Il Cristo deposto dalla Croce

Nei Vangeli canonici la deposizione viene solo menzionata (Matteo 27,59; Marco 15,46; Luca 23,53; Giobbe 19,38–42). Le figure di Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo provengono per lo più dal Vangelo di Nicodemo (apocrifo), che li presenta come seguaci privati di Gesù

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Il rito della deposizione di Cristo dalla Croce affonda le radici nell’antica liturgia pasquale cristiana. Fin dal IV secolo, nella Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme si celebra il Pontefice Elevat, o visita del calvario, culminando nel Sandrotherium serale: una processione funebre che «ripercorre nella notte la via verso la tomba» del Signore. Francesco Patton, custode francescano di Gerusalemme, documenta il rito contemporaneo: due diaconi scalano il Calvario, spogliando la corona di spine e i chiodi dal crocifisso; il corpo di Gesù, disteso su un lenzuolo, viene portato fino alla Pietra dell’Unzione, dove «viene unto e profumato come fecero Giuseppe e Nicodemo». In seguito il simulacro viene deposto nel Sepolcro con solenni versetti in più lingue, avvolgendo i fedeli nel silenzio del Sabato Santo.

Nella tradizione cattolica occidentale, il Venerdì Santo prevede la Via Crucis (processione devozionale tra stazioni), l’adorazione della Croce in chiesa e la sepoltura simbolica del Cristo morto. Il rito ambrosiano di Milano, ad es., prevede una vera «Deposizione del Signore» nella liturgia, con canti e preghiere specifici. Nelle confraternite e nelle chiese d’Italia si è tramandata la usanza di creare un “Sepolcro” decorato e di portare in processione grandi simulacri lignei del Cristo Morto o della Deposizione (come avviene nel Santo Sepolcro di Roma o nei Misteri pasquali siciliani). Le processioni dei Misteri (nel Sud e nelle isole) trasportano statue in legno o cartapesta che raffigurano episodi della Passione (Crocifissione, Deposizione, Sepoltura), parte integrante del patrimonio barocco devozionale.

Mitologia, racconti apocrifi e tradizioni popolari

Nei Vangeli canonici la deposizione viene solo menzionata (Matteo 27,59; Marco 15,46; Luca 23,53; Giobbe 19,38–42). Le figure di Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo provengono per lo più dal Vangelo di Nicodemo (apocrifo), che li presenta come seguaci privati di Gesù. Queste fonti apocrife arricchiscono la narrazione: Nicodemo porta con sé un vaso di mirra e aloe per l’unzione del corpo di Cristo, e, assieme a Giuseppe, lo libera dai chiodi con tenaglie e lo avvolge in bende funerarie. I particolari drammatici che ne derivano – come l’estrazione lenta dei chiodi e le palme riversate del Salvatore – sono registrati anche nella devozione popolare e nell’iconografia sacra.

La tradizione folklorica medievale dipinse infine un quadro familiare della scena: si assiste a Cristo deposto tra le pie donne e gli apostoli, con Maria (talora svenuta, altre volte disperata in piedi) che talvolta abbraccia ancora il Figlio. Spesso è presente Maria Maddalena, inginocchiata mentre bacia i piedi insanguinati del Redentore, e San Giovanni piangente. Questi elementi compaiono ripetutamente nelle sacre rappresentazioni e nelle processioni della Settimana Santa. In Italia, i racconti popolari del Venerdì Santo inducono ancora a vedere segni soprannaturali (ad es. le campane ferme, i dolori fisici delle statue della Pietà) e l’allestimento dei Sepolcri domestici o parrocchiali, eredità di antiche liturgie penitenziali.

Iconografia e simbolismo della scena

Iconograficamente la Deposizione coniuga elementi di sepoltura e dolore materno. Si distingue dalla Pietà (dove Maria tiene Cristo morto in grembo) e dall’Entombment (versamento nel sepolcro), perché introduce i figure maschili dell’azione (Nicodemo, Giuseppe, talvolta laddove sono raffigurate in piedi sul patibolo). Tradizionalmente, l’episodio è raffigurato con due scale (una per Nicodemo, una per Giuseppe), un telo o sudario che avvolge il Corpo, e gli strumenti della Passione: coron a di spine e chiodi (talvolta tenuti in mano dal servitore sullo sgabello).

Le pose e i gesti comunicano il dramma: la Vergine Maria è frequentemente ritratta in atto di svenire o con le braccia tese in un ultimo saluto, seguendo un’archetipo medioevale di «fuga» del dolore; Maddalena è in ginocchio, spesso in un atteggiamento di suprema pietà che la porta ad accostare il volto o le mani ai piedi di Cristo. San Giovanni appare angosciato con le braccia aperte o le mani al petto. Colori e luci sottolineano la scena sacra: in Van der Weyden, ad esempio, il Cristo è dipinto con carnagione assai pallida (grigiastra) mentre Maria è avvolta in candido bianco, creando un contrasto cromatico fortissimo. Nello stesso dipinto un rosso vibrante (a colpo d’occhio nell’abito di Giovanni) e un blu profondo (nel manto della Madonna) guidano l’attenzione sui personaggi centrali. Oggetti simbolici completano la scena: un teschio di Adamo è spesso presente ai piedi della croce (richiamo alla redenzione dell’umanità dal peccato originario), mentre il sudario stesso evoca la Sindone. La scena è concepita a volte con composizione piramidale o circolare, enfatizzando un coinvolgimento collettivo: secondo Beth Harris e Steven Zucker, Van der Weyden elimina lo sfondo spaziale, disponendo i personaggi «in un’architettura di emozione, in cui la profondità scompare e i personaggi fluttuano come statue viventi».

Excursus: capolavori d’arte della Deposizione

Di seguito sono catalogate alcune delle più celebri opere sul tema, con dati essenziali e note interpretative.

  • Rogier van der Weyden, Deposizione dalla Croce (1435, Madrid, Prado, tavola a olio). Padiglione centrale della Cappella dei Balestrieri a Lovanio, grande polittico che ritrae Cristo calato dalla croce. Tre uomini (un giovanetto con un sacchetto dei chiodi, Nicodemo con il braccio destro di Cristo, Giuseppe d’Arimatea col braccio sinistro) reggono il Corpo esamine. La Vergine, col volto lontano dal dramma, giace quasi svenuta sorretta da Giovanni e Maria Salome, mentre Maria Maddalena ha un lucente manto verde ai piedi di Cristo. Van der Weyden enfatizza la pietà (compassio) con agili diagonali compositive e vivaci contrasti cromatici: il grigiore del cadavere contrapposto al bianco accecante della Madonna e al rosso acceso del mantello di san Giovanni. (Opera cardine del gotico fiammingo, con straordinaria intensità emotiva e dettaglio raffinato.)
  • Fra Angelico (e Lorenzo Monaco), Deposizione di Santa Trinità (1432-1434, Firenze, Museo di San Marco, tempera su tavola). Cenacolo realizzato dopo il 1424 (Lorenzo Monaco morì). Lo schema è piramidale: al centro Cristo già calato, sorretto da uomini col volto distaccato. Alla sinistra della scena due pie donne preparano il lenzuolo e unguenti, sul lato destro gruppi maschili discutono tra loro. La tavolozza è luminosa: ardesia, rosa e oro, con simbolismo tomista della luce divina. Le figure levitano nella scena senza profondità (colori luminosi su sfondo chiaro). Nel registro superiore (cuspide) si nota un paesaggio fiorente di piante primaverili, allegoria di resurrezione e vita eterna.
  • Michelangelo, Deposizione (o Pietà Bandini) (1547-1555, Firenze, Museo dell’Opera del Duomo, marmo). Scultura marmorea incompleta nota come Pietà Bandini. Ritrae un Cristo semidisteso sorretto da Nicodemo (ritratto dello stesso Michelangelo) e da due donne (Madonna e Maria Maddalena). Il gruppo ha pose contorte e dolorose, molto espressive; facesse di Nicodemo ricordano l’artista stesso. L’opera era concepita come altorilievo, rimase incompiuta ma influenzò la raffigurazione tridimensionale del compianto.
  • Caravaggio, Deposizione dalla Croce (1603-1604, Roma, Pinacoteca Vaticana). Tela barocca commissionata da G. Vittrice per la Cappella del Buon Pastore (S. Maria in Vallicella). Cristo è già calato, adagiato sul basso sarcofago che richiama la Pietra dell’Unzione. Accanto a lui Maria (la Vergine) svenuta appoggiata al sarcofago, Maria Maddalena adorante e san Giovanni. A lato Giuseppe d’Arimatea (figura barbuta) ai piedi del lettuccio funerario e Nicodemo dolente al capezzale. Notabile è la posizione insolita: la Vergine tiene con delicatezza il braccio sinistro del Figlio (detto “braccio Maria”), rinvio agli Evangelisti apocrifi e alla Resurrezione imminente. Caravaggio rompe con il buio pittorico tradizionale: luce diretta illumina i volti e la carne morta del Cristo in modo quasi scultoreo, enfatizzando il realismo e il pathos. La composizione ravvicinata, senza paesaggio sullo sfondo, concentra l’attenzione sulla morte sacrificale di Gesù (alcuni recensori rilevarono come papa Paolo V lo definì “il più bel quadro di questo tema nel mondo cristiano”).
  • Peter Paul Rubens, Compianto sul Cristo morto (1601-02, Roma, Galleria Borghese, olio su tela). Dipinto giovanile attribuito ai banchieri Montalto, per lungo tempo erroneamente creduto di Van Dyck. Al centro il corpo del Cristo morto adagiato orizzontalmente su un sarcofago, con i piedi a sinistra. Alla testa si trova Nicodemo in secondo piano, ai piedi Giuseppe. In primo piano Maria (Vergine) che sorregge il capo del Figlio, e sulla destra Maria Maddalena inginocchiata. San Giovanni è in alto, dietro Maria in rosso, e altre pie donne. La scena è drammatica: vividi contrasti di colore e chiaroscuro accentuano il dolore, con luci forti che evidenziano le pieghe dei tessuti e le tensioni muscolari. L’influenza di Caravaggio è evidente nella scelta di saturi vermigli (in particolare nel mantello di Giovanni) e uno sfondo scuro che concentra l’attenzione sui personaggi. Obiettivo di Rubens è l’effetto emotivo e spettacolare, seguendo modelli fiamminghi (broccati, ambientazione notturna) e la tavolozza veneziana (tonalità calde e colori complementari).
  • Pontormo (Jacopo da Pontormo), Deposizione (Entombment) (1525-1528, Firenze, Santa Felicita). Affresco chiave del Manierismo. Qui il Cristo svanisce da ogni contesto reale: non c’è croce visibile né paesaggio, solo uno sfondo indefinito. Le figure fluttuano in una composizione quasi circolare, articolata in uno “stacco piramidale spezzato”: alla base due giovani angeli che sollevano il corpo di Cristo (il gruppo centrale), a sinistra la Vergine in piedi col volto in estasi verso il cielo, sopra san Giovanni con braccia aperte, sullo sfondo due donne in atteggiamento attonito. I colori sono iridescenti e inattesi (delicati rosa, azzurrini, gialli sbiaditi) e il chiaroscuro calato all’essenziale. Nonostante la freddezza cromatica, l’opera esplode in pathos di gesti: Maria pare allungare lo sguardo verso il volto del Figlio, le vesti frammentano in pieghe tensionate, e gli angeli sostengono leggermente il cadavere come in un sogno visionario. Critici considerano la Deposizione di Pontormo un “capolavoro fondante del Manierismo”: un’interpretazione anticonformista del dolore sacro, in cui la prospettiva tradizionale è abbandonata e l’emozione è espressa tramite contorsioni eleganti e colori acidi.
  • Rosso Fiorentino, Deposizione di Volterra (1521, Volterra, Pinacoteca Civica, olio su tavola). Capolavoro manierista dei primi anni ’20. Nel dipinto l’azione è divisa in due livelli asimmetrici: in alto due uomini (Nicodemo e un discepolo) abbassano il Corpo sulle spalle di due scale, mentre in basso la Vergine svenuta e altre pie donne circondano Cristo. Le vesti sono cariche di tonalità stridenti (il rosso del mantello della Maddalena spicca, accanto a verdi grigiastri e gialli desaturati). Le figure hanno forme nervose e deformate (si riconoscono in Nicodemo lineamenti mascherati), le angolazioni sono esasperate e i contrasti chiaroscurali drammatici. Mancano legami spaziali logici tra le parti: la composizione è volutamente fratturata, rispecchiando un senso di «convulsione» spirituale. L’opera possiede un’energia tormentata, con corpi deformati e pose forzate che precorrono esiti espressionisti – un “prototipo del Manierismo” come lo definì un critico inglese, segnato da crudeltà cromatica e violenza emotiva.
  • Titiano, La Deposizione (1525, attribuzione e Coll. privata) e Titiano, Sepoltura di Cristo (1572, Parigi, Louvre, tela). Il grande veneziano affrontò il tema più volte. Nella Deposizione giovanile (ancora agli inizi del 1525) tre uomini (Nicodemo, Giuseppe, Giovanni) portano il corpo al sarcofago, mentre Maria e la Maddalena reggono il torso: il chiaroscuro intenso fa del cadavere il fulcro luminoso della scena. Più tardi (1572) Titiano dipinge La Sepoltura (Prado): Cristo è adagiato su una tomba classica sorretto da Giuseppe e Nicodemo; sorprendentemente la Vergine, al centro, tiene una mano del figlio (un episodio non canonico), mentre Maria Maddalena è inginocchiata ai piedi. Entrambe le versioni riflettono l’attenzione di Tiziano al colore e alla composizione piramidale, ma la versione matura del Louvre mostra maggior monumentalità e uno sfondo scuro che evidenzia la solennità del rito funebre.
  • Gruppi scultorei: Degni di rilievo sono i complessi scultorei del Compianto sul Cristo morto, come quello in terracotta invetriata di Niccolò dell’Arca (1463, Bologna, S. Maria della Vita). Esso schiera 7 statue a grandezza naturale – Maria, le tre Marie, Giovanni e Giuseppe d’Arimatea – intorno al corpo di Cristo che giace tra loro, in un’espressività quasi teatrale di grido pietrificato. La loro gestualità furiosa e lo pathos drammatico ne fanno un “urlo marmoreo” del Rinascimento italiano. Anche le confraternite popolari produssero gruppi lignei come quello della Deposizione di Trapani (1619, attribuito ad Antonio Nolfo): un simulacro portato in processione con la scena di Cristo deposto ai piedi della croce, la Madonna Addolorata e san Giovanni sconvolti dal dolore.

Fra fede, arte e cultura popolare

Il tema della Deposizione combina fede, arte e cultura popolare in una molteplicità di espressioni. Sul piano storico-sacrale, esso rappresenta il passaggio dal dolore alla speranza pasquale: Cristo “scende dalla croce” per mostrarsi agli apostoli prima della resurrezione. Nonostante la chiarezza narrativa delle Scritture, persistono domande esegetiche, ad esempio sul ruolo esatto di ciascun personaggio o sul destino delle reliquie, che la Tradizione (cristiana e apocrifa) ha cercato di colmare con miti e leggende. Alcune questioni rimangono aperte: quant’è fondata la presenza di Maria abbracciata a Cristo sulla croce, dato che i Vangeli non lo descrivono esplicitamente? Perché in certe iconografie si mostra Cristo già calato e in altre appena issato? La ricca iconografia post-tridentina, voluta dalla Controriforma, fu soggetta a dibattito critico: Varianti interpretative (p.es. nella Deposizione di Caravaggio) dimostrano che ogni artista tratteggia la scena secondo sensibilità personali e obiettivi devozionali.

Per approfondire il tema si suggerisce lettura di testi specialistici, come le monografie su Van der Weyden e il Debat figurativo, saggi sul teatro sacro medievale e fonti liturgiche storiche (itinerari di Via Crucis, fonti conciliarie sull’arte sacra). Tra le opere da approfondire segnaliamo gli studi di Otto Simson su Van der Weyden, le ricerche di Jules Piccus sulla deposizione come mistero pasquale, e i cataloghi delle confraternite siciliane sui Misteri. Infine, la valutazione iconografica comparativa può essere ampliata con risorse digitali, icataloghi museali e i database accademici sul sacro.

Roberto Greco

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