L’omicidio di Guido Galli, avvenuto nel plumbeo pomeriggio del 19 marzo 1980 all’interno dell’Università Statale di Milano, non rappresentò soltanto un brutale atto di sangue, ma costituì il culmine di un attacco ragionato e simbolico al cuore del riformismo democratico italiano. In un’epoca in cui la Repubblica era stretta nella morsa della lotta armata e della crisi sociale, la figura di Galli si stagliava come quella di un servitore dello Stato atipico, capace di unire il rigore del magistrato istruttore alla profondità analitica del docente universitario di criminologia. La sua morte, rivendicata dall’organizzazione terroristica Prima Linea, segnò profondamente la magistratura milanese e l’intero Paese, lasciando un’eredità morale che ancora oggi interroga le istituzioni sulla natura della legalità e del garantismo.
Il profilo umano e professionale di un magistrato completo
Guido Galli nacque a Bergamo il 28 giugno 1932, in un contesto familiare e culturale che ne avrebbe forgiato il carattere sobrio, laborioso e profondamente radicato nei valori civili. La sua formazione accademica si svolse presso l’Università degli Studi di Milano, dove si laureò in Giurisprudenza il 10 novembre 1954, iniziando un percorso di eccellenza che lo avrebbe portato, in breve tempo, a superare l’esame di procuratore legale e ad intraprendere la carriera nella magistratura nel 1959, dopo aver assolto gli obblighi del servizio militare.
La carriera di Galli fu caratterizzata da una versatilità professionale che raramente si riscontra con tale equilibrio: egli fu pretore, sostituto procuratore e presidente di sezione, approdando infine all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Milano, dove avrebbe condotto alcune delle indagini più delicate della storia repubblicana. Questa poliedricità gli permise di sviluppare una visione olistica del sistema giudiziario, non limitata alla mera applicazione della norma, ma estesa alla comprensione sociologica del crimine e delle sue radici.
L’impegno di Galli non si esauriva nelle aule di giustizia. Dal 1963 affiancò all’attività giurisdizionale quella accademica, venendo chiamato nel 1976 alla docenza di Criminologia presso l’ateneo milanese, incarico che ricopriva con una dedizione definita dai colleghi “straordinaria”. Per Galli, la scuola e l’università erano luoghi di elezione per la formazione della coscienza civile; il suo rapporto con gli studenti era improntato a una cordiale e umana apertura, pur mantenendo quel rigore metodologico che lo contraddistingueva come studioso.
Il pensiero giuridico: “La politica criminale in Italia”
Nel 1978, Guido Galli pubblicò per Raffaello Cortina Editore una monografia fondamentale intitolataLa politica criminale in Italia negli anni 1974-1977. In questo volume, Galli analizzava con lucidità profetica il rischio che le leggi dell’emergenza, introdotte per contrastare il terrorismo e la criminalità organizzata, potessero trasformarsi in strumenti indiscriminatamente compressivi della libertà individuale. Il suo pensiero era chiarissimo: la difesa delle istituzioni e della vita del cittadino non doveva mai avvenire attraverso strumenti inidonei o contrari ai principi del costituzionalismo liberaldemocratico.
Galli sosteneva che una politica criminale efficace non potesse essere “incerta, tardiva, contraddittoria ed episodica”, né basata esclusivamente su fattori emozionali o populisti. Egli invocava una razionalizzazione del sistema penitenziario, puntando sull’individualizzazione del trattamento e sulla necessità di mantenere saldo il legame tra legalità e giustizia sociale. Fu proprio questa sua statura di giurista “riformista e garantista” ad attirare l’odio cieco delle formazioni eversive. Per Prima Linea, un magistrato che rendeva l’apparato giudiziario efficiente e rispettoso delle garanzie era un nemico molto più temibile di un “repressore” ottuso, poiché Galli legittimava lo Stato attraverso l’equità e la competenza.
L’operato investigativo: la sfida a Prima Linea
L’azione di Guido Galli come magistrato istruttore fu determinante nello smantellamento delle prime cellule milanesi di Prima Linea. Nel settembre del 1978, in seguito all’arresto del terrorista Corrado Alunni e al ritrovamento del covo di via Negroli a Milano, Galli concluse la prima maxi-inchiesta sul gruppo armato. Questo lavoro investigativo, condotto con una meticolosità esemplare, portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti di spicco dell’organizzazione comunista combattente.
Il metodo di Galli si basava su una profonda analisi documentale e su una capacità di sintesi che permetteva di ricondurre singoli fatti di sangue a una strategia unitaria. Insieme al collega e amico fraterno Armando Spataro, Galli trascorse mesi interrogando imputati e studiando le strutture logistiche dell’eversione di estrema sinistra. I terroristi intuirono che Galli stava diventando un ostacolo insormontabile alla realizzazione dei loro disegni criminali, non tanto per la durezza delle sue condanne, quanto per la solidità delle sue indagini, che non lasciavano spazio a interpretazioni deduttive o teoremi politici.
19 marzo 1980, dinamiche dell’omicidio
Il pomeriggio del 19 marzo 1980, Guido Galli si recò come di consueto presso l’Università Statale di Milano, in via Festa del Perdono, per tenere la sua lezione di criminologia. Nonostante il clima di estrema pericolosità di quegli anni e l’omicidio di Emilio Alessandrini avvenuto solo un anno prima, Galli non disponeva di una scorta. L’agguato fu pianificato con precisione millimetrica da un commando di Prima Linea che conosceva perfettamente le abitudini del magistrato.
Intorno alle ore 16:50, mentre Galli percorreva i corridoi dell’università al piano terra, nei pressi dell’aula 309 (dedicata poi alla sua memoria), tre o quattro uomini armati lo intercettarono. Il giudice fu colpito vigliaccamente alle spalle. I testimoni dell’epoca ricordano il rumore sordo dei colpi che risuonarono nel corridoio della Facoltà di Giurisprudenza, seguiti dal silenzio irreale di un ateneo improvvisamente piombato nel terrore.
Accanto al corpo di Galli rimase un codice penale aperto, simbolo tragico di una vita dedicata alla legge fino all’ultimo istante. Nella sua agendina personale, i soccorritori trovarono un appunto premonitore: “se dovesse succedere qualcosa avvisate il dott. Spataro”. Armando Spataro, avvertito dalla Digos, accorse immediatamente sul luogo del delitto, trovando l’amico e maestro ormai privo di vita in una pozza di sangue, circondato dagli studenti attoniti.
Il commando di Prima Linea
Le indagini successive identificarono i componenti del nucleo armato responsabile dell’esecuzione:
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Sergio Segio:All’epoca capo militare di Prima Linea, partecipò direttamente all’agguato. Arrestato nel 1983, fu condannato all’ergastolo, pena poi ridotta a 30 anni, di cui ne ha scontati 22.
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Maurice Bignami:Esponente di vertice dell’organizzazione, coinvolto nella fase organizzativa e decisionale.
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Michele Viscardi:Autore materiale del delitto, successivamente diventato collaboratore di giustizia.
La decisione di uccidere Galli maturò all’interno di un “cortocircuito etico e politico” tipico del terrorismo italiano: la necessità di colpire gli uomini migliori dello Stato per dimostrare che nessuna riforma era possibile e che l’unica via era l’annientamento dell’avversario.
Il contesto storico e sociale: Milano 1980
L’omicidio Galli si colloca in quello che è stato definito l'”anno orribile” della Repubblica, il 1980, segnato non solo dal terrorismo politico ma anche dalla strage di Bologna del 2 agosto. In quel periodo, Milano era una città ferita, dove i magistrati vivevano sotto scorta e i corridoi del Palazzo di Giustizia erano pervasi da un clima di costante allerta.
Il terrorismo di Prima Linea e delle Brigate Rosse cercava di scardinare il patto sociale colpendo figure trasversali: operai, poliziotti, giornalisti e giudici. Galli fu ucciso perché rappresentava la capacità di mediazione e di riforma dello Stato. La sua morte, avvenuta in un tempio della cultura come l’università, fu un attacco diretto alla possibilità di dialogo tra le generazioni e tra le istituzioni.
L’iter processuale e le sentenze
Le indagini sull’omicidio di Guido Galli furono inizialmente condotte a Milano da Armando Spataro, il quale, in un clima di profondo dolore personale, firmò nel giugno del 1980 otto ordini di cattura contro i sospetti responsabili. Successivamente, per ragioni di competenza territoriale legate al coinvolgimento di altri magistrati in inchieste parallele, il processo principale fu trasferito a Torino.
Il superamento dell’impasse investigativa fu reso possibile dalle confessioni dei primi “pentiti” di Prima Linea. Roberto Sandalo, arrestato nell’aprile del 1980, fornì dettagli cruciali sull’organizzazione milanese, anche se Spataro osservò amaramente che se Sandalo avesse parlato solo un mese prima, Galli sarebbe probabilmente ancora vivo. Altre rivelazioni fondamentali vennero da Marco Barbone e Daniele Laus, membri della Brigata 28 Marzo, e dallo stesso Michele Viscardi, che ammise il proprio ruolo materiale negli omicidi di Alessandrini e Galli.
Le sentenze di primo grado e d’appello riconobbero la piena colpevolezza del vertice milanese di Prima Linea. La magistratura riuscì a concludere i processi in tempi relativamente brevi, dimostrando una capacità di reazione istituzionale che Galli stesso aveva contribuito a costruire attraverso la sua opera di razionalizzazione del lavoro giudiziario.
Testimonianze e memoria dei familiari
La famiglia Galli affrontò la tragedia con una dignità che lasciò un segno indelebile nella società civile milanese. La moglie Bianca Berizzi e i figli Alessandra, Carla, Giuseppe, Riccardo e Paolo non si lasciarono mai andare a sentimenti di vendetta.
La lettera agli assassini
Pochi giorni dopo il delitto, Bianca Galli e le figlie Alessandra e Carla scrissero una lettera aperta indirizzata agli assassini, un testo che è oggi inciso su una targa posta al secondo piano del Palazzo di Giustizia di Milano, accanto a quello che era l’Ufficio Istruzione.
Questa lettera rappresenta una delle testimonianze morali più alte della storia repubblicana, opponendo la “luce dello spirito” alla logica di distruzione insensata dei terroristi. Alessandra Galli, che all’epoca aveva 20 anni ed era studentessa alla Statale, scelse coraggiosamente di proseguire gli studi in giurisprudenza, diventando lei stessa magistrato a Milano per onorare l’eredità del padre. Anche la sorella Carla ha intrapreso la carriera in magistratura, a dimostrazione di un impegno familiare che non è stato spezzato dal piombo.
Il ricordo del figlio Giuseppe
Giuseppe Galli, che nel 1980 era un bambino di soli 12 anni, ha espresso nel 2011 la sua amarezza nel vedere, a distanza di decenni, attacchi infamanti contro quelle procure che guidarono il Paese oltre la devastazione del terrorismo. Egli ha sottolineato come la consapevolezza del sacrificio del padre sia oggi il motore che permette alle sue sorelle e a tanti altri magistrati di continuare a lavorare in un Paese che deve rimanere libero e democratico.
Il ricordo dei colleghi e delle istituzioni
Il ricordo di Guido Galli tra i colleghi è quello di un “maestro” e di un “fratello maggiore”. Armando Spataro ha più volte ribadito come Galli fosse la vera mente dell’antiterrorismo milanese, capace di trasmettere ai giovani magistrati non solo nozioni giuridiche, ma un’etica del lavoro fatta di umiltà e determinazione. Gian Luigi Fontana lo ha descritto come un uomo di profonda fede, dotato di un senso dell’umorismo “un po’ birichino” e di una nobiltà d’animo che lo portava a rispettare chiunque, anche i criminali più incalliti.
L’Università Statale di Milano ricorda annualmente il docente e il magistrato con la “Giornata della Giustizia” e la “Settimana della Legalità”. L’Aula 309, dove Galli avrebbe dovuto insegnare quel 19 marzo, è diventata un luogo di pellegrinaggio civile per gli studenti. Nel 2015, l’ateneo ha conferito a Galli il titolo di “laureato benemerito” alla memoria, sottolineando il profondo valore civile del suo impegno professionale.
La sua eredità civile
Guido Galli non cercò mai di essere un eroe. La sua figura incarna l’eroismo della normalità, quello di un uomo che compie il proprio dovere con onestà e competenza, pur consapevole dei rischi che corre. Il suo insegnamento vive oggi non solo nelle aule a lui dedicate, ma in una visione della giustizia che non rinuncia mai alle garanzie, anche di fronte ai crimini più odiosi.
L’eredità di Galli è raccolta quotidianamente da chi opera nel settore della giustizia e dai giovani studenti che, attraversando i corridoi della Statale, leggono il suo nome sulla targa dell’aula 309. Egli ha dimostrato che la forza della legge e la cultura del diritto sono gli unici strumenti capaci di annientare le tenebre della violenza ideologica. Come scritto dai suoi familiari, il corpo di Guido Galli è stato annientato, ma ciò che ha dato per la famiglia, per il lavoro e per la società rimane una luce inestinguibile per la democrazia italiana.
Roberto Greco