Nel pomeriggio del 27 dicembre 1947, in una sala austera di Palazzo Giustiniani a Roma, veniva vergato l’atto di nascita dell’Italia repubblicana. In un silenzio carico di emozione, la penna del Capo provvisorio dello Stato tracciò l’ultima firma in calce al testo della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, appena approvata dall’Assemblea Costituente. Quell’inchiostro chiudeva simbolicamente il doloroso capitolo del fascismo e della guerra, inaugurando una nuova era di democrazia. Durante una cerimonia ufficiale e solenne svoltasi a Palazzo Giustiniani, venne firmato l’atto di promulgazione della Costituzione, completando un percorso durato 18 mesi di confronti politici accesi ma costruttivi.
Alla firma solenne presero parte le massime istituzioni del momento. Accanto al Capo dello Stato provvisorio sedevano il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e il Presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, insieme al ministro Giuseppe Grassi (Guardasigilli) e al funzionario Francesco Cosentino, tutti testimoni di quell’istante fondativo. Poche ore prima, Terracini aveva consegnato formalmente al Capo dello Stato il testo approvato, affinché diventasse legge suprema dello Stato. Il documento, composto da 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali, fu quindi promulgato quel 27 dicembre e pubblicato in un numero speciale della Gazzetta Ufficiale il giorno successivo, per poi entrare in vigore il 1º gennaio 1948. Nasceva così la nuova Costituzione repubblicana, destinata a sostituire per sempre il vecchio Statuto Albertino del 1848.
Dalla liberazione alla Costituente: il contesto storico
Per capire la portata di quel momento, occorre riavvolgere il nastro ai drammatici anni precedenti. L’Italia usciva dalla Seconda Guerra Mondiale sconfitta, devastata nelle città e nello spirito, reduce da un ventennio di dittatura fascista e da una guerra civile. Nel 1946 gli italiani, e per la prima volta le italiane, al loro debutto alle urne, vennero chiamati a decidere le sorti istituzionali del Paese. Il 2 giugno 1946 un referendum popolare sancì la fine della monarchia sabauda e la nascita della Repubblica, con il 54% dei voti a favore di quest’ultima. Nella stessa data si elesse anche l’Assemblea Costituente, composta da 556 deputati incaricati di redigere la nuova Carta fondamentale. Fu un momento di straordinaria partecipazione democratica: per la prima volta tutti i cittadini, senza distinzioni di sesso, elessero liberamente i propri rappresentanti con un sistema proporzionale.
L’Assemblea Costituente iniziò i lavori nel giugno 1946 in un clima di entusiasmo, ma anche con l’enorme responsabilità di rifondare lo Stato. I partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, che avevano guidato la Resistenza antifascista, portarono in aula le proprie visioni di futuro. La Democrazia Cristiana risultò il gruppo maggiore (35,2% e 207 seggi), seguita dai socialisti (20,7%, 115 seggi) e dai comunisti (18,9%, 104 seggi). Presenti anche forze minori: repubblicani, azionisti, liberali, oltre al movimento dell’Uomo Qualunque. Per la prima volta entrarono in Parlamento 21 donne, 9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste e 1 dell’Uomo Qualunque, a rappresentare quella metà del Paese fin lì esclusa dalla vita politica.
Durante i lavori costituenti, che durarono circa un anno e mezzo, l’Italia visse passaggi delicatissimi. Sul piano internazionale, l’ombra della Guerra fredda iniziava a delinearsi, mentre sul fronte interno si consumava la rottura dell’unità antifascista: nel maggio 1947 i partiti di sinistra uscirono dal governo De Gasperi sotto le pressioni del nuovo scenario geopolitico. Nonostante ciò, in Assemblea prevalse la volontà comune di dotare il Paese di un saldo impianto democratico. Le discussioni furono spesso accese, ma sempre guidate dalla ricerca di un equilibrio tra visioni diverse. “Lavoro instancabile” lo definì Terracini, ricordando che in 18 mesi si tennero 347 sedute, vennero presentati 1663 emendamenti e pronunciati 1090 interventi: un impegno intenso che, giorno dopo giorno, fece guadagnare all’Assemblea la fiducia di un popolo stanco di dittature. Centinaia di messaggi e lettere giunsero dai cittadini comuni durante quei mesi, a testimonianza dell’attenzione e delle speranze riposte nei lavori costituenti.
Il 22 dicembre 1947 l’Assemblea Costituente tenne la sua seduta conclusiva. Dopo la votazione finale a scrutinio segreto, il Presidente Terracini annunciò l’esito: 453 voti favorevoli contro 62 contrari. L’aula di Montecitorio esplose in un lungo applauso liberatorio, cosciente di aver compiuto un atto storico. In piedi, con la voce rotta dall’emozione, Terracini pronunciò le parole di rito: «L’Assemblea approva la Costituzione della Repubblica Italiana». Subito dopo, rivolse ai colleghi un discorso vibrante di orgoglio e responsabilità, sottolineando come il lavoro comune avesse gettato le basi per una nuova democrazia. «Noi consegniamo oggi, a chi ci elesse il 2 giugno, la Costituzione» – dichiarò – «abbiamo assolto il compito amarissimo di dare avallo ai patti di pace che hanno chiuso l’ultimo tragico e rovinoso capitolo del ventennio di umiliazioni e di colpe». Era il riconoscimento che la Carta nasceva anche dal sacrificio di una guerra perduta e di una pace difficile (l’Italia, sconfitta, aveva firmato pochi mesi prima il trattato di pace con gli Alleati, accettando dure condizioni). Ma proprio da quelle macerie rinasceva la volontà di riscatto nazionale.
Roberto Greco