Vittime del Dovere, la lettera di Carlo Calcagni a Giorgia Meloni

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Nel 2021, quando era all’opposizione, Giorgia Meloni parlò pubblicamente della vicenda del Colonnello Carlo Calcagni, chiedendo allo Stato di assumersi le proprie responsabilità verso chi si è ammalato servendo la Patria. Oggi, mentre è Presidente del Consiglio, quella stessa vicenda torna al centro del dibattito istituzionale.

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta del Colonnello, indirizzata al Presidente del Consiglio, che chiede un confronto diretto con il Governo e richiama l’attenzione sul tema dei militari ammalati in servizio, dell’uranio impoverito e del pieno riconoscimento delle Vittime del Dovere.

La domanda che attraversa questa lettera è semplice quanto cruciale: esiste continuità tra le parole pronunciate allora e le scelte amministrative di oggi? La richiesta non è polemica, ma istituzionale. Il militare, in ogni suo intervento, ha più volte ribadito che non si tratta di privilegi, ma il riconoscimento delle patologie contratte durante il servizio e, oggi più che mai, la dignità di chi ha indossato un’uniforme.

(immagine generata con IA)

Nel tempo, l’altroparlante ha approfondito la storia di Carlo Calcagni, analizzando il tema dell’uranio impoverito, le sentenze e i procedimenti relativi ai militari colpiti da malattie legate al servizio, evidenziando criticità ancora aperte sul piano normativo e umano.

La lettera che segue si inserisce in questo solco. Una richiesta di ascolto e di coerenza istituzionale che richiama con fermezza il rapporto tra Stato e servitori dello Stato.

Riceviamo e pubblichiamo:

«Al Presidente del Consiglio dei Ministri On. Giorgia Meloni

Presidente,

Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico.

Ricordo bene le Sue parole del 15 ottobre 2021, quando, con sensibilità ed attenzione, decise di condividere pubblicamente la mia storia, definendomi una persona umile, coraggiosa e dignitosa e chiedendo allo Stato di ammettere le proprie responsabilità e di dimostrare con i fatti il valore di chi si è ammalato servendo la Patria.

Non ho mai vissuto le Sue parole come dichiarazioni di circostanza, ma come espressione autentica della vicinanza che Lei ha sempre dimostrato verso gli uomini e le donne in uniforme.

Oggi Lei ricopre il più alto ruolo di Governo e, proprio per questo, mi permetto di scriverLe con fiducia e profondo senso di rispetto per le Istituzioni.

In questi anni, ho continuato a credere nello Stato, nonostante le difficoltà, le incomprensioni e le ingiustizie che hanno segnato il mio percorso umano e professionale.

Non ho mai chiesto privilegi – né trattamenti di favore – quelli che troppo spesso – sembrerebbero dividere le Vittime del Dovere in vittime di serie A e vittime di serie B. Ho chiesto soltanto verità, rispetto e giustizia.

Persino la richiesta simbolica di un solo euro di risarcimento, accompagnata da semplici scuse istituzionali rappresenterebbe un gesto morale più che materiale, rivolto non solo a me, ma a tutti coloro che hanno pagato con la salute il proprio dovere.

Ciò che oggi chiedo, con dignità e fermezza, è di poter riavere quell’ uniforme che sento essermi stata strappata di dosso, non per mancanze verso lo Stato, ma, probabilmente, per quanto assurdo, dovendo trovare un senso a ciò che è accaduto, per aver raccontato, denunciato e dimostrato la verità dei fatti.

Presidente, Lei ha sempre dimostrato, in ogni contesto pubblico, una sincera attenzione verso chi serve lo Stato con disciplina e onore.

Proprio per questo motivo, sento il dovere di rappresentarLe che quanto continua ad accadere nella mia vicenda non appare coerente con quello spirito di vicinanza e di giustizia che Lei stessa ha più volte affermato.

Non si tratta di mettere in discussione l’azione del Governo, ma di evidenziare come, a livello amministrativo ed umano, permangano situazioni che rischiano di tradire quei valori di rispetto e responsabilità verso i servitori dello Stato che Lei ha sempre difeso.

Da tempo ho chiesto, con educazione e discrezione, di poter conferire con il Ministro della Difesa, On. Guido Crosetto, senza mai ottenere non dico l’onore ed il privilegio di un incontro, ma neppure una risposta, seppur negativa.

Comprendo i molteplici impegni istituzionali e le complessità delle agende di Governo, ma credo che vi siano vicende che meritino un ascolto diretto, umano e personale, soprattutto quando riguardano la dignità di chi ha servito la Nazione fino alle estreme conseguenze.

Per questo motivo mi rivolgo a Lei, non solo come Presidente del Consiglio, ma come persona che ha già dimostrato sensibilità verso la mia storia.

Le chiedo la possibilità di un confronto diretto, sincero ed istituzionale, affinché possa ascoltare personalmente quanto accaduto e valutare con la Sua autorevolezza una vicenda che non riguarda solo me, ma il significato stesso di cosa voglia dire essere e rimanere servitori dello Stato.

Sono certo che con il Suo senso delle Istituzioni, unito alla Sua attenzione verso chi indossa o ha indossato un’uniforme, saprà cogliere il valore umano e morale di questa richiesta.

In attesa di un Suo cortese riscontro alla presente, con rispetto e spirito di servizio, l’occasione mi è gradita per porgere distinti saluti.

Mai arrendersi, nonostante tutto e tutti, costi quel che costi».

Il Colonnello Carlo Calcagni ha scritto questa lettera recentemente, appena rientrato da Londra, dove si è sottoposto a particolari terapie connesse a patologie contratte in servizio.

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