La montagna di debito pubblico italiano continua a crescere, superando soglie psicologiche e finanziarie che mettono sotto pressione i conti di Palazzo Chigi. Secondo gli ultimi dati statistici diffusi dalla Banca d’Italia, il debito delle Amministrazioni pubbliche ha chiuso il 2025 attestandosi a 3.095,5 miliardi di euro.
L’incremento, sebbene in parte previsto dai principali osservatori, certifica una traiettoria di risalita che allontana il Paese dai minimi relativi post-pandemici, spinto da una combinazione di eredità fiscali pesanti e una crescita economica che stenta a prendere il volo.
I numeri del report: cosa c’è dietro il record
L’aumento dello stock di debito non è un fenomeno isolato, ma il risultato di diverse forze macroeconomiche. Analizzando il consuntivo al 31 dicembre 2025, emergono tre fattori determinanti:
- L’impatto dei Bonus Edilizi: Il “fabbisogno” di cassa è stato fortemente influenzato dalle compensazioni d’imposta legate al Superbonus. Nonostante le strette normative degli anni precedenti, il picco dei rimborsi e dei crediti d’imposta è andato a pesare direttamente sul debito, con un effetto trascinamento che si farà sentire fino al 2026.
- Aumento delle disponibilità liquide: Parte dell’incremento è dovuto alla gestione tecnica del Tesoro, che ha aumentato le riserve di liquidità (i cosiddetti “cuscinetti” di cassa) per far fronte a scadenze future in un mercato ancora volatile.
- Rapporto Debito/PIL: Con una crescita del PIL reale stimata dalla Commissione Europea in frenata allo 0,4% per il 2025, il denominatore del rapporto non cresce abbastanza velocemente da “erodere” il peso del debito, che si proietta ora verso il 136,6%.
Il mercato e i tassi: un raggio di luce
Nonostante la cifra “monstre” dei 3.100 miliardi sia ormai vicina, non mancano segnali di resilienza. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) ha evidenziato come, nel corso dell’anno appena concluso, i rendimenti delle nuove emissioni siano scesi al di sotto dell’onere medio del debito esistente. «Si inverte la dinamica degli ultimi tre anni: oggi lo Stato si finanzia a tassi più bassi rispetto alla media dello stock circolante, permettendo un rallentamento della crescita della spesa per interessi».
Inoltre, la vita media residua del debito è rimasta stabile a 7,9 anni, un dato fondamentale per garantire la stabilità del sistema Italia contro eventuali shock improvvisi dei tassi di interesse sui mercati internazionali.
La sfida del 2026: tra PNRR e nuove regole UE
Il 2025 ha segnato anche il pieno rientro in vigore delle regole del Patto di Stabilità e Crescita. L’Italia si trova ora in un percorso di correzione che richiede un miglioramento strutturale del saldo primario (la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi).
Il governo dovrà navigare in acque strette: da un lato la necessità di sostenere gli investimenti legati al PNRR, dall’altro l’obbligo di ridurre un indebitamento che, in termini assoluti, non ha mai smesso di correre. La vera partita si giocherà sulla capacità di trasformare i fondi europei in crescita reale: senza un PIL che viaggi stabilmente sopra l’1%, la soglia dei 3.000 miliardi rischia di diventare non un picco, ma una nuova, pericolosa base di partenza.
L’aumento del debito pubblico a 3.095,5 miliardi di euro nel 2025 porta con sé un mutamento profondo nella geografia dei suoi detentori. Se la cifra assoluta spaventa, la sua “composizione” rivela una strategia precisa del Tesoro: ridurre la dipendenza dalle istituzioni centrali e riportare il debito nelle mani dei risparmiatori e dei mercati internazionali.
Il ritorno degli Investitori Esteri (33,8%)
Dopo anni di scetticismo, gli investitori internazionali sono tornati a essere il principale pilastro del debito italiano. La loro quota è balzata al 33,8% (circa 1.040 miliardi di euro), un record che non si vedeva dal decennio scorso. L’Italia è stata percepita nel 2025 come un’area di stabilità relativa rispetto ad altre economie europee. Il differenziale di rendimento (lo spread) è rimasto appetibile per i fondi sovrani e i grandi asset manager globali, che hanno riempito il vuoto lasciato dalla Banca Centrale.
L’ascesa dei “BOT People”: Famiglie e Imprese (14,4%)
Il dato più eclatante dell’ultimo biennio è il raddoppio della quota in mano ai piccoli risparmiatori. Le famiglie e le imprese non finanziarie detengono oggi il 14,4% del debito (circa 442 miliardi), contro il misero 7% di pochi anni fa. Il successo di strumenti dedicati esclusivamente al retail ha permesso di “nazionalizzare” una fetta importante del debito, creando uno scudo contro la volatilità dei mercati. Un debito detenuto dai cittadini residenti è considerato più stabile, poiché le famiglie tendono a mantenere i titoli fino a scadenza, riducendo le vendite dettate dal panico.
Il passo indietro della Banca Centrale (19,2%)
Parallelamente alla risalita di estero e famiglie, assistiamo al “dimagrimento” del portafoglio della Banca d’Italia. La quota detenuta dall’Eurosistema è scesa sotto il 20% (circa 592 miliardi), un calo netto rispetto ai picchi della pandemia quando sfiorava il 26%. Questo significa che il Tesoro non può più contare sul “compratore di ultima istanza” automatico, ma deve convincere il mercato della bontà dei propri conti ogni mese, attraverso le aste.
Siamo di fronte a un’Italia che ha scelto di “fare da sola”, grazie ai risparmi delle famiglie, pur riaprendo le porte ai capitali esteri. Questa struttura a due punte, estero speculativo ma convinto e famiglie stabili e patriottiche, è ciò che permette al Paese di reggere il peso di un debito superiore ai 3.000 miliardi senza subire attacchi speculativi violenti.
Roberto Greco