Morte di Attilio Manca: misteri, indagini e mafia

Negli anni la famiglia Manca non si è arresa e ha continuato a sollevare dubbi sull’inchiesta

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 6 minutes

La morte di Attilio Manca, dopo 22 anni, è ancora avvolta da incertezze, reticenze e misteri. Non esistono verità e giustizia e la famiglia aspetta ancora risposte certe

Attilio Manca era un giovane urologo siciliano (nato a San Donà di Piave nel 1969 da famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto, Messina), specializzato in chirurgia laparoscopica della prostata. L’11 febbraio 2004 fu trovato morto nella sua casa di Viterbo, riverso a letto. Nell’abitazione furono recuperate due siringhe e nel suo sangue vennero rilevati eroina, barbiturici e alcol. La procura di Viterbo archiviò in breve tempo il caso come overdose da “inoculazione volontaria” di droga: secondo gli inquirenti Manca sarebbe stato un consumatore “abituale” di eroina. Queste conclusioni però generarono subito forti dubbi in famiglia e colleghi. Manca era infatti mancino, e aveva pochi attrezzi da consumatore abituale di droga nell’appartamento (no cucchiaino, no bilancino). I genitori notarono che entrambe le punture si trovavano sul braccio sinistro, mentre Manca – da mancino – si sarebbe oltretutto iniettato la droga con la mano “sbagliata”. Inoltre sulle siringhe non si rilevarono impronte digitali di Attilio. Gli amici e colleghi del medico testimoniarono di non aver mai sospettato che facesse uso di droga, mentre la procura diede credito al racconto di un amico d’infanzia, definendolo “consumatore frequente”. Fu anche citato un presunto esame tricologico su un capello di Manca, mai documentato negli atti: il legale della famiglia, avv. Fabio Repici, dichiarò che “non c’è traccia di quest’esame, è un esame tricologico che non esiste”.

La scena del ritrovamento di Attilio Manca sollevò da subito molti interrogativi. La famiglia contestò la tesi del suicidio per overdose e avanzò l’ipotesi di un omicidio, indicando in Manca un testimone scomodo. Secondo i genitori, Attilio si sarebbe rifiutato di operare il boss mafioso Bernardo Provenzano durante la latitanza di quest’ultimo, subendo così una “punizione”. In particolare, i familiari ricordano di una telefonata che Manca fece nell’autunno 2003 dal sud della Francia, di ritorno da una “attività sanitaria” vicino Marsiglia – proprio dove Provenzano era stato operato alla prostata nel 2003. Inoltre risulterebbe un intercettazione (gennaio 2005) in cui mafiosi palermitani parlavano di un medico che avrebbe curato Provenzano in latitanza. Tutti questi elementi – assieme alla quantità insolitamente elevata di sangue presente in casa, alle escoriazioni sul cadavere e alla deviazione del setto nasale riscontrabile nelle foto (ma non descritta nell’autopsia) – hanno spinto gli inquirenti della famiglia a chiedere ulteriori accertamenti.

Indagini giudiziarie e tesi ufficiale

Gli inquirenti di Viterbo effettuarono l’autopsia affidandola alla dott.ssa Dalila Ranalletta, medico legale già collegata all’ospedale dove Manca prestava servizio. Le indagini istruttorie durarono anni, ma senza risultati risolutivi: il 26 luglio 2013 il gip di Viterbo accolse la richiesta di archiviazione del pm. Nel provvedimento finale si concludeva che «tutti gli elementi ad oggi acquisiti convergono a confermare l’ipotesi che Manca sia deceduto per volontaria assunzione di sostanze stupefacenti», mentre «l’ipotesi omicidiaria ad opera di appartenenti alla mafia in collegamento con [Provenzano] si fonda su elementi di mera supposizione». Nel corso del procedimento fu poi processata e condannata in primo grado (marzo 2017) una donna accusata di aver fornito a Manca l’eroina fatale. Il giudice, analizzando le risultanze, concluse che il medico «doveva ritenersi un assuntore di eroina», che avesse acquistato la droga e si fosse «volontariamente inoculato due siringhe», provocando così la morte. Alla fine però in appello (2021) la donna fu assolta con formula piena e gli unici capi di imputazione sopravvissuti furono prescritte.

Nel complesso, dal punto di vista giudiziario ufficiale restano confermate le tesi iniziali. La procura di Viterbo ha sempre escluso il coinvolgimento di terzi nella morte. Anche il procuratore nazionale antimafia di allora, Giuseppe Pignatone, audito in Commissione Antimafia nel 2014, ribadì che «non è mai emerso alcun rapporto tra le cure (mediche, ndr) a Provenzano e il dottor Manca». Neppure i magistrati titolari delle indagini su Provenzano a Palermo riscontrarono collegamenti con l’urologo di Viterbo. Nel 2015 la DDA di Roma aprì un nuovo fascicolo, ma la richiesta di archiviazione fu avanzata nuovamente dai pm, che nel 2021 la conclusero affermando ancora l’assenza di prove di reato. In sostanza, finora non c’è alcun atto giudiziario definitivo che contraddica l’ipotesi del suicidio per overdose.

Commissione Antimafia e nuovi sviluppi

Negli anni la famiglia Manca non si è arresa e ha continuato a sollevare dubbi sull’inchiesta. Nel 2018 la Commissione parlamentare Antimafia (XVII legislatura) ha approfondito il caso ed emesso una relazione finale. Quella relazione di maggioranza, approvata il 21 febbraio 2018, esaminò gli atti e confermò le conclusioni della procura: «non si evidenziano elementi sufficienti per ribaltare le risultanze» al momento acquisiti, e l’ipotesi del suicidio era ritenuta «convergente» con i fatti. Allo stesso tempo la Commissione sollevò perplessità sulla superficialità delle indagini originali, sottolineando gravi lacune (assenza di testimoni sui movimenti di Manca l’11 feb 2004, errori nella perizia autoptica, intercettazioni trascurate). Il procuratore aggiunto Michele Prestipino (allora a Roma) riconobbe in audizione che «non è emerso alcun rapporto tra le cure a Provenzano e Manca», ma constatò l’«inerzia» di alcuni accertamenti.

Nell’ultima legislatura parlamentare si è compiuto un nuovo tentativo di fare luce sul caso. All’inizio del 2023 è stata infatti discussa una seconda relazione della Commissione Antimafia, stavolta approvata all’unanimità. Inaspettatamente, tale relazione accoglie molte delle tesi avanzate dalla famiglia e da alcuni collaboratori di giustizia, arrivando a parlare esplicitamente di «omicidio di mafia collegato alla latitanza di Bernardo Provenzano». Secondo il documento parlamentare, mandanti e organizzatori andrebbero individuati nella mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, in relazione alle cure prestate a Provenzano durante la sua latitanza. Il testo della Commissione invita gli inquirenti a verificare tutte le possibilità: ad esempio che lo stesso Manca – grazie ai suoi studi in Francia – abbia individuato il chirurgo di Provenzano o addirittura visitato il boss siciliano dopo l’intervento. Sulla base di questi rilievi e di nuove dichiarazioni di collaboratori, nel febbraio 2023 l’avv. Repici (difensore della famiglia) ha depositato un’istanza alla DDA di Roma per chiedere la riapertura delle indagini.

Coinvolgimento mafioso: tra ipotesi e intercettazioni

Fin dall’inizio la famiglia aveva puntato il dito contro la mafia. L’ipotesi più accreditata è che Manca sia stato punito per essersi rifiutato di prestare soccorso o assistenza al boss Provenzano. Alcuni collaboratori riferirono conversazioni di mafiosi secondo cui a Manca «avevano chiesto – lui così bravo – di operare Provenzano nel suo bunker e lui aveva rifiutato»; in un’intercettazione del 2003 si parla di «faremo fare la doccia a quel dottore», frase interpretata come minaccia di morte. Quel che è certo è che Provenzano, ricercato in tutto il Nord Italia, nel 2003 fu operato a Marsiglia da chirurghi francesi; dopo l’operazione tornò in Sicilia passando per la Francia. I genitori hanno sempre sostenuto che Attilio fosse venuto a sapere di questo viaggio medico e che fosse stato coinvolto nelle cure di Provenzano, benché nessun magistrato dell’Antimafia lo abbia finora confermato. Le indagini sulla latitanza di Provenzano a Palermo non avevano intercettato alcun legame con l’urologo di Viterbo, ma alcuni pentiti (Cusimano, Campanella, Setola) sono intervenuti raccontando retroscena sul «medico che avrebbe curato Provenzano». Anche nel 2022 è venuta alla luce un’intercettazione telefonica in cui il boss corleonese nominava segretamente Manca durante la latitanza. Tutte queste ombre hanno alimentato il sospetto di coinvolgimento della criminalità organizzata. Finora però nessun mafioso è stato formalmente indagato o condannato per la morte di Manca; restano solo le ipotesi emerse da testimonianze di pentiti e dalle ricostruzioni giornalistiche.

I media e le reazioni pubbliche

Il caso di Attilio Manca ha avuto ampia eco nella stampa e nei media italiani, fin da subito. Siti e programmi d’inchiesta come Chi l’ha visto?, Le Iene e Report hanno raccontato le incongruenze del caso. Numerosi quotidiani nazionali vi hanno dedicato servizi di approfondimento. Ad esempio, un’inchiesta di VICE News descrisse nel dettaglio le anomalie dell’autopsia e delle indagini viterbesi, citando le contraddizioni tra la ricostruzione ufficiale e le testimonianze dei colleghi e dei familiari. Nel 2023 sia Repubblica (edizione Palermo) che Il Fatto Quotidiano hanno dato risalto alla nuova relazione parlamentare e alle richieste di riapertura avanzate dai Manca. In particolare Repubblica ha ricordato come la famiglia abbia «sempre sostenuto che (la morte, ndr) sia stato un omicidio di mafia» legato all’operazione di Provenzano, e come la Commissione Antimafia abbia fornito «nuovi elementi» che segnano un «punto di svolta» nella vicenda. Il legale Repici ha ringraziato i parlamentari per aver «colmato con un importante lavoro un buco nero nella storia d’Italia» rappresentato da questo caso. In generale la stampa ha evidenziato la lunga battaglia della famiglia per ottenere giustizia e le numerose inchieste parallele condotte da giornalisti.

La morte di Attilio Manca rimane avvolta nel mistero. Gli inquirenti ufficiali hanno trattenuto la linea dell’overdose volontaria, ma le nuove indagini difensive e parlamentari continuano a indicare la pista mafiosa come verosimile. A oggi non esistono prove giudiziali definitive su chi sia il reale mandante o esecutore dell’urologo, né sul suo ruolo effettivo nelle vicende del boss Provenzano. La famiglia Manca insiste perché si faccia chiarezza su ogni elemento trascurato. Dopo anni di depistaggi le menzogne lascino il posto alla verità, e l’ultima parola spetta ora alla magistratura.

Roberto Greco

Ultimi Articoli