Placido Rizzotto fu un partigiano delle Brigate Garibaldi e segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Al ritorno dalla guerra, egli organizzò i braccianti di Corleone per far applicare in Sicilia i decreti di riforma agraria del 1944 (i cosiddetti “decreti Gullo”) che imponevano ai latifondi di concedere terre incolte alle cooperative contadine. In questo ruolo, quello di dirigente socialista e sindacalista impegnato «a difesa delle ragioni dei contadini», Rizzotto divenne un punto di riferimento delle lotte contadine nell’entroterra siciliano. Da tempo egli aveva denunciato gli abusi dei gabelloti (affittuari armati dei latifondisti) e le connivenze tra mafia locale e classe agraria, suscitando forte ostilità tra gli agrari e i boss mafiosi di Corleone.
Negli anni ’45-’48 in Sicilia il clima politico era teso: le massicce agitazioni contadine e la spinta elettorale delle sinistre facevano paura all’aristocrazia latifondista, che nella mafia trovava un alleato per intimidire gli oppositori. Il 1° maggio 1947 la lista social-comunista aveva ottenuto il 52% dei voti a Corleone, segnale del timore dei poteri forti che i contadini conquistassero quote rilevanti della terra. Nel clima da “guerra fredda”, Cosa Nostra agì per sostenere il latifondismo: si registrarono decine di omicidi politici in pochi anni, culminati nella strage di Portella delle Ginestre (1° maggio 1947). A Corleone, partito socialista e bracciantato erano sotto assedio di intimidazioni mafiose, specie in vista delle elezioni del 18 aprile 1948. In questo quadro, Rizzotto era visto come «paladino dell’umile proletariato» che sfidava il «dominio del latifondo».
10 marzo 1948 : il sequestro e l’omicidio
La sera del 10 marzo 1948 Rizzotto uscì dalla Camera del Lavoro di Corleone insieme a due compagni e stava passeggiando per discutere di questioni agrarie quando, in via Sant’Elena, fu avvicinato dai sicari mafiosi. Il bandito Luciano Leggio, all’epoca ventitreenne, gli puntò una pistola al fianco e gli intimò di seguirlo, mentre vicino a loro si avvicinavano Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, affiliati della cosca di Corleone. Secondo le confessioni poi rese da Criscione e Collura, Rizzotto fu costretto a camminare fra Leggio e Collura armato, e trascinato verso le campagne di Contrada Casale: poco dopo Collura riferì di aver udito «tre colpi di pistola». I rapitori abbandonarono quindi il cadavere di Rizzotto in una profonda voragine carsica (una “foiba”) sui pendii di Rocca Busambra, lontano dal centro abitato.
Il 13enne pastorello Giuseppe Letizia, lasciato nel feudo Malvello per sorvegliare il gregge, avrebbe assistito di nascosto all’omicidio e in seguito raccontato l’accaduto in preda a sconvolgimento psichico. Tuttavia gli accertamenti ufficiali dell’Autorità di Pubblica Sicurezza conclusero che il ragazzo morì poco dopo per «grave intossicazione» (un’infezione acuta del cervello) e non vi erano prove concrete del suo racconto; si diffuse comunque l’idea che il Letizia, vistosi usato come testimone, fosse stato eliminato con un’iniezione letale nella clinica dei Bianchi diretta da Navarra. In ogni caso, la brutalità del delitto («lo hanno buttato come bestia nel carro del macellaio», titolò un quotidiano) scosse la comunità contadina, nonostante i depistaggi iniziali che tentavano di minimizzare il movente politico collegandolo a falsi drammi sentimentali.
Indagini e processo
Subito dopo il delitto le forze dell’ordine erano state orientate verso una «pista passionale»: si mormorava, anche da parte di alcuni inquirenti, che Rizzotto fosse stato ucciso per motivi personali (ad esempio una pretesa relazione con una donna) piuttosto che per la sua attività sindacale. La verità emerse solo con l’intervento del capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, incaricato nel dicembre 1949 di condurre le indagini. Grazie all’arresto di Criscione e Collura (2 dicembre 1949) e alle loro confessioni estorte, si chiarirono i fatti: i due ammisero di aver partecipato al rapimento in concorso con Leggio. Guidati dalle loro indicazioni, i carabinieri effettuarono il 6 dicembre 1949 un sopralluogo alla località Scala del Cardone (nei pressi di Rocca Busambra) e individuarono il punto esatto dove Collura aveva detto di aver gettato il corpo. Due giorni dopo fu calato un carabiniere con una carrucola nel fondo della “ciacca” e il 13 dicembre 1949 la squadra dei Vigili del Fuoco recuperò resti scheletrici di almeno tre cadaveri sommersi. Dai resti emersero, tra gli altri effetti, calzature e brandelli di indumenti che il fratello Carmelo e le sorelle di Rizzotto riconobbero come appartenuti a Placido: Carmelo riconobbe i suoi robusti scarponi americani («Erano miei, le avevo date a Placido»), e le sorelle Biagia e Giuseppa identificarono un elastico che Rizzotto usava come reggicalze. Nonostante questi elementi, il giudice istruttore concesse un decreto di “proscioglimento”, archiviazione, per Luciano Liggio il 30 novembre 1949, ritenendolo “irreperibile” e senza prove sufficienti definendole indiscrezioni non corroborate.
Rinvenuto il cadavere e raccolti i resoconti dei testimoni oculari (Criscione e Collura), nel 1952 si svolse a Palermo il processo d’assise contro i presunti responsabili: Luciano Leggio, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. In aula però i due collaboratori di Leggio ritrattarono le confessioni precedenti e negarono le accuse, così «non venne mai fatta giustizia»: la Corte d’Assise li assolse per “insufficienza di prove” nel dicembre 1952. Nessuno fu dunque condannato per l’omicidio di Rizzotto e il delitto rimase impunito fino ad oggi, rendendo il caso un «esempio doloroso del clima di sopraffazione mafiosa» verso chi lottava per i diritti contadini.
Esecutori e mandanti
Luciano Leggio, detto Liggio, era il ventitreenne rampollo mafioso di Corleone che materialmente guidò l’operazione. A fianco a lui agivano gli affiliati Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, i quali, come emerso dalle indagini, collocarono Rizzotto fra di loro e gli spararono a bruciapelo. Liggio, che poi divenne il capo indiscusso della mafia corleonese, era stato incaricato da tempo di dare un segnale: «uomo appartenente al più umile proletariato e insperato paladino» dei feudi, Rizzotto doveva essere eliminato perché la sua lotta «dava fastidio alla mafia».
L’identità del mandante resta discussa. Storici e notizie giornalistiche indicano in Michele Navarra, boss-dottore di Corleone all’epoca, il mandante occulto dietro la motivazione degli agrari: egli era cugino del pretore Di Miceli, l’autorità giudiziaria che nel 1949 certificò il riconoscimento dei resti da parte dei familiari. Per altri, tra questi lo stesso Dalla Chiesa, a decidere la morte di Rizzotto fu invece lo stesso Liggio, che voleva segnalarsi come capo e vendicarsi dell’accanimento mafioso contro i partigiani pro-sindacato: nel rapporto istruttorio del maggio 1950, Dalla Chiesa avanzò la tesi che «il mandante sia lui, Liggio. E non Navarra, come si mormora in paese». Qualunque sia la verità, il delitto fu senz’altro favorito dal «sistema di connivenza tra mafia e potere latifondista»: la comparsa dell’elaborato dissequestro di Rizzotto fu infatti accompagnata da evidenti depistaggi investigativi e omissioni politiche che determinarono anni di silenzio e ritardi prima del riconoscimento pubblico del crimine.
Testimonianze dell’epoca
Le testimonianze dirette sulla vicenda, pur rare, confermano il quadro ricostruito. I carabinieri dell’epoca, in particolare il capitano Dalla Chiesa, raccolsero in istruttoria i resoconti concordanti di Criscione e Collura, che descrissero dettagliatamente il rapimento, la minaccia armata e i colpi di pistola esplosi da Liggio. Anche le ricostruzioni giornalistiche del tempo riportarono il nome di Liggio e degli altri uomini coinvolti. Dal versante familiare, quando dopo un decennio furono recuperati resti di vestiario, il fratello di Placido, Carmelo, riconobbe gli scarponi militari del fratello («erano miei, glieli avevo dati perché mi stavano stretti»); le sorelle Biagia e Giuseppa identificarono un elastico dei calzettoni che Rizzotto portava abitualmente. Più tardi, negli anni 1980, i compagni e i lavoratori di Corleone parlarono di Rizzotto come di un «giovane pieno di vita, coraggioso e fermamente convinto della causa», ricordandolo come martire della lotta contadina.
Sul fronte istituzionale, la morte di Rizzotto fu seguita con partecipazione dal capitano Dalla Chiesa, che nel diario di servizio definì il caso “esemplare” e denunciò esplicitamente il ruolo assassino di Cosa Nostra come «autentica delinquenza» in guerra con lo Stato e i suoi diritti. L’inchiesta formale coinvolse magistrati locali, come il pretore Bernardo Di Miceli, che però subirono l’influenza dei potenti locali, sicché alla fine il procedimento giudiziario del 1952 non approdò ad alcuna condanna. Si fa cenno anche alla famiglia Cutropia (vicina a Navarra), ma anch’essa fu prosciolta per insufficienza di prove. Nel complesso, come riassume la CGIL, «l’omicidio di Rizzotto resta l’emblema del clima di sopraffazione che la mafia, insieme agli agrari, esercitava contro chi organizzava la lotta dei lavoratori della terra».
Eredità e commemorazioni
Il sacrificio di Placido Rizzotto è entrato lentamente nella memoria collettiva italiana come esempio di coraggio civile. Per decenni la sua vicenda fu ricordata soprattutto in ambito sindacale e antifascista: comitati locali della CGIL e dell’ANPI lo celebrarono in assemblee e iniziative, rimarcando il suo ruolo di “martire dei braccianti”. Nel 2000 il regista Pasquale Scimeca gli dedicò un film tv (con Marcello Mazzarella nel ruolo di Rizzotto), contribuendo a far conoscere il caso a un pubblico più ampio.
Negli anni successivi, Rizzotto fu sempre invocato dai familiari e dalle associazioni antimafia per ottenere il riconoscimento ufficiale del suo status. La svolta arrivò solo nell’ultimo decennio: il 7 luglio 2009 furono rinvenuti altri frammenti ossei a Rocca Busambra, che, grazie all’esame del DNA comparato con quello del padre Carmelo, nel marzo 2012 furono finalmente certificati come appartenenti a Placido Rizzotto. Il 16 marzo 2012, 64 anni dopo l’omicidio, a Corleone si tennero solenni funerali di Stato per Rizzotto, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che gli conferì la medaglia d’oro al merito civile postuma. All’evento parteciparono i familiari, i sindacati e le autorità locali: come dichiarò in quell’occasione il segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini, «le scelte di chi lottò per la libertà e la giustizia… e per questo fu ucciso, sono esempio per tutti i cittadini e le istituzioni».
Oggi in tutta Italia, in particolare nei sindacati e nella rete di Libera, si celebra l’anniversario della morte di Rizzotto come ricordo dell’impegno civile e della legalità. Manifestazioni, convegni scolastici e intitolazioni (piazze, scuole e cooperative sociali) mantengono viva la sua eredità morale. La vicenda di Rizzotto è citata nei memoriali dedicati alle “vittime del dovere” e viene spesso ricordata in incontri pubblici come simbolo dei sindacalisti siciliani caduti nella lotta alla mafia. Il nome di Placido Rizzotto risuona oggi quale monito: anche di fronte alla violenza mafiosa più brutale, «la memoria è il salvadanaio dello spirito» e la lotta per la verità e i diritti non può essere dimenticata.
Roberto Greco