha vissuto sempre nel triangolo Corleone-Villabate-Bagheria. La sua protezione era garantita dal silenzio omertoso di massa di un intero paese e dalla rete di “campieri” e contadini che fungevano da vedette. Non era una protezione “di vertice” ma una rete di prossimità fatta di parenti, affini e piccoli boss locali. L’aspetto più inquietante emerso dalle indagini riguarda la Prostata. Nel 2003, Provenzano si era recato in una clinica a Marsiglia per operarsi. I magistrati scoprirono che per organizzare quel viaggio e le cure mediche in Italia (fatte con nome falso), l’organizzazione aveva goduto di contatti in ambienti medici. Sebbene non sia mai stata provata in giudizio una copertura politica istituzionale diretta, è emersa una zona grigia fatta di collusioni professionali: avvocati, medici compiacenti e, soprattutto, imprenditori collusi con la politica regionale che garantivano il flusso di denaro necessario alla sua “manutenzione”. Il collaboratore Giuffrè raccontò di un vecchio appunto in cui si parlava di un contatto di Provenzano con un fantomatico “Signor Franco”. L’identità di questo canale di dialogo con mondi esterni a Cosa Nostra rimane uno dei grandi enigmi irrisolti della stagione stragista.

I volti della cattura: la Squadra Catturandi e lo SCO

La cattura di Provenzano non fu frutto di un blitz casuale. Fu l’apice di un lavoro certosino di intelligence investigativa condotto da 18 donne e dagli uomini della Squadra Mobile di Palermo e 8 del Servizio Centrale Operativo (SCO) della Polizia di Stato e ccordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm Michele Prestipino e Marzia Sabella. Diretta all’epoca dal Questore Giuseppe Caruso e dal Capo della Mobile Giuseppe Gualtieri, la “Catturandi” era una sezione speciale guidata dal Vice Questore Aggiunto Renato Cortese.
Il cuore operativo della cattura fu il lavoro di intelligence sul territorio. Gli investigatori, analizzando le esigenze mediche di Provenzano e i flussi di biancheria e viveri, restrinsero il cerchio su Corleone. Fondamentale fu il coordinamento strategico e tecnologico dello SCO di Roma, guidato dal Direttore Gilberto Caldarozzi e dal Prefetto e Direttore della Direzione Centrale Anticrimine Francesco Gratteri. Lo SCO fornì il supporto per le intercettazioni ambientali a distanza e l’analisi dei flussi informativi, oltre agli 8 uomini di supporto logistico presenti quel giorno.

La frase che segnò un’era

Quando gli uomini dello Stato entrarono e si trovarono davanti il vecchio con il cappello di lana, non ci fu bisogno di sparare. Provenzano, guardando Renato Cortese, mormorò una frase che racchiude tutta la sua parabola criminale e la sconfitta psicologica di quel momento: «Lei non sa quello che si è perso. Se non mi prendevate oggi, io entro tre anni sparivo davvero».

Era la confessione implicita della stanchezza. Il boss invisibile voleva uscire di scena. Lo Stato glielo ha impedito quando ormai il suo mito era già stato scalfito dalle microspie e dai tradimenti dei suoi più stretti collaboratori.

Il silenzio del 41-bis e la morte

Bernardo Provenzano morì nel carcere di Parma il 13 luglio 2016, all’età di 83 anni, senza aver mai proferito una parola di collaborazione con i magistrati. Portò nella tomba i segreti sulle stragi del ’92-’93 e sui rapporti tra Cosa Nostra e la massoneria deviata. La sua cattura rimane una delle più grandi vittorie della Polizia di Stato italiana, ma anche il simbolo di un territorio, Corleone, che per 43 anni ha scelto di non vederlo cucinare il suo formaggio dietro l’angolo di casa.

Roberto Greco

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