Sei mesi e sei giorni in carcere da innocente. Senza essere mai ascoltato da un giudice. Senza prove. Senza che l’accusatrice fosse mai interrogata in aula. È la storia di Nunzio Di Gennaro, professore di lettere, oggi tornato a insegnare a Gela, sua città natale, vittima di una delle più gravi forme di errore giudiziario: l’ingiusta detenzione.
Nel 2008 Di Gennaro ha 32 anni e insegna in Trentino Alto Adige, tra Tione e Mezzolombardo. Il primo aprile viene arrestato nella sua abitazione con l’accusa è di violenza sessuale. A denunciarlo è una ragazza tedesca conosciuta in chat, ospitata per alcuni giorni nella sua casa.
«Sono stato portato via come un criminale senza che ci fosse uno straccio di prova – racconta -. Solo una dichiarazione di mezza pagina, trascritta dai carabinieri. Nessun referto medico, nessun riscontro oggettivo. Eppure sono finito in carcere».
Arrestato senza essere ascoltato
La vicenda giudiziaria appare sin dall’inizio segnata da gravi anomalie. Di Gennaro resta detenuto per oltre sei mesi senza mai essere interrogato da un giudice. Non viene ascoltata neppure la ragazza che lo accusa. La prima svolta arriva solo alla prima udienza, quando l’accusatrice non si presenta in tribunale. È allora che l’imputato ottiene la scarcerazione.
«Sono uscito non perché fosse emersa la verità, ma perché la prova doveva formarsi in dibattimento. E la prova non esisteva», spiega. Nel frattempo, però, la vita è già distrutta. La reputazione compromessa, il lavoro sospeso, il marchio infamante addosso. «Ero descritto negli atti come un manipolatore, un affabulatore, senza che nessuno spiegasse su quali elementi si basassero queste definizioni».
Le menzogne e i tabulati
Col passare degli anni emergono elementi che smontano completamente l’impianto accusatorio. I tabulati telefonici, richiesti dal giudice, rivelano una rete di contatti dell’accusatrice con persone legate allo spaccio di droga. Infine, cade anche un altro tassello inquietante, infatti, la ragazza aveva raccontato a Di Gennaro che la madre fosse morta, salvo poi presentarla viva e sorridente in aula.
«Una persona capace di mentire sulla vita e la morte di un genitore è capace di mentire su tutto – dice oggi il professore -. Era un modo per farmi abbassare le difese e creare empatia». Il processo è stato poi lungo e tortuoso: due condanne, poi la Cassazione annulla e rinvia a Bolzano. È lì che arriva l’assoluzione definitiva perché “il fatto non sussiste”. Una formula piena, che certifica l’innocenza totale.
Il risarcimento e l’ammissione dell’errore
C’è un passaggio giudiziario raro in Italia: la Corte d’Appello di Trento, lo stesso collegio che aveva condannato Di Gennaro, riconosce l’ingiusta detenzione e concede il risarcimento. «È un’ammissione di colpa dello Stato – sottolinea ancora Di Gennaro -. Avrebbero potuto proteggersi. Non lo hanno fatto perché il processo era oggettivamente scandaloso».
A pagare, però, è solo lo Stato. Nessun magistrato risponde personalmente degli errori commessi. Un nodo che Di Gennaro solleva senza spirito di vendetta: «Medici, insegnanti, giornalisti pagano se sbagliano. Perché i magistrati no?».
Il carcere e la sopravvivenza
Durante la detenzione, nel carcere di Verona, Di Gennaro vive una quotidianità fatta di paura e isolamento. La sua sezione è composta quasi interamente da detenuti stranieri, senza sostegni familiari.
«Quando mia madre veniva a trovarmi e mi portava qualcosa, diventavo un bersaglio. A un certo punto le ho detto di non portarmi più nulla perché rischiavo la vita». A salvarlo, racconta, è stata anche l’infanzia a Gela, in un quartiere difficile: «Sono cresciuto in mezzo alla strada. Quella esperienza mi ha aiutato a sopravvivere a un girone dell’inferno che non auguro a nessuno».
Otto anni senza lavoro e l’esilio
Dopo la scarcerazione arriva un’altra condanna: l’esclusione dal mondo del lavoro. La Provincia di Trento lo sospende dall’insegnamento. Tornerà in cattedra solo otto anni dopo, con l’assoluzione definitiva. Nel frattempo vive in Portogallo, accolto da amici che lo sostengono economicamente e moralmente. «Senza di loro e senza la mia famiglia non ce l’avrei fatta» sottolinea il professore Di Gennaro.
Quando rientra a scuola, però, trova ancora diffidenza. «Una dirigente mi disse: “Lei non è benvoluto qui, è stato in galera, è un problema d’immagine”. È stato devastante». Alla fine la scelta è tornare a Gela. Qui insegna oggi e ha ricostruito, con fatica, una normalità.
“Impunita”, il libro-testimonianza
Da questa vicenda nasce “Impunita”, il libro in cui Nunzio Di Gennaro racconta la sua storia nei dettagli. Il titolo non è rivolto solo all’accusatrice, mai perseguita per calunnia, ma a un intero sistema. «L’impunità è quella della giustizia che sbaglia e non paga», spiega.
Negli ultimi mesi il professore gelese ha ricevuto anche il “Premio Livatino”, riconoscimento simbolico per una battaglia civile che va oltre la sua vicenda personale. «Secondo la mia opinione, almeno un giorno di carcere – conclude – farebbe bene a tutti. Servirebbe a cancellare il pregiudizio. Perché a me è capitato, ma può capitare a chiunque».
Sonia Sabatino