Nucleare, l’Italia e il prezzo delle scelte dettate dalla paura

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Il ritorno del nucleare nel dibattito politico italiano riporta a galla una domanda mai davvero risolta: quanto sono costate, e quanto pesano ancora oggi, le scelte compiute sull’onda dell’emotività? È da qui che prende le mosse la riflessione di Vincenzo Piccione, già docente dell’Università di Catania e studioso di temi ambientali come crisi climatica, desertificazione e perdita di biodiversità. «Il caso del nucleare in Italia è il paziente zero di una patologia comunicativa e politicaosserva – in cui lo strumento referendario si è trasformato da esercizio di partecipazione a rito collettivo guidato dalla paura».

Il cortocircuito tra politica e conoscenza

I referendum del 1987 e del 2011, maturati rispettivamente sull’onda emotiva di Chernobyl e Fukushima, hanno segnato la fine del nucleare nel nostro Paese. «Non si è trattato di un processo di conoscenza collettivainsiste Piccione -, ma di una reazione emotiva. La politica non ha istruito il voto: ha cavalcato la paura. In questo senso, la trasformazione del principio einaudiano del “conoscere per deliberare” in un più immediato “reagire per esistere” descrive la deriva di quel passaggio storico».

Il costo economico di una rinuncia

Le conseguenze economiche di quella scelta sono tutt’altro che trascurabili. «Non esiste una cifra ufficiale unica, anche perché sarebbe politicamente scomodaprecisa Piccione -. Tuttavia, le analisi disponibili delineano un quadro preciso, infatti parliamo di un dispendio di denaro che può essere quantificato tra i 100 e i 120 miliardi di euro in circa trent’anni».

Una cifra legata soprattutto alla maggiore dipendenza energetica dall’estero e all’acquisto di elettricità prodotta, in molti casi, proprio da centrali nucleari situate oltre confine. «Il paradosso italiano – sottolinea ancora Piccione -, è che paghiamo il rischio nucleare e paghiamo l’energia, ma non abbiamo i benefici della produzione interna».

A questo si aggiungono i costi dello smantellamento. «Abbiamo già speso miliardi per il decommissioning e le stime complessive continuano a salire – spiega -. È un investimento che non produce un solo kilowattora».

Il paradosso delle competenze perdute

Ancora più significativo è forse il tema del capitale umano. L’Italia ha formato, nel corso di decenni, migliaia di ingegneri nucleari, investendo risorse pubbliche ingenti in un settore poi abbandonato. «Abbiamo costruito un’eccellenza accademica straordinaria, erede della scuola di Fermi e Amaldi» ricorda Piccione.

Eppure, quel patrimonio non ha trovato spazio nel Paese. «Il mercato interno non è in grado di assorbire queste competenzespiega – e quindi le esportiamo. Regaliamo professionisti altamente qualificati a Paesi stranieri». Un fenomeno che si traduce in una perdita secca per il sistema Italia: «È un investimento pubblico che va a beneficio di altri».

Quando la specializzazione viene dispersa

La mancanza di un settore nucleare attivo ha prodotto anche effetti distorsivi sul piano professionale. «Il problema non è solo la fuga dei cervelliosserva il docente – ma anche il loro cattivo utilizzo».

Molti professionisti altamente specializzati sono stati impiegati in ambiti lontani dalle loro competenze originarie. «Inserire un ingegnere nucleare a occuparsi di materie completamente diverse – spiega – non è solo uno spreco economico. È un danno sistemico».

Secondo Piccione, il risultato è una forma di “tecnocrazia dell’incompetenza”, in cui il professionista, pur preparato, tende a rifugiarsi nel formalismo burocratico per paura di sbagliare. Le conseguenze si riflettono direttamente sull’efficienza della macchina pubblica. «Se l’incompetenza applicata alla botanica può far sorridere, quella applicata alle scelte energetiche di un Paese è una tragedia» sottolinea Piccione.

Il danno invisibile: un’industria mai nata

Oltre ai costi diretti e alle inefficienze, esiste infine un danno più difficile da quantificare ma altrettanto rilevante. «Abbiamo perso un intero settore industriale afferma Piccione -. L’Italia, un tempo all’avanguardia nella ricerca nucleare, ha progressivamente abbandonato la scena. Abbiamo smesso di fare ricerca applicata proprio quando eravamo tra i leader e oggi paghiamo quella scelta».

Il ritorno del nucleare nel dibattito europeo, anche grazie agli Small Modular Reactors, rende ancora più evidente questo ritardo. «Il danno economico qui è incalcolabileaggiunge – perché riguarda opportunità che non torneranno».

Il nodo irrisolto dei referendum

La riflessione si sposta, infine, sul ruolo del referendum: «È uno strumento fondamentale della democrazia – riconosce Piccione – ma può diventare pericoloso quando il cittadino viene lasciato solo davanti a scelte tecniche complesse».

Il rischio, secondo il docente, è che si trasformi in «una cambiale in bianco firmata sull’onda dell’emotività che stiamo ancora pagando oggi, in bolletta e in perdita di competitività». Il nodo resta dunque aperto: come conciliare partecipazione e competenza? «Questa – conclude – è la vera sfida delle democrazie moderne».

Sonia Sabatino 

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