Antonio D’Onufrio, nato nel 1950, sposato con Tiziana Pavlovsky e padre di Giuseppe, era un barone e proprietario terriero del quartiere di Ciaculli a Palermo, era noto anche come appassionato allenatore di pallacanestro. Figura amica delle istituzioni, vicino alla Sezione Catturandi guidata da Beppe Montana, D’Onufrio collaborava segretamente con la Criminalpol di Palermo fornendo informazioni logistiche sui latitanti mafia della zona. Il 16 marzo 1989, a soli 39 anni, fu brutalmente ucciso in un agguato mafioso: un commando lo raggiunse con colpi di lupara e pistola mentre guidava sulla stradina di Ciaculli, sparandogli infine in bocca, una firma della Cosa Nostra contro “chi ha parlato troppo”.
Le indagini giudiziarie proseguirono per anni. Alla fine del processo furono incriminati il boss Filippo La Rosa e il capomafia Giuseppe Graviano come mandanti del delitto, ma nel 2009 la Corte di Cassazione annullò la sentenza e li prosciolse. Nel corso del procedimento emersero controversie: la moglie Tiziana negò che il marito fosse effettivamente una spia, raccontando di non aver mai visto nulla di sospetto. Le autorità, incluso il magistrato Giovanni Falcone, smentirono inoltre alcune voci su un incontro segreto con il pentito Tommaso Buscetta a Ciaculli poco prima dell’omicidio.
Biografia e attività di Antonio D’Onufrio
Antonio D’Onufrio sviluppò una carriera di medio profilo, impegnandosi nell’azienda agricola di famiglia; non ricopriva cariche politiche né era collegato a imprenditoria criminale nota. Amava lo sport e per anni allenò una squadra di basket amatoriale di Ciaculli, coltivando una reputazione di uomo «perbene e idealista».
Decisivo per la sua sorte fu il profondo legame con le forze dell’ordine. D’Onufrio era amico di Beppe Montana, capo della Sezione Catturandi di Palermo e vicino alla Polizia. Secondo il prefetto Antonio Manganelli, allora capo della Polizia, D’Onufrio era un cittadino “non coinvolto nel mondo criminale” ma generoso nel fornire informazioni alla polizia palermitana sui latitanti nascosti nella borgata di Ciaculli. In concreto, si occupò di passare alla Criminalpol dati logistici su movimenti sospetti e rifugi di mafiosi: era un informatore «volontario e idealista» che intendeva «cambiare il mondo in meglio». Queste attività gli valsero stima tra gli investigatori ma anche l’ostilità di Cosa Nostra.
Contesto storico-sociale: Palermo agli anni ’80
Negli anni ’80 Palermo era scossa dalla seconda guerra di mafia, con contrasti feroci tra le famiglie corleonesi (Riina, Provenzano) e i “vecchi” boss palermitani (Michele Greco, i Corleonesi vs. “Gli uomini d’onore storici” e connessioni politiche). L’epoca era segnata da una durissima repressione antimafia: il 1980 fu l’anno della strage di via Carini (uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa) e nel 1983 cadevano figure simbolo come il giudice Rocco Chinnici e il capitano dei Carabinieri Mario D’Aleo. In Sicilia, magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino intensificarono indagini e processi contro Cosa Nostra, mentre sul fronte politico-grillino emergono i pentiti (Buscetta, Brusca, etc.) che iniziarono a svelare gli intrecci mafiosi.
Palermo era anche una città politicizzata: la DC locale manteneva rapporti ambigui con i clan, come emerso in inchieste del periodo. Il quartiere Ciaculli, dove viveva D’Onufrio, era un feudo storico dei Greco, i “Galantuomini” di Palermo (“il Papa” Michele Greco e parenti). Negli anni ’80 la famiglia Greco subì la crescita del potere dei Corleonesi, e il borgo divenne teatro di scontri di potere interno. L’assassinio di D’Onufrio si inserisce in questo contesto: da un lato segna la violenza di Cosa Nostra contro chi collabora con lo Stato; dall’altro riflette la preoccupazione dei mafiosi di perdere informazioni sui propri movimenti. In sintesi, il clima era di caccia alloa Stato da parte dei boss, con una lunga lista di “cittadini perbene” eliminati perché ritenuti di intralcio ai piani mafiosi.
16 marzo 1989: l’’agguato di Ciaculli
La mattina del 16 marzo 1989, D’Onufrio guidava la sua auto nel rione Ciaculli quando fu affiancato da una Fiat Uno con a bordo 6-7 killer armati di mitra e pistole. Per preparare l’agguato, secondo gli inquirenti i mafiosi utilizzarono una piccola carica di tritolo: l’esplosione bloccò l’auto della vittima, costringendolo ad uscire. A quel punto il commando aprì il fuoco: D’Onufrio fu colpito da una raffica di lupara, un fucile a canne mozze, e da colpi di pistola calibro 38. Infine un sicario gli sparò un colpo in bocca, gesto simbolico per chiudere la bocca a chi “parla troppo”. L’esecuzione fu ferocemente esemplare: tutte le fonti concordano sulla brutalità dell’attentato, descritto come “particolarmente feroce e spettacolare”.
L’omicidio avvenne intorno alle 9 di mattina in una viuzza di Ciaculli. I testimoni del quartiere riferirono immediatamente di aver sentito più scoppi, ma nessuno riuscì a fermare i killer. Sul posto intervennero subito gli agenti di polizia e carabinieri, che trovarono D’Onufrio ormai esanime sull’asfalto, con evidenti ferite da arma da fuoco e tracce di esplosivo. La notizia dell’omicidio fece rapidamente il giro dei giornali locali; il delitto fu assegnato immediatamente alla pista mafiosa dalla polizia, per il modus operandi e per il passato collaborativo della vittima con le forze dell’ordine.
Processo e vicende giudiziarie
Le indagini sull’omicidio furono coordinate dalla Procura di Palermo, con Giovanni Falcone inizialmente inquirente del caso. La pista privilegiata fu subito quella che D’Onufrio fosse stato eliminato come punizione per le sue attività di “informatore”. Diversi collaboratori di giustizia (pentiti) successivi nelle indagini menzionarono il caso, individuando nel boss di Ciaculli Filippo “Pippo” La Rosa e nel capomafia del Brancaccio Giuseppe “Pino” Graviano i mandanti dell’omicidio. La Rosa, latitante dal 1993, era considerato il reggente del mandamento di Ciaculli e aveva precedenti per omicidi degli anni ’80.
Arresti e imputazioni
Il procedimento penale contro Graviano e La Rosa si concluse in primo grado con condanne all’ergastolo (data esatta non nota), basate sulle dichiarazioni dei pentiti che li volevano mandanti del delitto. Tuttavia, nel successivo appello il 10 settembre 2009 La Rosa fu catturato dalla DIA a Palermo. Pochi mesi dopo, la Corte di Cassazione annullò la sentenza di condanna (senza rinvio, perché nel frattempo i due erano già in carcere per altri reati) e prosciolse Graviano e La Rosa per insufficienza di prove. In sintesi, la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna, scagionando i due imputati. L’esito fu quindi un assoluzione tecnica degli accusati: non ci furono condanne definitive per l’omicidio di D’Onufrio.
I documenti di tribunale disponibili (sentenze d’appello e Cassazione) non sono pubblicamente reperibili in rete, ma la notizia è confermata da fonti giornalistiche. Si sa che i difensori di Graviano (noto per altre stragi) contestarono le deposizioni dei pentiti come contraddittorie, ottenendo il proscioglimento. Nel contesto più ampio dei processi stragisti tra mafia siciliana e ‘ndrangheta (anni ’90), la vicenda D’Onufrio è citata come episodio di collegamento tra clan dell’agrume di Ciaculli e altri movimenti mafiosi.
Documenti chiave
Purtroppo gli atti giudiziari specifici (ordini di arresto, verbali di interrogatorio) non sono pubblici e non reperiti in archivi online. Però alcune sentenze di Cassazione su casi collegati (come il “processo stragista”) ne fanno menzione di sfuggita. Ad esempio, in una discussione di Cassazione del 1992 sui boss Graviano/Filippone si legge dei presunti mandanti D’Onufrio, ma con esito ribaltato. In assenza di carta giudiziaria diretta disponibile, gli articoli contemporanei e la sintesi degli storici confermano il binario: accuse da parte del pool antimafia, ribaltamento nelle corti superiori.
L’assenza di una sentenza definitiva sul delitto,con proscioglimento degli indagati, resta ancora oggi controversa. Alcuni studiosi parlano di insabbiamento (una “operazione di depistaggio” secondo media dell’epoca), mentre gli avvocati difensori evidenziano la debolezza delle prove testimoniali. In ogni caso, dal punto di vista giudiziario la matassa è al momento chiusa senza condanne confermate per l’omicidio D’Onufrio.
Testimonianze e dichiarazioni d’epoca
Oltre agli atti giudiziari, disponiamo di testimonianze e dichiarazioni contemporanee che offrono un quadro più umano della vicenda. La moglie Tiziana Pavlovsky fu interrogata dopo l’omicidio e depose ripetutamente. In prima battuta le fonti notarono voci (poi smentite) di un presunto incontro segreto a casa D’Onufrio: secondo i giornali “avrebbe avuto luogo a Ciaculli, proprio nell’abitazione del D’Onufrio” una cena con un “alto funzionario di polizia” e un “personaggio molto importante”, addirittura (secondo voci) lo stesso Tommaso Buscetta. Questa notizia provocò scalpore, ma la vedova Pavlovsky non confermò nulla del genere negli interrogatori ufficiali. Anzi, il giudice Falcone dovette smentire pubblicamente che Buscetta fosse presente (era sotto scorta negli USA).
Nell’unica sua deposizione integrale raccolta (viste le reticenze iniziali), Pavlovsky raccontò un episodio del tutto innocuo: la sera precedente all’agguato, intorno alle 22:00, due sconosciuti suonarono al citofono di casa sua a Palermo. Antonio, vedendoli, li fece entrare senza sospetti. Lei preparò caffè per tutti. I due uomini, più tardi identificati dalla Questura come ispettori di polizia in borghese, parlavano di questioni banali per una ventina di minuti. Il giorno dopo D’Onufrio fu trovato morto. Questo incontro fu dunque solo un episodio “di servizio” e non aveva alcuna relazione con la trama del delitto. La signora Pavlovsky ribadì con forza che suo marito “non aveva segreti, mi raccontava tutto” e che non avrebbe permesso “a nessuno di infangare la sua memoria” calunniando un uomo «perbene». Negò di aver ricevuto telefonate strane o di non aver notato nulla di anomalo: gli investigatori dovettero ammettere che i due “ospiti” erano semplicemente funzionari di polizia, venuti a salutarlo.
Ad ogni anniversario le vittime delle mafie vengono commemorate con manifestazioni e conferenze in cui si ribadisce che erano “pronto a fare qualcosa per cambiare il mondo”. Queste voci associative non aggiungono dati fattuali nuovi, ma testimoniano l’impatto morale del caso nella memoria collettiva: un “martire della legalità” dimenticato dallo Stato. Quello di Antonio D’Onufrio è un giallo giudiziario ancora aperto nella memoria collettiva. Ma una cosa è certa. Il barone D’Onufrio agì come un cittadino che aveva a cuore il futuro della sua terra e rifuggiva le logighe mafiose. E sono questi l’esempio e l’eredità lasciata a noi tutti.
Roberto Greco