«Auschwitz non va considerato come un evento concluso, ma come un processo burocratico e razionale capace di ripresentarsi sotto nuove spoglie». Con queste parole, il sociologo Pietro Piro invita a guardare al passato nazionalsocialista non come a un semplice ricordo, ma come a una “mannaia” che pende ancora sul nostro presente. Secondo Piro, la vera sfida attuale è opporsi alla disumanizzazione istituzionalizzata e alla “cultura dello scarto”, contesti in cui la tecnologia e la burocrazia rischiano di trasformare l’essere umano in un mero dato statistico o in un “rifiuto” della modernità, Per evitare che la memoria diventi un rito vuoto, egli propone una profonda chiarificazione razionale (Aufklärung) volta a riconoscere i meccanismi di esclusione e indifferenza già attivi nella nostra società.

Anche quest’anno, in occasione della Giornata della Memoria, terrà delle conferenze pubbliche. Ha voluto intitolarle il suo contributo: «Un passato che non passa? I crimini nazisti e noi». Perché hai scelto questo titolo per i suoi interventi?
«Nel lontano 1987, l’editore Einaudi pubblicava a cura di Gian Enrico Rusconi il libro: “Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca”. Il libro raccoglieva importanti interventi di storici, filosofi e politologi, centrati tutti sul tentativo di poter ragionare sulla legittimità scientifica e morale del confronto tra i crimini nazisti, in particolare l’Olocausto ebraico, con altre violenze del XX secolo (nessuna posizione negazionista). Mi ha colpito molto un passaggio dell’intervento che ha acceso il dibattito di E. Nolte quando afferma: “Con passato che non vuole passare” si può intendere soltanto il passato nazionalsocialista dei tedeschi o della Germania. Il tema implica la tesi che ogni passato di solito passa, e che in questo passare c’è qualcosa di affatto eccezionale. D’altra parte, il normale passare del passato non va inteso come scomparsa. Nei libri di storia si continua a discutere dell’età napoleonica o della classicità augustea; ma questi passati hanno perso, ovviamente, l’urgenza che avevano per i contemporanei, e proprio per questo possono essere affidati agli storici. Invece, a quanto pare, il passato nazionalsocialista […] non soggiace a questo processo di dissoluzione e di indebolimento, ma sembra, al contrario, diventare sempre più vivo e vigoroso: non come modello bensì come spauracchio, come passato che si pone come presente, o che pende sul presente come una mannaia” (p. 3). Io ritengo che dal 1989 ad oggi, siano stati fatti molti passi avanti nella comprensione storica del fenomeno. Tuttavia, continuiamo a chiederci almeno due cose: com’è stato possibile tutto questo? E poi ancora: può ripetersi ancora? Finché continueremo a farci queste domande, dobbiamo fare uno sforzo di Aufklärung (chiarificazione razionale) per costruire una consapevolezza diffusa che permetta “al passato di passare”. Il mio sforzo si muove in questa direzione».
Nel 2016 pubblicava il libro Auschwitz è ancora possibile? Sono passati dieci anni da allora. Cosa significa porre questa domanda oggi?
«Significa interrogarsi sulla possibilità che si riproducano le condizioni sociali, politiche e culturali che lo hanno reso possibile. Se ci sono tendenze che se portate alle “estreme conseguenze” possono catapultarci in un baratro. Occorre saper leggere i fatti sociali nel loro stato nascente e, qualora s’intraveda anche un solo “accenno” a meccanismi di distruzione, attivare ogni possibile resistenza. In questo senso, la domanda riguarda il presente e lo interroga profondamente. In concreto, significa chiedersi se la disumanizzazione dell’altro (trasformare persone in numeri, problemi, nemici) sia ancora praticata e in che termini; se l’indifferenza, l’obbedienza cieca e il conformismo continuino a prevalere sulla responsabilità individuale e sull’educazione alla solidarietà senza confini (G. Dossetti); se il linguaggio dell’odio, della paura e dell’esclusione venga normalizzato nello spazio pubblico o utilizzato scientificamente per creare consenso; se le istituzioni possano ancora giustificare violenze in nome della sicurezza, dell’ordine o del progresso. Chi crede che Auschwitz sia stato solo un luogo si sbaglia. È piuttosto una tappa di un lungo processo: burocratico, razionale, efficiente, reso possibile anche grazie al supporto di persone comuni e da una società che ha accettato l’inaccettabile passo dopo passo. Chiedersi se sia ancora possibile significa allora vigilare su quei meccanismi che, anche oggi, possono portare alla negazione della dignità umana. In definitiva, la domanda non riguarda il passato, ma la nostra capacità presente di riconoscere i segnali di allarme e di assumerci una responsabilità etica: perché Auschwitz diventa ancora possibile ogni volta che un potente apparato burocratico-tecnico-militare s’impossessa del potere e, per giustificare ogni genere di nefandezza, trova un “nemico pubblico” su cui scaricare tutte le colpe. Mi pare che questo sia uno schema ormai chiarissimo».
Quando parliamo di “possibilità” di Auschwitz, ci riferiamo a un evento storico identico o a forme nuove di sterminio e disumanizzazione?
«Auschwitz è stato il risultato di un lungo processo: la costruzione del nemico, la progressiva esclusione dei diritti, la riduzione delle persone a categorie, numeri, scarti. Questi processi possono riemergere in contesti diversi, adattandosi ai linguaggi, alle tecnologie e alle strutture del presente. Le forme di disumanizzazione possono non assumere subito l’aspetto dello sterminio fisico ma presentarsi – in origine – come esclusione sistematica, violenza normalizzata, controllo oppressivo e limitazione delle libertà individuali e collettive, abbandono di intere popolazioni, morte “indiretta” causata da politiche, guerre, fame, confini, indifferenza, indebitamento, inquinamento. Oggi le forme più gravi di limitazione della vita non si presentano quasi mai come un’unica, esplicita politica di sterminio, ma come processi diffusi, strutturali e spesso normalizzati, che rendono alcune vite meno protette, meno degne, più sacrificabili di altre. Z. Bauman ci ha insegnato che la modernizzazione è la più prolifica e meno controllata linea di produzione di rifiuti e di esseri umani di scarto. Papa Francesco ha parlato tante volte di “cultura dello scarto” in cui uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo. L’ambiente umano in cui la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità. Pensiamo alla “disumanizzazione istituzionalizzata” in cui viviamo oggi: leggi, procedure e politiche trattano le persone come numeri, casi o problemi da gestire, sistemi di detenzione e respingimento che producono morte o sofferenza “amministrativa”; condizioni di vita degradate imposte legalmente a gruppi vulnerabili; negazione di diritti fondamentali in nome dell’emergenza o della sicurezza. Qui la vita non viene negata apertamente, non viene soppressa immediatamente ma svuotata di valore, ridotta a – quasi niente – e dunque immediatamente sacrificabile alle “logiche dello sviluppo”. La violenza economica e sociale (povertà strutturale, sfruttamento lavorativo estremo, accesso diseguale a cure, istruzione, acqua, cibo) è una forma di violenza lenta, che non uccide subito, ma consuma la vita nel tempo. La divora lentamente e senza lasciare tracce. Guerre, bombardamenti, droni, sanzioni, confini armati: la morte diventa astratta, statistica, priva di volti; il dolore è reso invisibile o giustificato come inevitabile. Auschwitz non si ripeterà nello stesso identico modo perché gli strumenti tecnici che possediamo oggi non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di allora. Ma questa non è una affermazione consolatoria. Anzi, direi che spalanca le porte a fortissime inquietudini».
Perché, nonostante il lavoro sulla memoria della Shoah, continuiamo a vedere il riemergere di odio, razzismo e violenza?
«Credo che ricordare un evento storico non garantisce di interiorizzarne il significato etico. Spesso la Shoah viene studiata come un fatto del passato, “chiuso”, senza collegarla ai meccanismi che l’hanno resa possibile (disumanizzazione, propaganda, obbedienza cieca, indifferenza, costruzione del nemico, bellicismo). Inoltre, con la scomparsa dei testimoni diretti, la Shoah rischia di diventare sempre più astratta. Questo è un rischio inevitabile. Senza un coinvolgimento emotivo e critico, la memoria può trasformarsi in rituale (cerimonie, date simboliche) più che in strumento di vigilanza civile. Il filosofo Habermas che è stato uno dei protagonisti del dibattito sul “passato che non passa” sosteneva l’unicità dei crimini nazisti proprio perché essi rappresentavano qualcosa di unico e vicino alla generazione di tedeschi che li aveva vissuti «in prima persona». Per Habermas “La nostra vita è connessa non da circostanze puramente contingenti, bensì intimamente a quel contesto di vita [Lebenszusammenhang] che rese possibile Auschwitz” (Germania, op.cit. p. XXI). Ora noi siamo lontanissimi da quel “contesto di vita” e la nostra comprensione si fa sempre più difficile, libresca, distante. La memoria della Shoah è efficace solo se accompagnata da strumenti per riconoscere stereotipi, manipolazione del linguaggio e dinamiche di esclusione. Senza questi strumenti, le persone possono ripetere schemi simili senza accorgersene. I social media amplificano discorsi d’odio, teorie complottiste e negazionismo, rendendoli più accessibili e normalizzati. Questo indebolisce il lavoro educativo tradizionale sulla memoria storica. Facciamo tutti fatica a vedere i legami tra il passato e il presente: il razzismo di oggi non si presenta con le stesse forme di quello nazista, ma può avere la stessa logica di fondo (noi/loro, gerarchie umane, negazione dei diritti). La memoria della Shoah deve essere attiva, critica e collegata al presente. Solo così può diventare uno strumento reale di prevenzione contro l’odio e la violenza, e non solo un ricordo del passato».
Nel suo libro su Auschwitz emergeva il ruolo delle persone “comuni” e i meccanismi “quotidiani” di disumanizzazione. Quanto è importante la responsabilità individuale nei processi di violenza collettiva?
«Primo Levi ci ha insegnato – direi con quella chiarezza che rende un autore immortale – che il male non è opera solo di mostri o fanatici, ma di individui ordinari che, giorno dopo giorno, accettano, giustificano o eseguono pratiche disumanizzanti. Questo rende la responsabilità individuale fondamentale, anche quando è frammentata o apparentemente minima. La violenza collettiva funziona attraverso meccanismi quotidiani, attraverso un sistema di “leve” che non possono non essere familiari: obbedienza agli ordini, conformismo, bisogni di carriera, paura di esporsi, linguaggio burocratico che nasconde la realtà, piccole rinunce alla propria coscienza in cambio di sicurezza. Ognuno di questi gesti, preso singolarmente, può sembrare insignificante, e di fatto, potrebbe anche esserlo. Ma nella Germania nazista tutti questi devoti atti d’obbedienza cieca sommati hanno prodotto un sistema di distruzione. Proprio per questo la responsabilità non scompare: si diluisce, ma non si annulla. Primo Levi insisteva sull’idea della zona grigia: uno spazio in cui vittime e carnefici non sono sempre nettamente separati, e in cui molte persone collaborano non per odio ideologico, ma per opportunismo, adattamento o sopravvivenza. Riconoscere questa zona non significa assolvere, ma capire quanto sia fragile la linea che separa l’essere umano dalla complicità. La responsabilità individuale è cruciale anche perché i sistemi violenti hanno bisogno del consenso, o almeno dell’indifferenza, di molti. Senza la collaborazione di funzionari, medici, tecnici, impiegati, vicini di casa, Auschwitz non avrebbe potuto funzionare. La scelta di “non vedere” o di “fare solo il proprio lavoro” è già una scelta morale. I volenterosi carnefici di Hitler (Hitler’s Willing Executioners, 1996) dello storico Daniel Jonah Goldhagen, ha avuto un ruolo fondamentale perché ha riportato al centro la responsabilità individuale, contro l’idea di un popolo totalmente costretto ad obbedire e ha spinto gli storici e i lettori a interrogarsi su quanto si sceglie anche quando si obbedisce. Se pensiamo al nostro presente possiamo dire che la violenza collettiva non nasce all’improvviso, ma è preceduta da parole, gesti, esclusioni apparentemente normali. La responsabilità individuale consiste allora nel riconoscere i segnali, rifiutare la disumanizzazione anche quando è socialmente accettata, e mantenere uno spazio di giudizio personale. L’errore più grande che possiamo fare è pensare che Auschwitz riguardi solo “loro”: i tedeschi del passato e non “noi” che abitiamo nella “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà nella civiltà industriale avanzata» (E. Marcuse)».
Vede analogie tra il clima politico e sociale di oggi e quello che precedette i totalitarismi del Novecento?
«Questa è una domanda molto difficile. Innanzitutto, perché la Storia non si ripete mai nello stesso identico modo. Ma chiunque si sia dilettato per qualche tempo con lo studio dei fatti storici sa che esistono delle costanti, dei cicli, delle condizioni socioeconomiche che sono in grado di accelerare determinati processi. Oggi sappiamo che l’insicurezza alimenta la domanda di soluzioni semplici e autoritarie; che la sfiducia verso le istituzioni democratiche crea spazio per leader che si presentano come “anti-sistema”; che la polarizzazione e logica amico/nemico è una dinamica che erode il pluralismo; che la ricerca di capri espiatori è un meccanismo quasi insormontabile (R. Girard ci ha insegnato moltissimo su questo). Oggi viviamo in un sistema-mondo con società più complesse e pluraliste, esistono contropoteri, società civile, informazione diffusa. Le identità sono multiple, non facilmente uniformabili. Questo rende più difficile la costruzione di un totalitarismo “classico”. L’esperienza del Novecento ha lasciato anticorpi culturali e giuridici: Costituzioni, diritti umani, organismi sovranazionali che anche se sono spesso poco efficaci, rappresentano comunque un “avanzamento” che impedisce una regressione senza riferimento (ogni precedente è sempre un punto simbolico di riferimento, un “si può fare” che rompe la logica dell’inesorabile). Tuttavia, assistiamo anche alla presenza virulenta di democrazie illiberali; autoritarismi elettivi; erosione graduale dei sistemi democratici. Emergenza dopo emergenza, paura dopo paura, si erodono diritti conquistati con anni di lotte e sacrifici. Stiamo vivendo un periodo di grandi trasformazioni e di accelerazioni inaudite e credo che la tenuta dei sistemi democratici sia molto a rischio ma per motivi diversi da quelli della Repubblica di Weimar».
Quali sono i pericoli più gravi che corriamo?
«Ho recentemente dedicato un approfondimento all’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul mercato del lavoro. Credo che entro pochi anni saremo costretti a riscrivere il senso della parola lavoro. Questo causerà moltissimi problemi la cui portata è ancora del tutto ignota. Rimando a questo approfondimento per considerazioni più precise (ma debolissime). Qui mi preme dire che oggi molti sistemi critici (finanza, sanità, giustizia, sicurezza, welfare) delegano decisioni ad algoritmi la cui comprensione è riservata a pochissime persone. Sappiamo – e la storia lo dimostra chiaramente – che le concentrazioni estreme di potere in mano di pochi sono molto pericolose. Poche aziende e Stati controllano infrastrutture digitali, dati, modelli di IA. C’è molta asimmetria di potere tra cittadini e piattaforme, la sovranità democratica è molto ridotta e lo sviluppo tecnologico appare difficile da regolare o contrastare o da sottomettere a decisioni “programmate”. Il pericolo della manipolazione della realtà per fini privati è reale, così come la disinformazione su scala industriale, la polarizzazione sociale, la perdita di consenso su fatti di base. Rischiamo di diventare società incapaci di prendere decisioni collettive razionali. Il Progresso tecnico rischia di aumentare la dequalificazione cognitiva e la riduzione delle capacità critiche è sotto gli occhi di tutti. Rischiamo di diventare società meno resilienti e più manipolabili con sorveglianza pervasiva e normalizzazione del controllo. Una repressione “soft” ma costante, pervasiva fino al midollo della coscienza che riduce ogni opposizione allo zero perché capace di intercettarne ogni minimo movimento. Oggi la velocità dell’innovazione supera la capacità di regolazione, comprensione sociale, adattamento culturale. Molte tecnologie sono rilasciate prima di capirne gli effetti (il vaccino è una tecnologia). Siamo entrati in un’epoca in cui tutte le regole che ci diamo sono sempre “in ritardo” rispetto all’accelerazione del presente. Il pericolo principale non è l’emergere di una singola tecnologia (la bomba atomica) ma l’emergere di sistemi potenti, opachi e non governati, in cui nessuno ha pieno controllo, ma tutti subiscono le conseguenze. Il 2026 è l’anno immaginato nel film di Fritz Lang Metropolis. Nel film si fa riferimento alla Torre di Babele dove: “Chi progettava non conosceva chi costruiva, chi costruiva non conosceva lo scopo. I pochi che cantavano inni diventarono la maledizione dei molti”. Siamo sicuri che oggi chi sta progettando il nostro futuro sia anche in grado di governarlo? Credo che abbiamo bisogno urgentemente di una “politica per l’organizzazione della tecnica”. Una questione che per me è tanto cruciale quanto ignorata».
Cosa dovrebbero imparare i giovani da Auschwitz?
«Forse basterebbe dire (con E. Fromm) che bisognerebbe imparare ad amare la vita. Ma ogni ricetta rischia di diventare moralismo. I giovani che conosco (tanti? pochi?) non amano molto i decaloghi. Mi piace ricordare questo monito di M. Foucault: non innamoratevi del potere!».
Mario Catalano