Il 100% delle fonti idriche superficiali siciliane monitorate nel 2024 è risultato non conforme alla propria classificazione per la potabilizzazione. La fotografia emerge dal “Rapporto di monitoraggio dello stato delle acque superficiali destinate alla produzione di acqua potabile” di Arpa Sicilia, l’Agenzia regionale siciliana per la protezione dell’ambiente. Nessuna delle quindici fonti analizzate – tra cui invasi vitali come Rosamarina, Poma e Garcia – rispetta i criteri di qualità stabiliti dal D.Lgs. 152/06 per le categorie A1, A2 e A3 (la prima identifica le acque di qualità migliore, che richiedono solo un trattamento fisico semplice e la disinfezione; la seconda indica acque con un livello di contaminazione moderato, che necessitano di un trattamento fisico e chimico normale e della disinfezione; la terza comprende acque con caratteristiche qualitative inferiori, per le quali è obbligatorio un trattamento fisico e chimico spinto, l’affinamento e la disinfezione). La crisi non è solo quantitativa, legata alla siccità, ma profondamente qualitativa, con superamenti sistematici di parametri microbiologici e chimici che costringerebbero i gestori a trattamenti estremamente spinti, e spesso oltre i limiti ordinari, per garantire un’acqua sicura per il consumo umano.
Fiumi in “codice rosso”: tra pesticidi onnipresenti e indici biologici fermi allo 0,204
La salute dei fiumi siciliani è in codice rosso: nonostante molti corsi d’acqua presentino uno stato chimico “Buono”, la qualità ecologica di fiumi fondamentali come il San Leonardo o il Vallone Morello è classificata come “Cattiva”. Questa discrepanza rivela che, sebbene alcune sostanze inquinanti prioritarie siano sotto i limiti, l’ecosistema vivente – monitorato attraverso macroinvertebrati bentonici, macrofite e diatomee – è in sofferenza estrema. Nel Fiume Imera Settentrionale, ad esempio, si è riscontrata una variabilità delle portate drastica, con periodi di magra alternati a piene violente, da compromettere la stabilità biologica. Le analisi hanno rilevato la presenza onnipresente dell’Ampa, un metabolita del Glifosate, e superamenti degli standard per pesticidi totali e singoli in corpi idrici come il Vallone Caricagiachi e il Fiume Belice. In particolare, nel Fiume San Leonardo sono stati calcolati indici EQB (Elementi di Qualità Biologica) estremamente bassi, come lo 0,204 per i macroinvertebrati, che pongono il corpo idrico ai livelli minimi di sussistenza ecologica. Le pressioni sono chiare: uno sfruttamento agricolo intensivo con uso di fitosanitari, prelievi irrigui incontrollati e la distruzione sistematica della vegetazione riparia che dovrebbe fungere da filtro naturale. Molti fiumi, come il Salito o lo Sperlinga, appartengono alla rete dei fiumi “salati” a causa dell’elevata mineralizzazione naturale, ma il carico antropico di nutrienti e pesticidi ne aggrava irrimediabilmente lo stato.
Dai 17 pesticidi dell’Invaso Castello all’88% di Manganese a Santa Rosalia
Non c’è tregua per le riserve destinate al rubinetto: tutte le quindici fonti monitorate nel 2024 hanno fallito i test di conformità, con il superamento sistematico dei limiti per i coliformi totali in nove fonti e per i fosfati in otto, confermando una tendenza al degrado che per alcuni invasi, come il Rosamarina, dura ininterrottamente da sei anni. Il quadro tracciato dal rapporto Arpa sulle acque destinate alla potabilizzazione è un elenco di emergenze: l’Invaso Castello ha mostrato tracce di ben diciassette diversi principi attivi di fitosanitari, tra cui Glifosato, Ampa e Atrazina, oltre a sostanze Pfas come Pfpea e Pfos. L’invaso Rosamarina ha presentato livelli fuori norma di fluoruri, solfati e tensioattivi, questi ultimi indici di inquinamento da reflui urbani. Anche la presenza di Salmonella spp. è tornata a manifestarsi in diverse stazioni, come negli invasi Scanzano e Garcia, dove i coliformi fecali e gli streptococchi indicano una pressione fecale costante. In fiumi come lo Jato o l’Oreto, utilizzati per la potabilizzazione di Palermo, i superamenti dei parametri microbiologici sono la norma, con percentuali di campioni non conformi per Salmonelle che arrivano al 63%. Queste acque, classificate prevalentemente in categoria A2 o A3, richiederebbero per legge un uso solo eccezionale e dopo trattamenti fisici e chimici spinti, ma la realtà della scarsità idrica isolana le rende spesso indispensabili, nonostante il superamento dei Valori Imperativi per parametri critici come il Manganese, rilevato nell’88% dei campioni dell’Invaso Santa Rosalia.
Ossigeno sotto i livelli vitali nel 100% dei campioni del fiume Ciane
Il fiume Ciane è diventato inospitale per la vita acquatica: nel 100% dei campioni prelevati nel 2024, i livelli di ossigeno disciolto sono risultati inferiori ai minimi vitali, portando alla classificazione di “non conformità”, come documentato nel rapporto sull’idoneità delle acque alla vita dei pesci. Mentre stazioni storicamente critiche come i fiumi Sosio, Anapo e Alcantara hanno mantenuto una conformità formale, i segnali di stress ambientale sono ovunque: nel Sosio sono stati rilevati superamenti dei Valori Guida per cadmio, ammoniaca e tensioattivi, chiari indici di un impatto antropico persistente. L’Alcantara, sebbene conforme nel 2024, soffre cronicamente per l’immissione di reflui dai centri abitati e per un’attività agricolo-zootecnica a ridosso delle sponde che immette fosforo e nitriti, compromettendo l’habitat dei pesci salmonidi. Particolarmente critica è la situazione dei solidi sospesi nell’Alcantara, causata dall’erosione delle sponde e dal trasporto di sedimenti fini durante le piogge, che possono ostruire le branchie dei pesci e distruggere i siti di riproduzione. Nell’Anapo, la vicinanza del centro abitato di Sortino e l’assenza di una fascia ripariale adeguata permettono a fertilizzanti e altri inquinanti di raggiungere direttamente l’alveo, portando a frequenti superamenti dei limiti per il cloro residuo totale e i composti fenolici. Il Ciane, in particolare, rappresenta un ecosistema al collasso dove l’ossigeno disciolto è sceso sotto i 7 mg/l in tutti i prelievi, un limite oltre il quale la sopravvivenza delle specie ittiche diventa impossibile.
L’Invaso Arancio scende a 1 metro di profondità tra alghe tossiche e fanghi bollenti
L’invaso Arancio è stato teatro di una fioritura algale tossica massiccia di Microcystis sp. che ha colorato le acque in modo anomalo nel 2024, producendo tossine microcistine pericolose per l’uomo e l’ambiente, un fenomeno aggravato dalla siccità estrema che ha ridotto la profondità dell’invaso fino a un solo metro in autunno. Il “Rapporto di monitoraggio dei laghi e degli invasi” rivela come il biovolume dei cianobatteri sia esploso, con valori migliaia di volte superiori ai limiti di sicurezza, specialmente nelle stazioni centrali e orientali dell’invaso. Questo boom algale non è solo un problema visivo: la concentrazione di microcistina-LR ha superato i limiti per le acque potabili, costringendo ad accordi di collaborazione urgenti tra Arpa e Asp per monitorare i rischi sanitari. L’invaso Arancio ha ottenuto un giudizio ecologico “Sufficiente” solo grazie a parametri chimici borderline, ma la trasparenza media è precipitata a soli 0,8 metri a causa dell’eutrofizzazione. In questo scenario, il sedimento gioca un ruolo nefasto: con l’acqua così bassa, il rimescolamento rilascia fosforo accumulato negli anni, alimentando ulteriormente le fioriture tossiche. Parallelamente, il Lago di Pergusa vive una agonia simile, dove l’assenza di emissari e immissari e l’evaporazione estiva hanno reso le acque salmastre e torbide, esponendo la fauna ittica a fioriture della microalga ittiotossica Prymnesium parvum. La biodiversità di questi bacini è ormai dominata da specie resistenti e opportuniste, con una scomparsa progressiva delle comunità biologiche equilibrate.
Il 74% delle falde è in stato “scarso” con nitrati record di 100 mg/L
Un veleno invisibile scorre nel sottosuolo siciliano: il 74% delle stazioni di monitoraggio delle acque sotterranee è in uno stato chimico “Scarso”, con i nitrati e i pesticidi che rappresentano le minacce principali, secondo il documento di sintesi sulla qualità delle riserve idriche profonde dell’isola. Il monitoraggio del 2024 ha rivelato che la Piana di Vittoria, il Ragusano e la Piana di Catania sono le aree più contaminate, con stazioni che superano sistematicamente i limiti di legge per ioni inorganici, boro e fluoruri. I nitrati, indicatori di un eccesso di fertilizzazione agricola e di perdite da sistemi fognari, hanno raggiunto concentrazioni superiori ai 100 mg/L (il doppio del limite di sicurezza) in numerose stazioni, specialmente nel Ragusano e nel Siracusano. La situazione è allarmante anche per i pesticidi: il 34% dei superamenti è causato da principi attivi come Glifosate, Ampa e Fluroxypyr, che penetrano nelle falde minacciando direttamente le aree di estrazione per il consumo umano. Addirittura, nelle aree designate specificamente per l’estrazione di acqua potabile (stazioni DRW), il 60% dei punti di monitoraggio è risultato in stato chimico scarso, un dato che mette a rischio la sicurezza idrica a lungo termine dell’isola. Oltre ai contaminanti agricoli, sono state rilevate sostanze chimiche industriali come il triclorometano e il dibromoclorometano in bacini come quelli di Palermo e Marsala, indicando un inquinamento diffuso e multisettoriale che compromette le riserve idriche più preziose e meno visibili della Sicilia.
Mario Catalano