L’arrivo di Alessandrini a Milano nel 1968 coincide con l’inizio di una stagione turbolenta nella storia italiana. In questo clima difficile, si dedica con passione al contrasto dell’eversione, incarnando quella nuova generazione di magistrati formatisi nel clima del Sessantotto
Emilio Alessandrini nasce il 30 agosto 1942 a Penne, in provincia di Pescara, sesto di sette figli di una famiglia abruzzese. Nel dopoguerra si trasferisce con i genitori a Pescara, dove frequenta il Liceo classico G. D’Annunzio, diplomandosi nel 1960. Prosegue gli studi a Napoli e si laurea in Giurisprudenza nel 1964 con il massimo dei voti. Superato il concorso in magistratura, nel novembre 1967 è nominato uditore giudiziario presso il Tribunale di Bologna. Qui, fin dai primi incarichi, si distingue per il “sereno equilibrio, spiccato senso del dovere, costante operosità e viva intelligenza” riconosciuti dai suoi superiori. Nel dicembre 1968 Alessandrini, a soli 26 anni, viene assegnato alla Procura della Repubblica di Milano come sostituto procuratore. In questo ruolo, che ricoprirà fino alla morte, rivela fin da subito straordinarie capacità professionali: in appena 18 mesi definisce quasi 700 procedimenti, partecipa a oltre 100 udienze e redige 97 requisitorie, guadagnandosi la stima di colleghi e avvocati per “lo zelo encomiabile, la profondità di indagine e il perfetto equilibrio”. Nel 1971 il Consiglio Superiore della Magistratura lo promuove aggiunto giudiziario.
Sul piano personale, Emilio Alessandrini è ricordato come un uomo dall’indole mite e dai forti valori civili. Nel 1969 sposa a Milano Paola Cecilia Bellone, conosciuta durante gli studi, e nel 1970 nasce il loro figlio Marco. Colleghi e amici ne lodano la modestia e la disponibilità: secondo il giornalista Walter Tobagi, che lo conobbe da vicino, Alessandrini aveva “quella faccia mite, da primo della classe che ci lascia copiare i compiti” e rappresentava “il prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare”. Progressista ma al tempo stesso rigoroso e integerrimo, veniva descritto come un giudice “né falco chiacchierone, né colomba arrendevole”. Proprio questa combinazione di idealismo riformatore e fermezza nell’applicare la legge gli valse grande reputazione, facendone una figura simbolica di magistrato “appassionato ed animato da forti sentimenti civili”, come lo definirà molti anni dopo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Milano negli anni di piombo: il contesto storico
L’arrivo di Alessandrini a Milano nel 1968 coincide con l’inizio di una stagione turbolenta nella storia italiana. Sono gli “anni di piombo”, segnati da forti tensioni sociali, estremismi politici e ondate di violenza terroristica di opposte fazioni. Milano, cuore industriale e finanziario del Paese, è uno degli epicentri di questo conflitto sotterraneo. Già il 12 dicembre 1969 la città è sconvolta dalla strage di piazza Fontana, una bomba neofascista alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che provoca 17 morti, e nei primi anni Settanta sul capoluogo lombardo gravano minacce sia dall’eversione nera (neofascista) sia dal nascente terrorismo rosso di estrema sinistra. Alla fine del decennio, Milano viveva quotidianamente l’incubo di attentati, sparatorie e omicidi mirati: dalle stragi neofasciste (Piazza Fontana nel 1969, piazza della Loggia a Brescia nel 1974, il treno Italicus nel 1974) fino alle campagne terroristiche dell’estrema sinistra, condotte da gruppi come le Brigate Rosse, i Proletari Armati per il Comunismo e Prima Linea, la seconda principale organizzazione terroristica comunista italiana. In quegli anni furono assassinati magistrati, giornalisti, dirigenti d’azienda, forze dell’ordine e persino politici di primo piano: basti citare l’omicidio del commissario Luigi Calabresi nel 1972, il rapimento e assassinio dello statista Aldo Moro nella primavera 1978, l’uccisione del sindacalista Guido Rossa nel gennaio 1979, sino alla lunga scia di sangue che arriverà ai primi anni Ottanta. La società civile milanese reagisce con sgomento ma anche con mobilitazioni di massa: la partecipazione popolare ai funerali delle vittime (come quelli di Piazza Fontana nel 1969 o di Alessandrini stesso nel 1979) mostra una città che non cede alla strategia della tensione e si stringe attorno alle istituzioni democratiche.
In questo clima difficile, Emilio Alessandrini si dedica con passione al contrasto dell’eversione, incarnando quella nuova generazione di magistrati formatisi nel clima del Sessantotto. Fin dal 1969-70 alla Procura di Milano, Alessandrini e alcuni colleghi (come Gerardo D’Ambrosio, Luigi Fiasconaro, Guido Galli) mostrano un approccio innovativo: non si limitano alla repressione giudiziaria del terrorismo, ma cercano di capirne le cause sociali, convinti che solo comprendendo il fenomeno si possa davvero combatterlo. Alessandrini aderisce a Magistratura Democratica, la corrente progressista dell’Associazione Nazionale Magistrati, impegnandosi anche sul fronte associativo: dal 1978 è segretario della sezione milanese dell’ANM, succedendo proprio a Guido Galli in quel ruolo. I due magistrati, destinati entrambi a cadere sotto il piombo terrorista a un anno di distanza, condividono ideali e percorsi: ad esempio collaborano nella critica ai depistaggi sulle stragi neofasciste e nel rivendicare l’autonomia della magistratura dalle pressioni politiche.
Tra fine anni ’70, Milano è anche terreno di scontro con il movimento dell’Autonomia Operaia, frange radicali del proletariato urbano spesso contigue alla lotta armata. Alessandrini è tra i primi magistrati ad indagare sul fenomeno dell’Autonomia milanese, cercando di individuarne i leader eversivi ma al contempo studiandone le matrici ideologiche. Questa apertura mentale, raro esempio di approccio “sociologico” al terrorismo, lo porta a partecipare a convegni e studi sul tema. In un incontro di studio del gennaio 1979, pochi giorni prima di morire, sottolineò come le carceri fossero un terreno fertile per la radicalizzazione ideologica, anticipando analisi oggi attuali sui processi di estremizzazione. Anche per questo, Alessandrini viene definito un magistrato “riformista”, attento ai diritti e alle cause sociali, ma al tempo stesso fermissimo difensore della legalità repubblicana.
Le grandi inchieste: dal terrorismo nero alla “pista nera” di Piazza Fontana
Nella prima fase della carriera milanese, Alessandrini si occupa soprattutto di eversione di destra. Il giovane sostituto procuratore viene assegnato alle indagini sugli attentati neofascisti che insanguinano la città nei primi anni ’70. In particolare, conduce l’inchiesta sulle “Squadre d’Azione Mussolini” (S.A.M.), un gruppo terroristico di estrema destra autore di una serie di bombe a Milano tra il 1971 e il 1972. Grazie alla “prontezza, sagacia, energia e zelo” di Alessandrini e del collega Fiasconaro, i responsabili vengono identificati, meritando ai due magistrati un formale elogio del Procuratore della Repubblica il 14 febbraio 1972. Ma l’indagine lo espone immediatamente a rischi personali: pochi giorni dopo quell’elogio, le SAM reagiscono con una vendetta mirata, facendo esplodere una bomba nel cortile dell’abitazione di Alessandrini. L’ordigno distrugge alcune auto ma, fortunatamente, non causa vittime, configurandosi come un inquietante “avvertimento” al magistrato. L’episodio non lo intimidisce; anzi, Alessandrini prosegue il lavoro con determinazione, ricevendo la solidarietà del Ministro di Grazia e Giustizia Guido Gonella e continuando a indagare a fondo sui circuiti neofascisti milanesi.
Parallelamente, dal 1972 Alessandrini viene coinvolto nel caso simbolo degli anni di piombo: la strage di Piazza Fontana. Dopo alterne vicende giudiziarie, nell’autunno 1972 la competenza sul processo per le bombe del 12 dicembre ’69 torna a Milano. Il giovane Alessandrini – affiancato dal collega Gerardo D’Ambrosio – prende in mano il procedimento che vede imputati militanti anarchici e neofascisti. Con scrupolo e coraggio, egli riapre la pista neofascista: valorizza le indagini avviate in Veneto dai giudici Giancarlo Stiz e Pietro Calogero, che indicavano come responsabili Franco Freda, Giovanni Ventura e altri estremisti di Ordine Nuovo. Contro resistenze e ostruzionismi, Alessandrini elabora una poderosa requisitoria, depositata il 6 febbraio 1974, in cui chiede il rinvio a giudizio dei neofascisti per strage e associazione sovversiva. È un atto giudiziario di svolta, che per la prima volta delinea organicamente la “pista nera” dietro le bombe del 1969. Purtroppo, pressioni politiche e trame giudiziarie ostacolano il processo a Milano: nell’agosto 1972, poco prima del rinvio a giudizio, i vertici giudiziari milanesi chiedono e ottengono dalla Cassazione lo spostamento del processo a Catanzaro, con motivazioni pretestuose di ordine pubblico. Alessandrini assiste con amarezza a quello che i giornali definiranno “l’ultimo torto della giustizia”, ma la sua requisitoria resta agli atti come documento fondamentale. Sarà infatti pubblicata integralmente in volume e sulla rivista Giustizia e Costituzione nel 1979, nel numero dedicato alla memoria di Alessandrini dopo la sua uccisione.
Negli anni successivi, Alessandrini continua a seguire gli sviluppi dei processi per Piazza Fontana, che tra rinvii e nuovi dibattimenti torneranno a Milano solo alla fine degli anni ’70. La sua tenacia investigativa permette di scoprire gravi depistaggi operati da apparati deviati dei servizi segreti (SID) per sviare le indagini sulle stragi. Fu proprio Alessandrini, ad esempio, a portare alla luce il ruolo occulto di Guido Giannettini (un informatore del SID) nell’orchestrare false piste durante l’inchiesta. Queste scoperte contribuiranno nel tempo a chiarire le responsabilità della strategia della tensione, rivelando i legami tra neofascisti ed elementi infedeli dello Stato. Per questo impegno coraggioso nel cercare la verità, Emilio Alessandrini viene considerato uno dei magistrati che “ha maggiormente contribuito a rendere efficiente la procura di Milano” in quegli anni difficili.
Sul fronte opposto, a metà anni ’70 esplode anche la violenza dell’estrema sinistra. Alessandrini non si tira indietro: oltre ad aprire inchieste sul movimento di Autonomia Operaia, entra nel mirino delle Brigate Rosse e di Prima Linea. Emblematico è un ritrovamento del settembre 1978: nel covo milanese di Corrado Alunni, un leader dell’eversione rossa, la polizia sequestra un dettagliato “dossier” su Emilio Alessandrini, contenente informazioni su abitudini, percorsi e misure di sicurezza del giudice. Quel tipo di scheda veniva in genere preparato per pianificare attentati, tanto che Alessandrini stesso sospettò che a fornirla ai terroristi potesse essere stato qualche insospettabile fonte interna (forse addirittura elementi dei servizi segreti deviati). La scoperta conferma che il magistrato è sorvegliato speciale dai terroristi: il suo nome è “schedato” tra gli obiettivi da eliminare. Ciononostante, Emilio non si lascia intimidire: sul finire del 1978 lavora attivamente alla creazione di un “pool antiterrorismo” tra varie procure italiane, per coordinare meglio l’azione giudiziaria contro la lotta armata. Una visione precorritrice, che purtroppo non farà in tempo a realizzare.
In quei mesi Alessandrini inizia anche a occuparsi di un’inchiesta delicata di reati finanziari: il caso del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, destinato a esplodere negli anni successivi. Come membro della sezione reati economici della Procura di Milano, aveva appena iniziato a vagliare le irregolarità nella banca milanese, ma non avrà il tempo di portarla avanti. Il 1979 si apre infatti con la tragica conclusione della sua giovane vita, interrompendo brutalmente la carriera di un magistrato brillante, che molti già indicavano come futuro leader nella magistratura italiana.
L’attentato del 29 gennaio 1979
Lunedì 29 gennaio 1979 Milano si sveglia avvolta nel gelo invernale. Per Emilio Alessandrini è un mattino come tanti: alle 7:50 esce di casa, un appartamento in viale Montenero 8, per accompagnare in auto il figlio Marco, 8 anni, a scuola elementare in via Colletta. Il giudice è senza scorta, come d’abitudine, in quegli anni, molti magistrati rinunciavano alla tutela armata. Alle 8:30, dopo aver lasciato il bambino davanti alla scuola, Alessandrini percorre con la sua Renault 5 il tragitto verso l’ufficio in tribunale. All’incrocio tra viale Umbria e via Muratori, approfittando del semaforo rosso che costringe l’auto a fermarsi, il destino lo attende: un commando di Prima Linea gli tende un agguato micidiale.
La dinamica dell’attentato è rapida e spietata. Il gruppo è composto da cinque terroristi, con compiti precisi: due di loro si avvicinano all’auto dal lato guida e aprono immediatamente il fuoco su Alessandrini, infrangendo il finestrino e sparando otto colpi di pistola, due dei quali lo raggiungono alla testa. Il magistrato non ha scampo: viene colpito a morte sul posto, accasciandosi sul sedile. Altri due membri del commando rimangono a distanza, armi in pugno, a fare da copertura, mentre un quinto complice attende in un’auto poco lontano, pronta per la fuga. In pochi istanti i killer verificano l’esito letale dell’azione, risalgono sull’auto del gruppo e si danno alla fuga a tutta velocità. Per coprire la ritirata, i terroristi lanciano anche un fumogeno in strada, in modo da creare confusione e ostacolare eventuali inseguitori. L’operazione, meticolosamente preparata da tempo e battezzata in codice “Operazione Alex”, è compiuta in meno di un minuto. Emilio Alessandrini, a soli 36 anni, giace senza vita nella sua automobile: è il primo magistrato ucciso a Milano durante gli anni di piombo.
La reazione immediata dei terroristi è quella tipica: la rivendicazione. Poche ore dopo l’agguato, arrivano telefonate anonime ai centralini dei giornali. La prima, alle 8:55, è diretta alla redazione milanese di Repubblica, in cui Prima Linea annuncia l’azione compiuta. Due giorni più tardi, il 31 gennaio, l’organizzazione diffonde un volantino scritto che motiva ideologicamente l’omicidio. Nel comunicato di rivendicazione, firmato dal “Gruppo di fuoco Romano Tognini Valerio” (dal nome di battaglia di uno dei militanti), si legge la lucida ferocia con cui i terroristi giustificano l’assassinio del giudice: «Oggi, 29 gennaio 1979, alle ore 8:30, il gruppo di fuoco Romano Tognini “Valerio” dell’organizzazione comunista Prima Linea ha giustiziato il sostituto procuratore della Repubblica Emilio Alessandrini. Era uno dei magistrati che maggiormente ha contribuito in questi anni a rendere efficiente la procura di Milano… una delle figure centrali che il comando capitalistico usa per rifondarsi come macchina militare e giudiziaria efficiente e come controllore dei comportamenti sociali e proletari sui quali intervenire». In questo delirante teorema rivoluzionario, Alessandrini viene dipinto come un nemico del popolo, un ingranaggio chiave dello “Stato imperialista” da abbattere perché efficace nel contrastare la lotta armata. Uccidendolo, Prima Linea intende infliggere una svolta alla propria campagna terroristica, colpendo un simbolo delle istituzioni.
La notizia dell’omicidio si diffonde subito in città e nel Paese, suscitando sdegno e paura. Per Milano è un trauma immenso: un servitore dello Stato, noto e benvoluto, assassinato in pieno giorno. La mattina stessa, presso il Palazzo di Giustizia e gli organi dello Stato, scatta l’emergenza. Il Consiglio Superiore della Magistratura viene convocato d’urgenza in seduta straordinaria il 30 gennaio al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e del Ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio. In quell’occasione il Vicepresidente del CSM, Vittorio Bachelet (anche lui destinato pochi mesi dopo a cadere vittima del terrorismo brigatista), pronuncia parole commosse in ricordo di Alessandrini, definendolo “magistrato probo, attivo, capace, che faceva onore all’Ordine Giudiziario, noto… per le sue qualità professionali ed umane”. Lo stesso Pertini annuncia che parteciperà personalmente ai funerali e afferma con forza: “Nella lotta contro il terrorismo la Magistratura ha pagato un prezzo di sangue molto elevato, per cui è necessario evitare che i giudici si sentano isolati dagli altri poteri dello Stato”. Il Presidente sottolinea come la solidarietà del popolo attorno ai magistrati dimostri che “il terrorismo è un fatto isolato” e che lo Stato reagirà unito.
L’onda d’urto e la risposta dello Stato
Il funerale di Emilio Alessandrini, celebrato il 31 gennaio 1979 nel Duomo di Milano, si trasforma in una imponente manifestazione popolare. Oltre 200 mila persone, una folla immensa, paragonabile solo a quella vista dieci anni prima per le vittime di Piazza Fontana, scendono in piazza Duomo per tributare l’ultimo saluto al giovane magistrato caduto. Le immagini di quella giornata restano impresse nella memoria collettiva: la cattedrale stracolma all’inverosimile, la bara avvolta nel tricolore portata a spalla, gli applausi e le lacrime al passaggio del feretro. Sul sagrato, durante il comizio funebre, si alzano alto gli striscioni con scritte come “Basta con il terrorismo” e “Milano non dimentica”. La moglie di Emilio, Paola, assiste alla cerimonia attonita e impietrita dal dolore, accanto al piccolo Marco che piange disperato la perdita del padre. Al termine della funzione, quando la bara esce dal Duomo, l’intera piazza scroscia in un applauso spontaneo, lungo e commosso, come tributo a quel “giudice simbolo” caduto per aver fatto semplicemente il proprio dovere. È la prima volta nella storia repubblicana che un magistrato assassinato riceve un simile omaggio di folla. Segno della profonda impressione che il delitto Alessandrini ha suscitato nell’opinione pubblica.
Nel frattempo, le autorità si mobilitano per dare una risposta ferma. Già nelle ore immediatamente successive all’omicidio, la polizia avvia vaste operazioni di rastrellamento a Milano e in altre città, perquisendo ambienti della sinistra extraparlamentare e circoli vicini all’Autonomia. Vengono fermati anche alcuni intellettuali di area marxista (come lo storico Enzo Collotti e il poeta Francesco Leonetti), segno del clima rovente e del forte giro di vite su tutto il milieu in cui i terroristi potevano annidarsi. Tuttavia, i membri del commando Prima Linea riescono inizialmente a far perdere le proprie tracce. La svolta nelle indagini arriverà solo l’anno seguente: maggio 1980, quando un militante di Prima Linea, Roberto Sandalo, viene arrestato e decide di collaborare con la giustizia. Sandalo, soprannominato “Roby il pazzo”, è il primo terrorista di PL a pentirsi, e le sue confessioni svelano la composizione del gruppo di fuoco responsabile dell’omicidio Alessandrini.
Grazie alle informazioni del pentito, tra il 1980 e il 1981 le forze dell’ordine effettuano una serie di arresti che decapitano Prima Linea, smantellandone l’ala militare. Vengono catturati i principali membri dell’organizzazione, inclusi i componenti del commando Alessandrini: Sergio Segio (nome di battaglia “Comandante Sirio”), uno dei fondatori e leader di PL; Marco Donat-Cattin, giovane militante figlio di un noto esponente democristiano; Michele Viscardi, Umberto Mazzola e Bruno Russo Palombi. A vario titolo risultano coinvolti anche altri dirigenti o fiancheggiatori di Prima Linea, come Susanna Ronconi, Enrico Baglioni, Alessandro Bruni e Roberto Rosso. Il quadro emerso dalle indagini è preciso: secondo il racconto di Sandalo, la mattina del delitto furono Segio e Donat-Cattin a sparare direttamente ad Alessandrini (i due “shooters” appostati alla macchina), Viscardi e Mazzola a coprirne le spalle armati, e Russo Palombi ad attenderli in auto per la fuga. L’agguato, pianificato come “Operazione Alex”, fu dunque materialmente eseguito da cinque terroristi, con la complicità di altri membri dell’organizzazione nella preparazione.
Il processo e le condanne
Dopo la stagione degli arresti, la giustizia fa il suo corso. Il maxi-processo contro Prima Linea, denominato processo Albesano + 133 (dal nome di uno degli imputati, Franco Albesano, e dal numero totale dei rinviati a giudizio), si celebra a Torino a partire dal 1983 e comprende, tra le varie imputazioni, anche l’omicidio del giudice Alessandrini (nonché quello, successivo, del giudice Guido Galli). È un procedimento vastissimo contro l’intera rete di PL, con 134 imputati accusati a vario titolo di decine di reati di terrorismo commessi tra il 1979 e il 1980. Il dibattimento di primo grado si conclude il 10 dicembre 1983: la Corte d’Assise di Torino emette una sentenza esemplare che riconosce le responsabilità per l’omicidio Alessandrini e condanna tutti i principali membri del commando e del direttivo di Prima Linea. In particolare, Sergio Segio, ritenuto organizzatore ed esecutore materiale, viene condannato alla pena dell’ergastolo. Bruno Russo Palombi (l’autista) è condannato a 24 anni e 6 mesi di reclusione. Marco Donat-Cattin, che durante la latitanza si era dissociato dalla lotta armata e si era consegnato alle autorità, ottiene uno sconto di pena e viene condannato a 8 anni; gli viene perfino concessa la libertà provvisoria dopo la sentenza, suscitando all’epoca clamore per la clemenza mostrata al “figlio del ministro”. Michele Viscardi, Umberto Mazzola, Susanna Ronconi, Enrico Baglioni, Alessandro Bruni, Roberto Rosso e altri imputati minori ricevono pene detentive variabili, in alcuni casi ridotte grazie alle attenuanti della dissociazione (ovvero l’uscita dalle organizzazioni terroristiche senza però collaborare attivamente con la giustizia). Le condanne complessive sono molto severe, rispecchiando la volontà dello Stato di punire in modo esemplare chi aveva sfidato le istituzioni democratiche con le armi.
Il lungo iter processuale tuttavia non si esaurisce qui. La sentenza di appello, emessa sempre dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino il 10 maggio 1986, conferma la gran parte delle condanne di primo grado, apportando solo lievi riduzioni di pena per alcuni imputati minori. Ma nuovi intoppi giudiziari emergono: nel 1987 la Corte di Cassazione annulla quella sentenza d’appello per motivi procedurali, ordinando un nuovo giudizio di secondo grado. Si scopre infatti che alcuni giudici della Corte torinese potevano essere considerati incompatibili per precedenti atti nel processo, così viene disposto un processo d’appello bis davanti a una nuova sezione. Il giudizio di rinvio si conclude il 19 aprile 1989, quando la Corte d’Assise d’Appello di Torino pronuncia finalmente la sentenza definitiva: vengono sostanzialmente confermate le statuizioni di condanna principali, consolidando il quadro di responsabilità per l’omicidio Alessandrini e gli altri crimini di Prima Linea. A questo punto, la maggior parte degli imputati rinuncia a ulteriori ricorsi, facendo così diventare irrevocabili le condanne. Solo pochi ricorrono ancora in Cassazione, ma l’ultimo verdetto della Suprema Corte (maggio 1990) pone fine alla vicenda giudiziaria, rendendo definitive le pene per tutti.
In sintesi, giustizia è fatta. Gli assassini di Emilio Alessandrini – pur con le differenze di trattamento dovute alle varie scelte processuali (pentimento, dissociazione, ecc.) – pagano il conto con la giustizia. Sergio Segio resterà in carcere fino al 2004, quando esce dopo circa 22 anni (grazie anche a benefici e lavori socialmente utili svolti in detenzione); Marco Donat-Cattin sconterà una pena lieve e uscirà nel giro di pochi anni, per poi rifarsi una vita lontano dai riflettori (morirà prematuramente nel 1988, a 36 anni, per malattia); Susanna Ronconi e altri militanti dissociati otterranno scarcerazioni anticipate nei primi anni ’90. La pagina giudiziaria dell’omicidio Alessandrini dunque si chiude entro il 1990, anche se la riflessione su quelle vicende rimane aperta ancora a lungo nell’opinione pubblica e nelle istituzioni.
Le voci dei familiari e dei colleghi: il ricordo di Emilio
A più di quattro decenni dalla tragica morte, la figura di Emilio Alessandrini vive nel ricordo commosso di familiari, amici e colleghi. Particolarmente toccanti sono le parole del figlio Marco, che dell’attentato del 1979 porta ancora le cicatrici interiori. Marco aveva 8 anni quando vide per l’ultima volta suo padre quella mattina di gennaio. Oggi affermato avvocato, è stato sindaco di Pescara dal 2014 al 2019, ispirato dai valori civili appresi in famiglia. In un’intervista, Marco Alessandrini ha confidato di aver sempre considerato suo padre come un “padre-amico”, tanto che da bambino lo chiamava per nome, Emilio, e ora lo sente quasi come “un fratello minore” data la giovane età in cui è scomparso. “Quando è morto aveva 36 anni, io ora sono più vecchio di lui…”, ricorda con malinconia. Nonostante il dolore, Marco spiega di non aver mai provato odio per gli assassini: “L’odio è una brutta bestia. Ti mangia dentro come un verme solitario… Non aiuta”. Pur credendo nel percorso di giustizia riparativa intrapreso da altri familiari di vittime (come Agnese Moro), egli ammette di non sentirsi di incontrare di persona i killer di suo padre: “Non ce la faccio, non sono pronto”. E aggiunge con una metafora suggestiva, citando Kant: “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me… Il mio cielo stellato e la mia legge morale sono stati Emilio”. Così, il figlio esprime quanto la figura paterna continui a guidarlo come un riferimento etico luminoso.
Anche la moglie Paola Bellone, rimasta vedova a soli 35 anni, ha continuato ad onorare la memoria del marito. Di lei si ricorda in particolare la dignità composta durante i funerali: “immobile” accanto alla bara, con lo sguardo perso e gli occhi asciutti mentre il figlio singhiozzava, un’immagine che colpì profondamente il pubblico in Duomo. Nei giorni successivi all’attentato, Paola ricevette la carezza affettuosa del Presidente Pertini, che andò a porgerle le condoglianze di persona. Raccontando quell’episodio al giornale, disse che quell’umanissimo gesto del Presidente le rimase impresso come segno della vicinanza dello Stato in un momento tanto drammatico. Nonostante il dolore, Paola ha cresciuto Marco tenendo vivo il ricordo di Emilio: “Mi è mancato il tempo per capirlo – ha detto il figlio – ma l’ho ritrovato nei racconti di mamma, dei familiari, degli amici”. La famiglia Alessandrini ha sempre rifiutato qualsiasi strumentalizzazione politica del sacrificio di Emilio, mantenendone vivo il messaggio di impegno civile sopra ogni cosa.
Numerosi colleghi magistrati, allora giovani come lui, hanno negli anni espresso il proprio ricordo di Alessandrini. Edmondo Bruti Liberati, che fu poi Procuratore della Repubblica a Milano, ha scritto che Alessandrini rappresentava il modello del giudice moderno: professionalmente preparato, aperto al nuovo e coraggioso nell’andare controcorrente quando necessario. Gerardo D’Ambrosio, suo co-istruttore nel caso Piazza Fontana, lo definì “un lavoratore instancabile, dotato di finissima intelligenza e passione civile, che cercò sempre la verità anche quando era scomoda”. Giorgio Ambrosoli, il famoso avvocato liquidatore assassinato dalla mafia di Sindona pochi mesi dopo Alessandrini, nel luglio 1979, lo aveva conosciuto in tribunale e ne apprezzava l’onestà cristallina e la determinazione (non a caso, oggi i due nomi vengono spesso accostati come eroi borghesi di quell’epoca). Gli stessi terroristi, paradossalmente, riconoscevano il valore del “nemico”: nel volantino di rivendicazione, pur nel linguaggio distorto dell’ideologia, ammettono che Alessandrini era un elemento efficiente e centrale nell’apparato giudiziari. In altre parole, lo uccisero perché era un magistrato che faceva bene il suo lavoro. Questo aspetto è stato sottolineato dallo stesso Marco Alessandrini dopo anni di riflessioni: “Alla fine non riesco a trovare altra spiegazione: gli spararono perché lavorava tanto e bene, tutto qui. Nessun complotto, solo un gioco sfuggito di mano a ragazzini che volevano fare i rivoluzionari”.
La memoria pubblica e il lascito storico
La figura di Emilio Alessandrini è entrata a far parte della memoria collettiva dell’Italia repubblicana e la sua vicenda continua ad avere un forte significato storico e civile. Ogni anno, il 29 gennaio, la città di Milano e la magistratura ricordano il sacrificio di questo “illuminato servitore dello Stato”. In occasione del 40º anniversario dell’uccisione, nel 2019, il Presidente Mattarella ne ha rievocato la figura con parole solenni: “Barbaramente ucciso a soli 36 anni, Alessandrini fu l’espressione di una nuova generazione di magistrati appassionati e animati da forti sentimenti civili”. Il Capo dello Stato ha sottolineato l’importanza di non disperdere la memoria di quanto accaduto e l’insegnamento professionale ed umano che ci ha lasciato. “Ricordare il suo sacrificio – ha aggiunto Mattarella – significa richiamare il senso etico di tutti coloro che, in anni bui, seppero opporsi ai nemici della convivenza civile e difendere, con la propria vita, i principi di legalità e umanità su cui si fonda la Repubblica”.
A Milano, diversi luoghi e iniziative portano il suo nome a testimonianza del tributo duraturo della comunità. Nel 2013 l’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Milano è stata ufficialmente intitolata a “Emilio Alessandrini e Guido Galli”, unendo così i nomi dei due magistrati martiri del terrorismo nell’edificio dove entrambi avevano lavorato e lottato. All’ingresso dell’Aula campeggiano le loro fotografie, a perenne memoria del comune impegno di giudici e avvocati per la legalità. Sempre a Milano, un parco pubblico nel quartiere Ortomercato porta il suo nome (Parco Emilio Alessandrini), offrendo ogni giorno a famiglie e bambini un luogo di serenità intitolato a chi difese la pace civile. Numerose altre città gli hanno dedicato vie, piazze, scuole, sale consiliari e perfino impianti sportivi, segno di un riconoscimento che travalica i confini milanesi. In Abruzzo, sua terra d’origine, opera da oltre un decennio l’Associazione Emilio Alessandrini per la legalità, che organizza incontri nelle scuole e attività di sensibilizzazione antimafia e antiterrorismo. A Pescara, ad esempio, ogni anno vengono coinvolti gli studenti in progetti sulla memoria delle vittime del terrorismo, affinché il messaggio di persone come Alessandrini resti vivo tra le giovani generazioni.
Il 9 maggio, data del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, l’Italia celebra dal 2008 la Giornata nazionale in memoria delle vittime del terrorismo. In queste ricorrenze ufficiali, il nome di Emilio Alessandrini viene sempre ricordato accanto a quello degli altri caduti. Come ha osservato Marco Alessandrini, per troppo tempo nel nostro Paese si è parlato “più dei carnefici che delle vittime” degli anni di piombo, ma fortunatamente la tendenza sta cambiando. Oggi c’è maggiore attenzione al ricordo delle vittime e al significato delle loro vite spezzate: uno sviluppo a cui hanno contribuito l’impegno costante delle associazioni (come l’AIVITER, Associazione Italiana Vittime del Terrorismo) e l’azione delle istituzioni, a partire dal Quirinale durante il settennato di Giorgio Napolitano.
Il lascito morale che Emilio Alessandrini ci ha lasciato consiste nell’esempio limpido di chi compie il proprio dovere con abnegazione, senza cercare eroismi ma ritrovandosi eroe civile suo malgrado. Come ricordava suo figlio, Alessandrini, al pari di figure come Guido Rossa o Giorgio Ambrosoli, “non pensava di fare niente di eccezionale. Ma lo faceva. Faceva semplicemente il proprio dovere, e lo faceva bene”. Ed è proprio questa normalità virtuosa che lo rende un simbolo: il simbolo di uno Stato democratico che sa esprimere servitori onesti e capaci, disposti a rischiare la vita per difendere i valori della giustizia e della libertà. La sua vicenda umana e professionale ci consegna un monito chiaro: la difesa della legalità richiede coraggio e unità, e ogni cittadino – nel suo ruolo – può e deve dare il proprio contributo. Milano e l’Italia non hanno dimenticato quel “freddo mattino d’inverno” del 1979. Oggi Emilio Alessandrini vive nella memoria collettiva come un esempio luminoso di integrità morale, un “giudice ragazzino” (come fu definito, per la giovane età, dalla stampa dell’epoca) che, con la sua faccia mite e il suo rigore, ha incarnato il volto migliore delle istituzioni repubblicane. Il suo sacrificio continua a interrogarci e ad ispirarci, affinché gli errori e gli orrori di quegli anni bui non abbiano mai più a ripetersi.
Roberto Greco