La guerra in Medio Oriente ha raggiunto ieri, 7 marzo 2026, un punto di non ritorno che potrebbe ridisegnare i vertici della Repubblica Islamica e l’intero assetto geopolitico della regione, non solo dell’Iran. Mentre le bombe continuano a cadere su Teheran, una notizia proveniente da fonti di intelligence israeliane ha scosso le fondamenta del regime: Mojtaba Khamenei, secondogenito della defunta Guida Suprema Ali Khamenei e indicato da molti come suo erede naturale, è rimasto ferito in un attacco.
L’erede nel mirino
Secondo quanto riportato dal giornalista israeliano Amit Segal (Channel 12) e confermato da diverse testate internazionali, Mojtaba Khamenei sarebbe sopravvissuto a un tentativo di assassinio o sarebbe rimasto coinvolto nei raid aerei che hanno colpito siti sensibili della capitale. Sebbene le autorità di Teheran mantengano il massimo riserbo sulle sue condizioni di salute, la notizia della sua vulnerabilità giunge in un momento critico: l’Assemblea degli Esperti è infatti chiamata a riunirsi nelle prossime 24 ore per nominare ufficialmente la nuova Guida Suprema, dopo la conferma della morte di Ali Khamenei avvenuta nei giorni scorsi.
Il ferimento di Mojtaba non è solo un colpo simbolico, ma un ostacolo fisico alla successione dinastica che i Pasdaran stavano cercando di blindare per garantire la continuità del sistema.
Escalation senza confini: droni e missili sul Golfo
Sul piano militare, la giornata di ieri è stata segnata da una violenta recrudescenza degli scontri. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno sferrato una nuova ondata di raid su Teheran, prendendo di mira l’aeroporto Mehrabad e infrastrutture strategiche a Isfahan.
La risposta dell’Iran non si è fatta attendere e ha confermato il timore di un allargamento del conflitto a tutta l’area del Golfo:
- Bahrein: I Pasdaran hanno rivendicato il lancio di missili contro una base statunitense a Manama. Le autorità locali segnalano incendi e danni a edifici civili.
- Emirati Arabi Uniti: Nuove esplosioni sono state avvertite a Dubai. I sistemi di difesa aerea hanno intercettato minacce dirette verso siti sensibili, inclusa l’area di Palm Jumeirah.
- Qatar: Un attacco missilistico è stato intercettato prima che potesse colpire obiettivi nel Paese.
La dottrina Trump e la reazione internazionale
Dagli Stati Uniti, il Presidente Donald Trump ha commentato le operazioni con toni perentori, affermando che gli attacchi stanno “demolendo l’Iran” e sostenendo che l’indebolimento del regime sia un “favore fatto al mondo”. Washington sembra intenzionata a proseguire la pressione massima, nonostante il rischio di una crisi energetica globale e le proteste che iniziano a montare in diverse capitali europee.
Il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha ribadito che “l’Italia non è in guerra”, sottolineando però la gravità di un conflitto che ormai vede coinvolte non solo le grandi potenze, ma anche attori regionali come Hezbollah in Libano, anch’esso sotto intensi bombardamenti israeliani che hanno causato oltre 450.000 sfollati.
Un regime sull’orlo del collasso?
L’Iran si trova oggi in una morsa senza precedenti. L’economia è in ginocchio, le infrastrutture strategiche sono sistematicamente colpite e il cuore del potere politico è stato decapitato. La possibile uscita di scena – o la temporanea inabilitazione – di Mojtaba Khamenei apre scenari di instabilità interna imprevedibili.
Senza una guida carismatica e riconosciuta, il rischio è quello di una frammentazione tra le diverse anime del regime (Pasdaran contro riformisti moderati) o, al contrario, di una radicalizzazione ulteriore della risposta militare nel disperato tentativo di sopravvivenza.
I dieci giorni che hanno sconvolto il Medio Oriente. E non solo
La crisi attuale non è scoppiata nel vuoto, ma è il risultato di una sequenza di eventi parossistici che, in poco più di una settimana, hanno polverizzato decenni di precario equilibrio diplomatico.
28 Febbraio: L’inizio dell’offensiva “Senza Ritorno”
Tutto ha inizio l’ultimo giorno di febbraio, quando Israele, citando “minacce esistenziali imminenti” e il fallimento definitivo di ogni mediazione sul nucleare, lancia l’operazione “Spada di Gedeone”. Non si tratta di raid mirati in Libano o Siria, ma di un attacco diretto e massiccio al cuore dell’Iran. In poche ore, le difese aeree di Teheran vengono messe a dura prova da uno sciame di droni stealth e missili ipersonici.
1-2 Marzo: Il colpo al vertice
Mentre i combattimenti si intensificano, giunge la notizia che cambia la storia della Repubblica Islamica: la morte di Ali Khamenei. Sebbene le cause iniziali siano state oggetto di speculazione (tra chi parlava di aggravamento della salute e chi di un colpo mirato), il decesso della Guida Suprema lascia l’Iran in un vuoto di potere senza precedenti dal 1989. La nazione entra in un lutto nazionale che si trasforma rapidamente in stato d’assedio.
3-4 Marzo: Il coinvolgimento regionale e la “Dottrina Trump”
Con l’insediamento della nuova amministrazione USA, la postura di Washington muta radicalmente. Il Presidente Trump dichiara il pieno sostegno alle operazioni israeliane, definendole necessarie per “ripulire il mondo dal terrore”. In risposta, l’Iran attiva i suoi asset regionali:
- Hezbollah lancia migliaia di razzi verso la Galilea e Haifa, provocando una controffensiva israeliana nel Libano meridionale che causa, in soli tre giorni, oltre 450.000 sfollati verso il nord e la Siria.
- Gli Houthi intensificano gli attacchi nel Mar Rosso, colpendo non solo navi mercantili ma anche unità militari occidentali.
5 Marzo: Teheran sotto assedio e il caos diplomatico
I bombardamenti su Teheran diventano sistematici. Viene colpito il distretto governativo e le infrastrutture energetiche. I prezzi del petrolio schizzano alle stelle sui mercati internazionali, superando i 120 dollari al barile. La diplomazia europea, guidata da figure come Antonio Tajani, tenta disperatamente di evitare il coinvolgimento diretto della NATO, mentre la Russia e la Cina condannano l’aggressione ma restano militarmente alla finestra.
6 Marzo: L’allargamento al Golfo
L’Iran, sentendosi con le spalle al muro, lancia l’operazione di rappresaglia contro gli alleati regionali degli USA. Missili balistici colpiscono le vicinanze di Abu Dhabi e Dubai, mentre droni suicidi raggiungono il Bahrein. È il segnale che Teheran è pronta a trascinare con sé l’intera economia mondiale, colpendo i nodi nevralgici dell’estrazione e del commercio petrolifero.
Ieri, 7 Marzo: Il fattore Mojtaba
Si arriva così alla giornata odierna. Con la notizia del ferimento di Mojtaba Khamenei, l’unico uomo in grado di garantire una successione dinastica e la stabilità dei Pasdaran, il regime si trova davanti al collasso istituzionale. L’Assemblea degli Esperti è paralizzata: scegliere un successore mentre i missili cadono sulla capitale e l’erede designato è in fin di vita appare un’impresa disperata.
L’Europa nel ciclone: tra diplomazia e deterrenza
Mentre gli Stati Uniti e Israele conducono l’offensiva, l’Europa ha cercato di mantenere una linea di equilibrio, spostandosi però progressivamente verso una posizione di condanna inequivocabile di Teheran a seguito degli attacchi iraniani contro i partner del Golfo (Emirati, Bahrein, Arabia Saudita). In questo scenario di guerra aperta, l’Unione Europea si trova a gestire una delle crisi più profonde della sua storia recente, stretta tra la fedeltà all’alleato atlantico e il timore di un collasso energetico e migratorio totale. La risposta di Bruxelles e delle principali capitali europee riflette una frammentazione che va dalla condanna netta all’Iran alla cautela militare.
La linea di Bruxelles: “Un Iran diverso è possibile”
L’Alto Rappresentante per la Politica Estera, Kaja Kallas, e la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, hanno assunto una posizione di rottura rispetto al passato:
- Fine del tabù della successione: Kallas ha dichiarato che la morte di Ali Khamenei rappresenta un “momento decisivo” che apre la strada verso un “Iran diverso”, segnando di fatto la fine della politica di appeasement con il regime teocratico.
- Solidarietà al Golfo: Von der Leyen ha avviato una maratona diplomatica con i leader di Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Giordania, assicurando che l’Europa non resterà a guardare mentre la sovranità dei partner regionali viene violata dai droni iraniani.
Il “Triangolo di Potere”: Francia, Germania e Regno Unito
Il 2 marzo, Parigi, Berlino e Londra hanno rilasciato una dichiarazione congiunta di rara durezza:
- Francia: Il ministro Jean-Noël Barrot ha confermato che la Francia è “pronta a partecipare alla difesa” dei Paesi del Golfo. Parigi vede nell’attacco iraniano una minaccia diretta alla stabilità globale e ai propri interessi strategici.
- Germania: Friedrich Merz (nella sua nuova veste di Cancelliere) ha mantenuto una linea di fermezza, allineandosi alla necessità di “azioni difensive” per distruggere la capacità missilistica iraniana alla fonte.
- Regno Unito: Il Premier Keir Starmer ha autorizzato l’uso delle basi britanniche (come quelle a Cipro) per le operazioni USA, pur precisando che Londra non parteciperà direttamente all’invasione di terra, memore degli errori della guerra in Iraq.
La posizione dell’Italia: Tra prudenza e protezione
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito con forza la linea del governo: “L’Italia non è in guerra”. Tuttavia, la posizione italiana è focalizzata su tre pilastri:
- Protezione dei cittadini: Massima allerta per gli italiani negli Emirati e in Oman. Tajani ha invitato alla prudenza, monitorando costantemente la situazione dei voli e della sicurezza.
- Missioni internazionali: Grande preoccupazione per i soldati della Brigata Sassari impegnati nella missione UNIFIL in Libano, ora nel mirino a causa dell’escalation tra Israele e Hezbollah.
- Fermezza diplomatica: L’Italia ha condannato gli attacchi iraniani definiti “privi di senso” e ha inserito ufficialmente i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’UE.
In soli otto giorni, l’ordine geopolitico mediorientale è stato smantellato. Quella che era iniziata come una campagna di pressione militare è diventata una lotta per la sopravvivenza del sistema teocratico iraniano, con riflessi che minacciano di incendiare l’intero globo. Le prossime 24 ore saranno decisive. Se l’Assemblea degli Esperti non riuscirà a convergere su un nome forte, il vuoto di potere potrebbe accelerare il collasso interno della Repubblica Islamica, trasformando l’attuale conflitto in una trasformazione epocale per tutto il Medio Oriente.
Roberto Greco