Salvatore Pollara, imprenditore edile di Prizzi ma attivo nel cuore pulsante di una Palermo sventrata dal sacco edilizio e dalle lotte di potere criminale, incarna la figura del pioniere della resistenza civile
L’undici marzo 1983 non rappresenta soltanto una data nel calendario della violenza mafiosa che ha martoriato la Sicilia durante la cosiddetta seconda guerra di mafia, ma segna il sacrificio di un uomo che, in un’epoca di assordante silenzio, scelse di parlare. Salvatore Pollara, imprenditore edile di Prizzi ma attivo nel cuore pulsante di una Palermo sventrata dal sacco edilizio e dalle lotte di potere criminale, incarna la figura del pioniere della resistenza civile. La sua storia, spesso rimasta nell’ombra dei grandi “delitti eccellenti” che hanno coinvolto magistrati e politici, offre una lente d’ingrandimento privilegiata per comprendere la penetrazione di Cosa Nostra nel tessuto economico e la solitudine di chi, armato solo della propria integrità professionale, decise di non piegarsi. Analizzare oggi la figura di Salvatore Pollara significa ricostruire un puzzle fatto di restauri monumentali, tragedie familiari, denunce coraggiose e una lunghissima, faticosa ricerca della verità giudiziaria che ha richiesto decenni per giungere a una conclusione definitiva.
Il profilo dell’uomo e le radici di una cultura del lavoro
Salvatore Pollara nacque a Prizzi, comune dell’entroterra palermitano noto per la sua fiera tradizione contadina e artigiana, il 7 dicembre 1933. La sua non era una scalata sociale improvvisata o legata alle opportunità torbide della speculazione edilizia del dopoguerra; egli proveniva da una famiglia di imprenditori che da diverse generazioni operava nel settore delle costruzioni. Questa continuità familiare rappresenta un elemento chiave per interpretare il suo operato: Pollara non vedeva l’impresa come un mezzo di arricchimento rapido, ma come una missione professionale legata alla qualità e alla dignità del lavoro. Insieme ai suoi fratelli, proseguì l’attività di famiglia portando a Palermo un modello di impresa “all’antica”, basato sulla gavetta, sulla competenza tecnica e su un rapporto diretto, quasi patriarcale ma profondamente giusto, con i propri dipendenti.
Le testimonianze di chi lo ha conosciuto descrivono una persona distinta, dotata di una signorilità naturale che si manifestava sia nella sfera privata che in quella lavorativa. In un contesto dove l’autorevolezza era spesso confusa con la prepotenza, Pollara si imponeva per la sua precisione e per la sua onestà intellettuale, caratteristiche che lo portarono a diventare il titolare di un’impresa di fiducia per numerosi enti pubblici e privati della Sicilia. La sua dedizione non era limitata alla gestione contabile, ma si estendeva alla cura del dettaglio architettonico, un aspetto che lo portò a specializzarsi in un settore particolarmente delicato: il restauro dei monumenti storici.
L’imprenditoria come restauro dell’identità: le opere di Pollara
Mentre la Palermo di quegli anni veniva deturpata dal cemento illegale e dalle colate di asfalto che cancellavano il verde della Conca d’Oro, Salvatore Pollara si occupava di preservare l’anima storica della città. La sua impresa non partecipava alla frenesia delle nuove lottizzazioni nelle periferie degradate, ma era impegnata nel recupero del patrimonio monumentale. Questa scelta professionale non era priva di rischi, poiché il settore dei restauri pubblici era già allora sotto la lente d’ingrandimento delle cosche che controllavano gli appalti attraverso una rete di prestanome e funzionari compiacenti. Tuttavia, la precisione e la correttezza di Pollara gli permisero di operare su edifici di inestimabile valore artistico.
Il lavoro sulla Cattedrale di Palermo, in corso proprio nel momento del suo assassinio, rappresenta forse il punto più alto della sua carriera. Occuparsi della Cattedrale significava agire sul cuore stesso della cristianità siciliana, un incarico che richiedeva non solo capacità tecniche, ma una condotta morale specchiata. Il contrasto tra la bellezza dei monumenti che Pollara riportava alla luce e la brutalità degli uomini che lo avrebbero ucciso è uno degli aspetti più tragici della sua vicenda. Egli non costruiva dormitori per la speculazione mafiosa, ma restituiva alla collettività la propria storia.
L’antefatto: la “lupara bianca” di Giovanni Pollara e la scelta di Salvatore
La parabola di Salvatore Pollara non può essere compresa senza analizzare il dramma familiare che nel 1979 colpì la sua casa. Quattro anni prima dell’attentato di via Montuoro, suo fratello Giovanni scomparve nel nulla, vittima del sistema della “lupara bianca”. In una Palermo dove la sparizione di una persona era spesso seguita dal silenzio rassegnato dei familiari, per timore di ritorsioni o per un malinteso senso del pudore legato a presunte frequentazioni della vittima, Salvatore Pollara reagì in modo dirompente. Egli non si chiuse nel dolore, ma scelse la strada della collaborazione con la giustizia.
Pollara denunciò la scomparsa del fratello e fornì agli inquirenti elementi cruciali per ricostruire il contesto di quell’omicidio, che appariva legato a un regolamento di conti nel torbido mondo del traffico di stupefacenti. Non si limitò a una denuncia formale: testimoniò coraggiosamente nel processo che ne seguì, facendo nomi e cognomi, sfidando apertamente quel sistema omertoso che garantiva l’impunità ai boss. Tuttavia, la giustizia dell’epoca non fu in grado di sostenere il suo sforzo: il processo si concluse con l’assoluzione per insufficienza di prove di figure come Angelo Nicolini e Giacinto Misuraca. Questa sconfitta giudiziaria non intaccò la determinazione di Salvatore, ma lo espose terribilmente agli occhi di Cosa Nostra. Egli era diventato “l’imprenditore che parla”, una figura pericolosa per un’organizzazione che basava il suo potere sulla sottomissione assoluta.
La resistenza contro il racket delle estorsioni
Dopo la morte del fratello e la sua testimonianza in tribunale, Salvatore Pollara divenne il bersaglio di una strategia di pressione psicologica ed economica senza precedenti. Cosa Nostra non voleva solo i suoi soldi attraverso il “pizzo”, ma voleva la sua sottomissione. Le richieste estorsive si fecero pressanti, ma Pollara oppose un rifiuto costante e sistematico. La sua non era una ribellione ideologica, ma un’istanza di normalità: egli riteneva assurdo dover pagare per poter lavorare onestamente nella propria terra.
In questo periodo, Pollara dimostrò una lungimiranza investigativa fuori dal comune. Collaborò strettamente con le forze dell’ordine, accettando persino di registrare le telefonate intimidatorie che riceveva dai boss, fornendo agli inquirenti prove tangibili del meccanismo del racket. Questo livello di cooperazione era rarissimo nel 1983, un anno in cui la mafia sembrava invincibile e le istituzioni apparivano spesso infiltrate o impotenti.
L’episodio dell’ordigno a Isola delle Femmine è particolarmente significativo. Isola delle Femmine era allora, come oggi, un’area di espansione industriale e commerciale strategica, controllata da mandamenti mafiosi feroci. Mettere una bomba in un capannone significava intimare a Pollara di andarsene o di accettare la “protezione”. L’imprenditore, ancora una volta, scelse la denuncia, consegnando alle forze dell’ordine i dettagli di un sistema che stava cercando di strangolarlo. Nonostante il clima da “Beirut” che si respirava a Palermo, Pollara rifiutò ogni tipo di tutela o scorta personale, mosso da un senso civico che gli faceva considerare il suo operato come l’unica via naturale.
L’agguato dell’11 marzo 1983: dinamica di un’esecuzione
La sera dell’11 marzo 1983, l’offensiva mafiosa contro l’imprenditore giunse al suo epilogo di sangue. Salvatore Pollara, 49 anni, stava rientrando a casa dopo una giornata trascorsa tra i cantieri e gli impegni burocratici dell’azienda. Si trovava a bordo di una Renault 4, una vettura modesta e comune, guidata dal suo autista e amico Francesco Pecoraro.
L’agguato scattò in via Montuoro, una strada non lontana dalla residenza della famiglia Pollara. La dinamica fu quella classica dei delitti di mafia dell’epoca: la vettura fu bloccata improvvisamente da due killer che, agendo a volto scoperto o parzialmente travisato, fecero fuoco ripetutamente con armi di grosso calibro. I colpi, sparati a bruciapelo, non lasciarono scampo all’imprenditore, che morì sul colpo all’interno dell’abitacolo. Il conducente, Francesco Pecoraro, rimase ferito nell’attacco, riuscendo miracolosamente a sopravvivere, sebbene segnato per sempre dall’evento.
L’omicidio destò profonda impressione nell’opinione pubblica, non solo per la caratura della vittima, ma per il segnale che Cosa Nostra intendeva lanciare. Uccidere un costruttore che lavorava al restauro della Cattedrale significava colpire un simbolo della Palermo che “curava” se stessa. La notizia fu riportata dai principali quotidiani nazionali, come L’Unità e La Stampa, che misero in risalto il collegamento con la sparizione del fratello e la resistenza al racket. Tuttavia, come spesso accadeva in quegli anni, l’eco mediatica si spense presto, lasciando la famiglia in una solitudine interrotta solo da lunghe e infruttuose indagini iniziali.
L’iter processuale: vent’anni per una verità parziale
La ricerca della giustizia per l’omicidio di Salvatore Pollara è stata una corsa a ostacoli durata oltre vent’anni. Per lungo tempo, il fascicolo rimase contro ignoti, vittima dell’inefficienza di un sistema giudiziario ancora privo degli strumenti necessari per contrastare i vertici di Cosa Nostra.
La svolta del 1996 e le rivelazioni di Francesco Paolo Anzelmo
La nebbia che avvolgeva il delitto iniziò a diradarsi solo nel 1996, tredici anni dopo l’esecuzione, grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia di rilievo: Francesco Paolo Anzelmo, un “soldato” della mafia che aveva deciso di rompere il vincolo dell’affiliazione. Anzelmo confessò la propria partecipazione all’omicidio, fornendo dettagli cruciali sulla pianificazione e sull’esecuzione dell’agguato di via Montuoro. Le sue rivelazioni permisero di riaprire le indagini e di inquadrare l’omicidio Pollara non come un episodio isolato, ma come una decisione strategica presa dai vertici del mandamento competente per territorio.
Nonostante la condanna di Anzelmo rappresenti un punto fermo, la vicenda giudiziaria lascia alcune zone d’ombra. Mentre gli esecutori materiali sono stati in parte individuati e condannati, la cupola mafiosa dell’epoca (composta da figure come Totò Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano) è stata spesso chiamata a rispondere di tali delitti in processi cumulativi, ma l’identificazione di ogni singolo mandante specifico per il caso Pollara è rimasta un obiettivo difficile da raggiungere in termini di prove univoche per ogni grado di giudizio. Tuttavia, la verità storica consegnata dalle sentenze è chiara: Salvatore Pollara fu ucciso perché era un testimone scomodo e un imprenditore che rifiutava la logica del pizzo.
Le testimonianze dei familiari: un dolore trasformato in impegno
La morte di Salvatore Pollara ha lasciato una famiglia distrutta ma non rassegnata. La moglie e i quattro figli si trovarono proiettati in un limbo di incertezza e sofferenza, aggravato dalla giovanissima età di alcuni di loro al momento della tragedia.
Il ricordo del figlio Dario
Dario Pollara non aveva ancora compiuto quattro anni l’11 marzo 1983. Le sue parole, riportate in diverse occasioni commemorative, sono una testimonianza struggente del “vuoto” lasciato dalla mafia. Dario descrive un padre che non ha potuto conoscere, se non attraverso i racconti degli altri e le fotografie, ma di cui ha percepito fin da piccolo l’eroismo silenzioso. “La mafia ci ha tolto una vita, un destino, gettandoci in un limbo confuso in un cammino difficile”, ha dichiarato, sottolineando come il padre fosse un uomo che lavorava per lasciare una Palermo diversa, non piegata alla violenza. Il figlio ricorda anche la dignità del padre nel salutare i dipendenti quella sera, come se avesse un presentimento del destino che lo aspettava, ma senza mai mostrare paura o cedere alla tentazione della fuga.
La battaglia legale della figlia e il riconoscimento dei suoi diritti
Un capitolo meno noto ma estremamente significativo riguarda la figlia di Salvatore Pollara, Giusy. Per anni, la famiglia ha dovuto lottare non solo contro la mafia, ma contro la burocrazia dello Stato che non riconosceva pienamente i benefici spettanti ai parenti delle vittime. La vicenda della figlia, che si era vista negare l’assunzione obbligatoria presso la Regione Siciliana, è diventata un caso giuridico importante. Il TAR aveva inizialmente respinto la richiesta poiché l’omicidio era avvenuto nel 1983, prima dell’entrata in vigore delle leggi più favorevoli alle vittime di mafia degli anni ’90. Solo nel 2020, il Consiglio di Giustizia Amministrativa (CGA) ha ribaltato la decisione, stabilendo che il diritto al posto di lavoro sussiste indipendentemente dall’epoca del delitto, se questo è riconosciuto come atto mafioso. Questa vittoria legale rappresenta un atto di giustizia postuma che riconosce il sacrificio del padre come un debito che la società deve onorare verso i suoi figli.
Commenti delle istituzioni e della società civile
La magistratura e le forze dell’ordine hanno più volte evidenziato come Salvatore Pollara fosse un esempio di “collaborazione tecnica” preziosissima in un’epoca di scarse risorse tecnologiche. I magistrati del pool antimafia, seppur anni dopo, hanno riconosciuto nel suo atteggiamento un precursore di quel movimento di rivolta degli imprenditori che avrebbe trovato il suo apice con Libero Grassi nel 1991.
La società civile, attraverso associazioni come Libera e Addiopizzo, ha lavorato intensamente per strappare il nome di Pollara all’oblio. Inserito negli elenchi delle vittime innocenti che vengono letti ogni 21 marzo, Salvatore è diventato un simbolo per i giovani imprenditori che oggi denunciano il racket. Il sacrificio di Pollara viene insegnato nelle scuole come prova del fatto che la resistenza alla mafia non è solo compito dei magistrati, ma una responsabilità che nasce nel quotidiano, nel rifiuto di un compromesso economico apparentemente “conveniente” ma moralmente devastante.
L’eredità morale e la memoria collettiva
L’eredità di Salvatore Pollara vive oggi in diverse forme, tangibili e simboliche, nel tessuto urbano di Palermo e nella coscienza civile della regione. Non si tratta solo di una memoria privata della famiglia, ma di un patrimonio condiviso.
L’intitolazione dell’altare e della villetta nel quartiere Bonagia è particolarmente densa di significato. Bonagia era una delle zone di nuova espansione urbana di Palermo, spesso soggetta a speculazioni e infiltrazioni. Che un uomo onesto abbia costruito la chiesa del quartiere e che quello stesso quartiere oggi lo ricordi con uno spazio verde è il segno tangibile di una “bellezza” che la mafia non è riuscita a estirpare.
L’eredità morale di Pollara risiede anche nella sua capacità di essere stato un “uomo del fare”. In un’isola dove spesso la retorica antimafia ha rischiato di diventare fine a se stessa, la sua figura ricorda che la vera lotta alla criminalità si fa attraverso l’eccellenza professionale. Egli non urlava contro i boss nelle piazze, ma rispondeva con la perfezione dei suoi restauri e con la fermezza dei suoi “no” alle richieste di pizzo.
Analisi sociologica: l’imprenditore tra Stato e Mafia nel 1983
Il caso Pollara non è solo un fatto di cronaca nera, ma un fenomeno sociologico che spiega l’evoluzione del potere mafioso. Nel 1983, Cosa Nostra stava mutando pelle: dai mercati agricoli e il contrabbando di sigarette, l’organizzazione era passata al grande traffico internazionale di eroina e al controllo capillare degli appalti pubblici. In questo passaggio, la mafia aveva bisogno di “imprenditori organici” o di “imprenditori sottomessi”.
Salvatore Pollara rappresentava la terza via, quella dell’indipendenza. Egli apparteneva a quella borghesia produttiva che credeva nello Stato, nonostante lo Stato in quegli anni fosse spesso assente o colluso. Il suo rifiuto di pagare il pizzo non era solo una questione economica, ma una difesa della libertà di mercato. Uccidendo lui, la mafia voleva dimostrare che non esisteva alcuno spazio neutro: o si era con loro, o si era morti.
Oggi, a distanza di oltre quarant’anni, la figura di Salvatore Pollara appare incredibilmente moderna. In un’epoca di crisi dei valori e di incertezza economica, il suo esempio di “imprenditore all’antica” che metteva l’onore e la giustizia al di sopra del profitto e della sopravvivenza fisica rimane una lezione magistrale di civiltà. La sua morte, sebbene terribile, non è stata vana: ha contribuito a creare quel solco profondo tra la società sana e l’anti-Stato, un solco che oggi migliaia di cittadini e imprenditori siciliani continuano a difendere ogni giorno.
Considerazioni conclusive sulla figura di Salvatore Pollara
Salvatore Pollara non cercava di essere un eroe; cercava solo di essere un uomo libero. La sua vicenda ci insegna che la mafia si combatte innanzitutto con la normalità delle proprie scelte. Restaurare una cattedrale, denunciare la sparizione di un fratello, rifiutarsi di finanziare i propri aguzzini: sono tutti atti che, sommati, formano l’ossatura di una democrazia reale. Se Palermo oggi è una città diversa da quella del 1983, lo si deve anche al sangue versato in via Montuoro da un costruttore che credeva nella forza del diritto e nella dignità del lavoro. La sua storia è un monito per il presente: la legalità non è un concetto astratto, ma il risultato di migliaia di coraggiose decisioni individuali che, come le pietre di un restauro monumentale, formano la facciata di una società onesta.
Roberto Greco