Teatro civile e narrazione del presente

Teatro civile e narrazione del presente ci portano in un viaggio tra mafia, migrazioni, lavoro e marginalità attraverso la voce e l’esperienza dell’attore e regista Alessandro Ienzi 

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Negli ultimi anni, il teatro civile è tornato al centro del dibattito culturale italiano, soprattutto in un contesto segnato da crisi sociali, precarietà economica e conflitti identitari. Il teatro diviene così uno spazio politico e umano

C’è un teatro che non intrattiene soltanto, ma con la narrazione del presente, interroga, disturba, costringe a prendere posizione. È il teatro civile, una forma di narrazione che nasce dall’urgenza di raccontare il presente e di trasformare il palcoscenico in uno spazio politico, umano, collettivo. Un teatro che non cerca la distanza, ma la prossimità, che parla di mafia, migrazioni, lavoro, marginalità, dando voce a storie spesso escluse dal racconto dominante.

Negli ultimi anni, il teatro civile è tornato al centro del dibattito culturale italiano, soprattutto in un contesto segnato da crisi sociali, precarietà economica e conflitti identitari. Non è un genere nel senso tradizionale del termine, ma un atteggiamento etico e narrativo: il teatro come strumento di conoscenza, memoria e resistenza.

Il rapporto tra teatro e mafia è uno dei terreni più delicati e necessari. Il teatro civile ha il compito di smontare la mitologia del potere mafioso, raccontandone le dinamiche quotidiane, le connivenze, le conseguenze sui territori e sulle vite comuni. Non eroi né martiri, ma uomini e donne intrappolati in sistemi di violenza normalizzata. Quindi il teatro civile racconta la mafia oltre la retorica. Attraverso monologhi, inchieste sceniche e narrazioni documentarie, il teatro restituisce complessità a una realtà spesso semplificata, mostrando come la mafia non sia un’entità astratta, ma un fenomeno sociale che si nutre di silenzi, paura e disuguaglianze.

Un altro grande tema del teatro civile contemporaneo è quello delle migrazioni. Un teatro che racconta viaggi, attraversamenti, attese, naufragi, ma soprattutto corpi in movimento, identità sospese tra più mondi. Lontano dalla cronaca emergenziale, la scena teatrale diventa luogo di ascolto e restituzione, capace di umanizzare numeri e statistiche. Le storie dei migranti sono spesso intrecciate a quelle delle comunità di arrivo, mettendo in luce paure, contraddizioni, razzismi e possibilità di incontro. Il teatro non offre soluzioni, ma apre domande, rendendo visibile ciò che spesso resta ai margini.

Altri temi importanti affrontati in teatro sono quelli relativi al Lavoro e la marginalità: storie di vite invisibili, portate in scena. Precarietà, sfruttamento, disoccupazione, lavoro povero: il lavoro è uno dei grandi assenti del racconto pubblico, e proprio per questo diventa centrale nel teatro civile. Operai, rider, braccianti, lavoratori invisibili trovano spazio sulla scena come protagonisti di storie che parlano di dignità negata e diritti fragili. Accanto al lavoro, la marginalità: carceri, periferie, fragilità psichiche, solitudini urbane. Il teatro civile non osserva dall’alto, ma si immerge nei contesti, spesso coinvolgendo direttamente chi quelle storie le vive, trasformando il teatro in un atto di restituzione e condivisione.

Il teatro diviene così uno spazio politico e umano.

In un’epoca dominata dalla velocità e dalla semplificazione, il teatro civile rivendica il tempo dell’ascolto. È uno spazio politico non perché fa propaganda, ma perché mette in crisi lo sguardo dello spettatore, chiedendogli responsabilità. È un teatro che non consola, ma accompagna. Che non chiude, ma apre.

teatro civile
Alessandro Ienzi

Per capire e vivere questo tipo di teatro, abbiamo voluto intervistare Alessandro Ienzi. Attore, regista e autore teatrale, è impegnato nella ricerca sul teatro civile e sociale. Il suo lavoro si muove tra creazione artistica, formazione e progetti internazionali, spesso sviluppati in contesti complessi e di conflitto. Attraverso il teatro indaga temi legati ai diritti umani, alla memoria collettiva e alle dinamiche di potere, concependo la scena come spazio di ascolto, verità e incontro. Ha collaborato con realtà istituzionali e internazionali, utilizzando il linguaggio teatrale come strumento di consapevolezza e trasformazione sociale.

Quando porta in scena temi come mafia, migrazioni o lavoro precario, senti di essere più un interprete o un testimone del nostro tempo? In che modo il teatro ti aiuta a raccontare storie che spesso restano invisibili?

«Il teatro e l’arte nascono dall’ascolto e della osservazione del mondo esteriore e interiore. Ascoltando profondamente, connettendoci all’intuito, possiamo creare dei luoghi che fanno spazio a queste storie, luoghi interpretativi, luoghi fisici, luoghi scenici, luoghi di dibattito e di incontro sociale.

Il fine ultimo è contemplare la verità, che non è mai rassicurante. Il teatro ci svela chi siamo e perché e a quale fine come esseri umani compiamo certe azioni.

Non sono un testimone di storie di mafia o di migrazione. Con il mio teatro accendo una luce, su determinati temi che ci stanno a cuore.

Il teatro è questa luce, il teatro dice.

Quando davanti allo sguardo altrui ci azzardiamo a dire ciò che nessuno direbbe, a rappresentare le emozioni e i contesti più improbabili, dalle piu grandi imprese ai più grandi orrori, si squarcia il velo della vergogna, del perbenismo e siamo costretti a guardarci così come siamo.

Allora il teatro è.

Mi è capitato di recente di creare una opera teatrale con degli artisti in Nord Est Nigeria, a Maiduguri, dove sono stato in missioni per conto di UNODC, Nazioni Unite, durante lo spettacolo e per la prima volta insieme agli attori abbiamo pronunciato per la prima volta la parola Boko Haram, gruppo terroristico noto per i rapimenti e le uccisioni dei bambini nella regione.

Un giornalista lo ha scritto il giorno dopo, e i social erano pieni di immagini e di denunce degli orrori del gruppo terroristico. Può immaginare la forza e la libertà di questo atto?».

Il teatro civile chiede allo spettatore di mettersi in discussione. Secondo te qual è la responsabilità dell’attore quando affronta storie di marginalità e dolore, e come si evita il rischio della retorica o della semplificazione?

«Nel corso della mia ricerca ho lavorato con tanti attori, ma anche con tanti giovani che non lo erano o che non sapevano di esserlo. Personalmente non trovo alcuna differenza. La preparazione all’atto teatrale è sempre la stessa. È legata alla disciplina, al ritmo, alla passione, alla disponibilità della persona. Quanto siamo disposti a metterci i gioco e a dare prima di ricevere, quanto spazio sappiamo fare nel nostro animo? Quanto siamo disposti e dedicarci allo studio e al racconto?

Queste domande fanno di un artista, un artista. Non è il teatro che è necessario. È l’incontro con noi stessi e con l’altro ciò di cui non potremo fare mai a meno. Il teatro crea soltanto le condizioni per questo incontro. A patto che non sia intrattenimento ma che abbia il coraggio di andare lontano, di colpire, di svergognarci, di svelarci senza remore».

In un’epoca dominata da social e informazione veloce, perché il teatro resta ancora uno spazio efficace per raccontare il presente e creare consapevolezza collettiva?

«La sfida dei social non è la velocità, è la radicalizzazione e la polarizzazione delle opinioni. L’algoritmo riconosce le posizioni estreme e le favorisce. Come utenti siamo costretti a scegliere tra bianco e nero e ci sentiamo tenuti a prendere una posizione.

E così riusciamo a fare distinzioni tra un bambino immigrato, un bambino palestinese, un bambino ebreo, uno iraniano, uno venezuelano, e stabiliamo chi ha più diritto a vivere aderendo a questa o a quella visione narrativa e politica. Invece il teatro ci mostrerà la morte, nuda e cruda, e sono certo che proveremmo lo stesso dolore e lo stesso sdegno a essere testimoni della morte di uno qualsiasi di questi bimbi. Faremmo spazio e ci schieremmo a spada tratta nell’unica posizione umana, in favore della vita. Questo è il ruolo del teatro, oggi».

Il teatro civile continua a dimostrare oggi che raccontare il presente non è solo un atto artistico, ma un gesto necessario. E finché ci saranno storie non ascoltate, il palcoscenico resterà uno dei luoghi più potenti per dar loro voce.

Federica Dolce

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