Seconda Chance costruisce ponti tra carcere e lavoro, offrendo ai detenuti una reale possibilità di reinserimento e alla società un modello di giustizia più umano e responsabile
Nel dibattito pubblico italiano, il carcere continua a essere raccontato soprattutto come luogo di punizione. Raramente, invece, viene osservato per ciò che potrebbe diventare: uno spazio di trasformazione, responsabilità e ritorno alla società. In questo vuoto narrativo e operativo si inserisce Seconda Chance, associazione del Terzo Settore fondata nel 2022 dalla giornalista Flavia Filippi, che lavora per creare un collegamento concreto tra il mondo della detenzione e quello dell’impresa.
Seconda Chance supporta aziende medio-grandi, imprenditori e microimprese disponibili ad assumere detenuti che, grazie a un comportamento irreprensibile, hanno ottenuto l’accesso al lavoro esterno o a misure alternative alla detenzione. Non si tratta di un’azione simbolica, ma di un modello strutturato che coinvolge amministrazioni carcerarie, imprese e istituzioni, accompagnando ogni fase del percorso: dalla preselezione dei candidati ai colloqui, fino all’inserimento in azienda e alla gestione delle pratiche amministrative.
I numeri raccontano una realtà in crescita: oltre 750 opportunità di lavoro attivate grazie all’adesione di aziende appartenenti ai più diversi settori produttivi, dalla logistica alla ristorazione, dall’industria manifatturiera ai servizi. Un risultato che dimostra come il reinserimento lavorativo non sia solo possibile, ma anche conveniente, grazie agli strumenti normativi esistenti, come la legge Smuraglia e le più recenti modifiche legislative che ampliano l’accesso all’apprendistato per detenuti ammessi al lavoro esterno.
Accanto al lavoro fuori dal carcere, Seconda Chance mostra alle imprese anche un’altra possibilità: fare impresa all’interno degli istituti penitenziari. Capannoni e locali inutilizzati vengono concessi in comodato d’uso gratuito, favorendo l’avvio di attività produttive come lavanderie industriali, sartorie, falegnamerie, officine, call center e laboratori alimentari. Un modello che offre opportunità anche a quei detenuti che non possono lavorare all’esterno, restituendo senso e dignità al tempo della pena.
Particolarmente significativa è l’esperienza avviata in Sicilia, dove Seconda Chance ha sviluppato un progetto pilota con l’Università di Catania, volto alla creazione di una banca dati capace di incrociare domanda e offerta di lavoro nel contesto carcerario. Un’iniziativa che unisce dimensione umana e innovazione, fornendo strumenti concreti e dati utili per valutare l’impatto sociale del reinserimento lavorativo.
Il valore di Seconda Chance non risiede soltanto nei risultati raggiunti, ma nella visione che propone: una società più sicura non è quella che esclude, ma quella che offre possibilità di cambiamento. Il lavoro diventa così uno strumento di giustizia sociale, capace di ridurre la recidiva e di restituire alla collettività persone consapevoli e responsabilizzate.

A raccontare dall’interno il valore di questa esperienza è Maurizio Nicita, giornalista, che ha incrociato il progetto tre anni fa e ne ha seguito da vicino l’evoluzione.
Lei ha incrociato il progetto Seconda Chance tre anni fa. In che modo è avvenuto questo incontro e cosa l’ha convinta, da giornalista, a riconoscerne subito la forza civile oltre che sociale?
«Tre anni fa mi chiamò l’amica Flavia Filippi, giornalista de La7, e mi parlò dell’associazione che aveva fondato da pochi mesi. Mi raccontò il progetto e mi coinvolse. Allora lavoravo per la Gazzetta dello Sport a Napoli e lì ho mosso i primi passi in questo settore nuovo per me. Flavia è molto empatica e in varie parti d’Italia ha coinvolto altri amici giornalisti. Credo nelle persone e nella loro capacità di fare rete e questo portiamo avanti, al di là dei percorsi professionali. Poi sono rientrato da pensionato nella mia Terra e le motivazioni si sono moltiplicate».
Seconda Chance lavora sul confine più delicato del nostro sistema penitenziario: quello tra pena e reinserimento. Dal suo punto di vista, cosa cambia davvero quando il lavoro diventa una possibilità concreta per chi è detenuto?
«L’associazione è nata proprio per coprire uno spazio non sempre attenzionato da altri enti, che magari hanno mission un po’ diverse. Un settore complesso ma estremamente importante perché è in quel passaggio – premesso che deve esserci anche un percorso educativo e formativo interno, almeno ci si augura sia così – che si recupera la persona e si abbatte la recidiva. Il lavoro significa dignità e un ruolo sociale a queste persone che altrimenti, magari vivendo in contesti socialmente complessi, vengono costrette a vivere di espedienti».
Nel raccontare esperienze come questa, quanto è difficile superare lo stereotipo del “detenuto” e restituire invece l’immagine di una persona in trasformazione? Il giornalismo può avere un ruolo attivo in questo processo?
«Stigma e pregiudizio creano un muro a volte complicato nel nostro approccio con le aziende. Il giornalismo può avere un ruolo importante nel raccontare storie positive e dimostrare che il reinserimento dei detenuti non è una utopia, ma soltanto un diritto fissato dalla Costituzione. Non si tratta di creare immagine piuttosto restituire una informazione depurata dagli istinti peggiori di chi pensa che solo ‘buttando le chiavi’ si risolve il problema. Lavorare per il reinserimento dei detenuti significa realizzare appieno quanto previsto dai nostri padri costituenti quasi ottant’anni fa. E non è buonismo».
Seconda Chance non si limita a creare contatti, ma accompagna le imprese e dialoga con le amministrazioni carcerarie, costruendo un sistema. Perché questo approccio è così importante?
«Non so se fa la differenza ma si tratta di un approccio che in meno di quattro anni ha portato a creare quasi 800 posizioni lavorative per persone prive della libertà. I rapporti con la struttura carceraria sono complessi e serve professionalità e conoscenza delle leggi per seguire le corrette procedure. E poi se permette vorrei raccontare uno dei discorsi che preferisco proporre per abbattere i pregiudizi. Spesso un’azienda mi chiede di sapere che reati ha compiuto la persona. Io rispondo dicendo che ci sono i giudici per le sentenze: a noi tocca stabilire se c’è stato un percorso di recupero e questo viene controllato dal nostro lavoro ma soprattutto da quello di psicologi, assistenti sociali, dirigenti carcerari che hanno verificato il recupero e la formazione delle stesse persone, fino alla magistratura di sorveglianza che ne autorizza i permessi. Poi finisco con una osservazione che spesso sgretola il muro: lei quando svolge un colloquio di lavoro di una persona libera può stabilire le capacità lavorative, l’empatia ma non sa se quella persona fuori dall’ufficio commette reati anche gravi. Invece i nostri ragazzi – come mi piace chiamarli affettuosamente al di là dell’età – sono sicuramente i più controllati».
Che tipo di cambiamento culturale avviene negli imprenditori che partecipano al progetto?
«Spesso arriva la telefonata dall’azienda che ringrazia per la scelta della persona. Mostrando quasi stupore per l’inserimento. Capiscono che non esistono mostri ma solo persone che hanno bisogno di una mano per rialzarsi e poi diventano una risorsa importante sul lavoro con le loro forti motivazioni. Ecco è lì che avviene il salto culturale. Approfitto per un piccolo appello: abbiamo bisogno in tutta la Sicilia di persone al nostro fianco che ci aiutino in questi percorsi. Il passaparola fra detenuti e loro famiglie fa sì che ogni giorno abbiamo nuove richieste di reinserimento e purtroppo la nostra Terra non offre tante possibilità di lavoro. Venite con noi, troverete soddisfazioni e sarete protagonisti di svolte sociali concrete».
In Sicilia avete avviato un progetto pilota con l’Università di Catania. Quanto è importante affiancare all’etica anche strumenti scientifici?
«Fondamentale. E ringrazio l’Università di Catania, i professori Roberto Cellini e Marco Romano, che attraverso il progetto Grins ci hanno coinvolto. L’ateneo è culla di studi e sperimentazione, iniziare – perché la nostra è stata una esperienza pilota in Italia- significa accendere i riflettori su un mondo che tendiamo a escludere e non considerare. I dati della nostra ricerca – con oltre 300 questionari somministrati nelle carceri di Sicilia e Calabria – entreranno nella piattaforma phygital Amelia e mi auguro che l’incrocio con altri dati importanti raccolti con le aziende, specie sul tema della formazione, consenta tramite l’Università nuovi studi per offrire soluzioni strutturali e best practice realizzabili».
Se dovesse riassumere il valore morale di Seconda Chance, quale sarebbe la sua eredità più forte?
«La sicurezza nasce dalla pace sociale non dal tintinnar di catene. Guardate cosa sta succedendo in Olanda: chiudono le carceri e i reati diminuiscono. Concludo citando Voltaire: il grado di civiltà di un Paese si misura dalla condizione delle proprie carceri. E noi siamo vergognosamente indietro».
Seconda Chance dimostra che il lavoro non è solo un diritto, ma uno strumento potente di giustizia sociale. Offrire una possibilità non significa cancellare l’errore, ma impedire che si ripeta. In un tempo segnato da paura e semplificazioni, questa esperienza ricorda che una società è davvero sicura solo quando sceglie di non rinunciare alle persone.
Il valore di Seconda Chance, dunque, non risiede soltanto nei risultati raggiunti, ma nella visione che propone: una società più difesa non è quella che esclude, ma quella che offre possibilità di cambiamento. Proprio in quest’ottica il lavoro diventa così uno strumento di giustizia sociale, capace di ridurre la recidiva e di restituire alla collettività persone consapevoli e responsabilizzate.
Federica Dolce