Martedì 31 marzo, a Palermo, alle ore 19:00 va in scena “Domandare è lecito…”: la performance della compagnia Gli Accompagnati che affronta il tema della disabilità e pregiudizio demolendo stereotipi a colpi di ironia, insolenza e pura verità
Se siete abituati a una narrazione più rassicurante o addolcita della fragilità, questo spettacolo potrebbe sorprendere. All’Auditorium San Mattia ai Crociferi, il 31 marzo, saliranno sul palco otto attori con un’energia intensa, fatta di ironia, rabbia e verità, lontana da qualsiasi idea di rappresentazione “garbata” o accomodante, portando sul palco una riflessione diretta su disabilità e pregiudizio.
La performance “Domandare è lecito…” è il frutto del percorso creativo dei partecipanti al workshop locale del progetto europeo # ArtElevate coordinato da Zavod Aspira in Slovenia, in collaborazione con NOI, l’Associazione Uniamoci APS di Palermo e il Museo GAIA in Danimarca. L’obiettivo è trasformare l’espressione artistica in un terreno di vera inclusione, superando i limiti culturali legati alla disabilità e pregiudizio. Ma qui l’inclusione non è una parola astratta: è il diritto di essere sgarbati, lenti, presuntuosi e, soprattutto, autentici.
Sul palco, la compagnia “Gli Accompagnati” – composta da Giuseppe Fazzone, Samuel Cernigliaro, Vincenzo Scalavino, Giovanni Lo Presti, Fabiana Muscas, Simona Rizzo, Flaviana Fricano e Davide Ciro Schiera – porta un mix esplosivo di vissuto personale e scene surreali. Coordinati dai mentori Dario Scarpati e Martina Di Liberto, i ragazzi non chiedono il permesso per esistere: si riprendono lo spazio della comunicazione, sfidando lo sguardo di chi osserva e mettendo in discussione il rapporto tra disabilità e pregiudizio.
Abbiamo intervistato Dario Scarpati, co-regista dello spettacolo insieme a Martina Di Liberto, per farci raccontare cosa accade quando l’arte smette di essere “educata” e diventa specchio della realtà.
Dario, come nasce l’idea di questo spettacolo e cosa vedremo in scena?
«Insieme a Martina abbiamo coordinato i ragazzi che si sono occupati di tutto, scenografia compresa. Lo spettacolo è uno spaccato di vita quotidiana: una passeggiata in una via ipotetica che conduce a una mostra in una galleria d’arte. Ogni attore ha un ruolo preciso, scelto in base alle proprie attitudini e passioni. È una scena che serve a mostrare come la normalità di tutti, ogni giorno, finisca per scontrarsi brutalmente con gli stereotipi legati alla disabilità e pregiudizio».
Qual è lo stereotipo più duro da abbattere per i vostri attori?
«Senza dubbio il “Se sei disabile, non puoi fare”. I ragazzi combattono questo pregiudizio con un pizzico di cattiveria e di rabbia, sentimenti che la gente spesso non si aspetta da loro perché la persona con disabilità è vista nell’immaginario collettivo come una figura angelica, remissiva, quasi priva di carattere. Noi rompiamo questo schema: i nostri attori sanno essere insolenti e rivendicano il loro diritto di non essere sempre “buoni”».
Nella performance si parla molto di barriere, ma non solo architettoniche. Quali sono quelle più invisibili?
«L’indifferenza e la mancanza di attenzione. Pensiamo a un gesto banale come ordinare al bar: spesso il cameriere chiede il menù alla persona che accompagna, come se il disabile non potesse comunicare o non avesse desideri propri. Nello spettacolo mostriamo proprio questo: menù incomprensibili e sguardi che passano oltre. La disabilità spesso sta nell’occhio di chi guarda, non in chi la vive».
C’è una scena che riassume bene questo cortocircuito comunicativo?
«Sì, quella della giornalista che intervista il critico d’arte con disabilità. Lei rappresenta lo stereotipo puro, il pregiudizio che precede l’incontro. Vogliamo far capire che l’artista è un artista, punto. Con o senza disabilità. Vogliamo sfatare lo stigma: disabili possiamo esserlo tutti, basta un incidente che ci impedisca temporaneamente di muoverci per capire quanto il mondo possa diventare ostile».
Cosa deve aspettarsi il pubblico nel finale?
«Un momento di riflessione profonda. Nella parte conclusiva, i ragazzi riprendono i vari episodi della performance e raccontano il perché dei loro comportamenti. È un invito a porsi domande, non a ricevere risposte preconfezionate. È un inno alla presenza e all’espressione libera, senza filtri».
Lo spettacolo de “Gli Accompagnati” è in grado di lasciare un segno destinato a germogliare nella coscienza collettiva. Guardando al futuro, questa performance ci ricorda che l’inclusione non è un atto di benevolenza, ma un cambio di prospettiva sul tema della disabilità e pregiudizio.
Dorotea Rizzo