Addio a Michele Albanese: il cronista che non si è mai voltato dall’altra parte

Storico cronista del Quotidiano del Sud, ci lascia un’eredità fatta di parole pesate, inchieste scomode e un amore viscerale per la sua terra, una Calabria che ha raccontato senza sconti, ma sempre con l’indomito desiderio di vederla libera

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Si è spenta una delle penne più coraggiose e schiette del giornalismo calabrese e italiano, Michele Albanese. Storico cronista del Quotidiano del Sud, ci lascia un’eredità fatta di parole pesate, inchieste scomode e un amore viscerale per la sua terra, una Calabria che ha raccontato senza sconti, ma sempre con l’indomito desiderio di vederla libera.

Una vita in prima linea

Albanese non era un giornalista “da scrivania”. La sua scuola è stata la strada, il suo ufficio la Piana di Gioia Tauro. Da decenni raccontava le dinamiche della ‘ndrangheta con una precisione chirurgica che, inevitabilmente, lo ha esposto a rischi altissimi.

Dal 2014 viveva sotto scorta, una condanna al “carcere all’aperto” accettata con dignità per aver fatto semplicemente il proprio dovere: informare. Il suo “peccato” agli occhi dei clan era stato quello di aver svelato i segreti della cosca Pesce e i traffici nel porto di Gioia Tauro, rendendo pubblico ciò che il potere criminale voleva restasse nell’ombra.

Il giornalismo come missione civile

Per Michele, il giornalismo non era un mestiere, ma una funzione democratica. È stato un punto di riferimento per l’Unione Cronisti e per il sindacato dei giornalisti, battendosi sempre per la tutela dei colleghi più esposti e meno garantiti. «La libertà di stampa non è un privilegio dei giornalisti, ma un diritto dei cittadini» amava ripetere.

Nonostante la vita blindata, non ha mai perso l’ironia, la lucidità e quella punta di amarezza tipica di chi conosce troppo bene i mali del mondo ma non si rassegna a essi. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nelle redazioni e in chi crede che la parola possa ancora essere un’arma contro l’ingiustizia.

L’eredità di un uomo libero

Oggi la Calabria e l’Italia perdono un testimone scomodo, un uomo che ha pagato un prezzo altissimo per la propria coerenza. Ci restano i suoi articoli, le sue battaglie e quel monito silenzioso che rivolgeva ai giovani colleghi: non smettere mai di domandare, di scavare, di esserci.

Il giornalismo italiano si stringe attorno alla famiglia di Michele Albanese. La sua penna si ferma, ma il solco che ha tracciato resta profondo.

Roberto Greco

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