LA PAROLA ALL’AVVOCATO
Rubrica di diritto per tutti — a cura dell’Avv. Stefano Giordano
LA DOMANDA
Si può finire in carcere senza essere stati condannati? E se poi si viene assolti — o addirittura si scopre di essere stati condannati per errore — chi paga?
LA RISPOSTA
La risposta alla prima domanda è: sì. In Italia si può finire in carcere — e restarci per mesi, talvolta per anni — senza che un giudice abbia accertato alcuna colpevolezza. Si chiama custodia cautelare, ed è la misura più afflittiva che il nostro ordinamento preveda prima della sentenza definitiva. La risposta alla seconda domanda è più complessa, e non è affatto rassicurante.
Partiamo dalle basi. La custodia cautelare in carcere è disciplinata dagli articoli 272 e seguenti del codice di procedura penale. Non è una pena: è una misura provvisoria che il giudice può disporre quando sussistono gravi indizi di colpevolezza e almeno una delle tre esigenze cautelari previste dall’art. 274: il pericolo di fuga, il rischio di inquinamento delle prove, il pericolo di reiterazione del reato. In teoria, è l’extrema ratio — l’ultima risorsa, da applicare solo quando nessuna misura meno gravosa sia sufficiente. In pratica, le cose vanno diversamente.
I numeri parlano con una chiarezza che non ha bisogno di commenti. Al 30 aprile 2025 i detenuti nelle carceri italiane erano 62.445. Di questi, oltre un quarto si trovava in carcere senza una condanna definitiva: il 15,3% in attesa di primo giudizio, il 5% appellante, il 3% ricorrente in Cassazione. Persone che la Costituzione considera innocenti. Eppure in cella. La custodia cautelare rappresenta il 28,9% del totale delle misure cautelari personali: un dato che stride con il principio di gradualità che il codice impone, e che colpisce in misura sproporzionata le persone più vulnerabili — tra gli stranieri la percentuale di detenuti in custodia cautelare raggiunge il 28%, contro il 23% degli italiani.
Ma il dato più inquietante riguarda gli esiti. Nel 12% dei casi in cui è stata applicata una misura cautelare coercitiva, il procedimento si è chiuso — nello stesso anno — con un’assoluzione o un proscioglimento. E quando si guarda al quadro complessivo, i numeri diventano ancora più gravi: tra il 2018 e il 2024, lo Stato italiano ha speso 220,5 milioni di euro per risarcire persone detenute ingiustamente. Nel solo 2024, le Corti d’appello hanno riconosciuto 505 casi di ingiusta detenzione, liquidando 26,9 milioni di euro. Nei primi dieci mesi del 2025, altri 535 casi accolti, per ulteriori 23,8 milioni. Il ministro Nordio ha definito questi indennizzi «una manifestazione di sconfitta» dello Stato.
Ma cosa succede, concretamente, quando si scopre di essere stati detenuti ingiustamente? L’ordinamento prevede due strumenti distinti, che rispondono a situazioni diverse.
Il primo è la riparazione per ingiusta detenzione, disciplinata dagli artt. 314-315 c.p.p. Si applica quando, al termine del procedimento, risulta che la custodia cautelare era stata applicata illegittimamente — perché mancavano i gravi indizi di colpevolezza, o perché le esigenze cautelari non sussistevano. Il giudice fissa un’equa riparazione, che non può superare 516.000 euro. Ma attenzione: l’indennizzo è escluso quando la persona, con dolo o colpa grave, ha contribuito a determinare le ragioni del provvedimento cautelare. Una clausola che, nella prassi, è stata talvolta interpretata in modo molto ampio — incluso, in alcuni orientamenti giurisprudenziali, l’aver frequentato ambienti criminali, a prescindere da qualsiasi responsabilità penale accertata.
Il secondo strumento è la riparazione per errore giudiziario, prevista dall’art. 643 c.p.p., che consegue al giudizio di revisione ex art. 630 c.p.p. Si applica nei casi più gravi: quando una sentenza di condanna definitiva viene ribaltata in sede di revisione perché il fatto non sussisteva o l’imputato non lo ha commesso. Anche in questo caso il limite massimo è 516.000 euro — una cifra che può sembrare elevata, ma che risulta del tutto inadeguata a riparare anni di detenzione ingiusta, la perdita del lavoro, la distruzione della vita familiare e sociale.
C’è poi il tema della responsabilità. Chi paga, materialmente, questi indennizzi? Lo Stato, e quindi tutti noi. La responsabilità civile dei magistrati è sempre indiretta: il cittadino non può agire direttamente contro il giudice che ha sbagliato, ma solo contro lo Stato, che poi — in teoria — potrebbe rivalersi sul magistrato. In teoria: perché la rivalsa della Corte dei Conti nei confronti dei giudici che hanno disposto misure cautelari poi rivelatesi infondate non viene mai esercitata, o viene esercitata in modo del tutto episodico.
E quando la violazione è così grave da integrare una violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo — come accade quando la detenzione si protrae oltre i limiti ragionevoli, o quando le garanzie del giusto processo non sono state rispettate — la persona può ricorrere alla Corte di Strasburgo ai sensi dell’art. 5 CEDU (diritto alla libertà) o dell’art. 6 CEDU (diritto a un equo processo). Un percorso lungo e complesso, ma che ha già prodotto numerose condanne dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
In conclusione: la custodia cautelare è uno strumento necessario, ma che nel nostro sistema è stato — e continua ad essere — utilizzato in modo sproporzionato. Non è una pena, non dovrebbe funzionare come tale. Eppure, per troppe persone, è diventata esattamente questo: una condanna anticipata, senza processo, senza condanna, talvolta senza colpa. E quando alla fine si scopre che si trattava di un errore, il risarcimento — per quanto significativo sul piano simbolico — non potrà mai restituire ciò che è stato tolto.
Avv. Stefano Giordano
Studio Legale Giordano & Partners (Milano – Palermo)
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