Ogni anno, il 18 ottobre, l’Europa celebra la Giornata contro la tratta di esseri umani, istituita nel 2007 dalla Commissione europea per richiamare governi e opinione pubblica a una verità scomoda: la schiavitù non è finita. È solo cambiata forma, luoghi e linguaggio.
Dietro le statistiche fredde e i proclami di Bruxelles, il fenomeno continua a scorrere nelle pieghe delle nostre città, dei cantieri, delle campagne, dei centri massaggi e dei circuiti digitali dove i trafficanti reclutano, spostano e sfruttano uomini, donne e bambini.
In Italia, cuore del Mediterraneo e porta d’Europa, la tratta è una realtà silenziosa ma costante. Un fenomeno che non riguarda solo i migranti ma anche cittadini europei ed italiani vulnerabili, spesso inghiottiti da reti di sfruttamento sessuale e lavorativo.
Dalle rotte del mare ai capannoni del Nord
Le rotte cambiano, ma la dinamica resta la stessa. Chi attraversa il Mediterraneo per sfuggire alla fame o alla guerra spesso finisce in circuiti di lavoro forzato nei campi di pomodori, nei mercati ortofrutticoli o nei laboratori tessili del Nord.
Secondo i dati del Dipartimento per le Pari Opportunità, nel 2024 in Italia sono state identificate oltre 2.000 vittime di tratta, il 75% donne, il 10% minori. La gran parte proviene da Nigeria, Romania, Albania, Costa d’Avorio e Marocco.
Molte sono ingannate con la promessa di un impiego o di un alloggio e finiscono intrappolate in un sistema di debiti e violenze.
«Ci dicono che ci aspettano lavori in famiglia o nei ristoranti. Poi ci chiudono in una stanza», racconta Joy (nome di fantasia), nigeriana, oggi accolta in una casa rifugio a Palermo. «Per anni ho vissuto come una cosa, non come una persona».
Sfruttamento sessuale, lavoro forzato e nuove forme di schiavitù
Le tipologie di sfruttamento sono molteplici. La più nota — e più perseguita — resta quella sessuale, ma cresce in modo preoccupante lo sfruttamento lavorativo, soprattutto nell’agricoltura, nella logistica e nell’edilizia.
La Direzione Investigativa Antimafia lo ha definito «un sistema parallelo di economia criminale che si intreccia con le mafie tradizionali e le nuove reti transnazionali».
Nel Mezzogiorno — Piana di Sibari, Agro pontino, Foggiano, ma anche nel Ragusano — migliaia di lavoratori stranieri vivono in baracche senza acqua né diritti. Spesso sono vittime di “caporali” che trattano esseri umani come merce. Secondo la Flai-Cgil, nelle campagne italiane oltre 150 mila persone vivono condizioni di lavoro che si possono definire “semi-schiavistiche”.
«La tratta non è un fenomeno di frontiera – spiega la sociologa Marina Calloni, componente del Comitato GRETA del Consiglio d’Europa – ma un sistema radicato anche dentro l’economia legale, che trae profitto dalla vulnerabilità e dalla paura».
Reclutamento digitale, il nuovo volto del traffico
Cambia anche il volto dei trafficanti. Le inchieste più recenti della Polizia Postale e di Europol rivelano come il reclutamento avvenga sempre più spesso attraverso i social network o piattaforme di annunci. Donne dell’Est Europa o dell’Africa vengono contattate con offerte di lavoro in apparenza lecite; una volta arrivate in Italia, vengono private dei documenti e costrette a prostituirsi o a lavorare senza retribuzione.
Secondo un rapporto di RAND Europe, la tratta online è oggi una delle principali modalità di sfruttamento in crescita in tutto il continente.
Le politiche europee, la nuova Direttiva 2024 e i limiti dell’attuazione
Proprio per rispondere all’evoluzione del fenomeno, l’Unione Europea ha aggiornato la storica Direttiva 2011/36, approvando nel luglio 2024 un nuovo testo che introduce norme più severe.
Tra le novità: l’estensione delle forme di sfruttamento (matrimoni forzati, adozioni illegali, surrogacy non autorizzata), la criminalizzazione dell’uso consapevole dei servizi forniti da vittime e l’obbligo per ogni Stato di creare un Meccanismo nazionale di riferimento per il coordinamento dei casi.
In Italia, il recepimento dovrà essere completato entro il 2026. Ma la sfida, denunciano le organizzazioni umanitarie, non è solo normativa: «Abbiamo una buona legislazione, ma mancano risorse, personale formato e continuità dei programmi di assistenza», afferma Laura Bonasera, portavoce della rete anti-tratta “PIA”.
Il sistema italiano di protezione tra eccellenze e falle
L’Italia, va riconosciuto, è tra i pochi Paesi europei ad avere un sistema integrato di protezione e reinserimento per le vittime. Dal 2000, il Programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale — finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità — garantisce ospitalità, tutela legale, formazione e accompagnamento al lavoro. Nel 2023 sono stati avviati oltre 400 progetti in collaborazione con associazioni e enti locali.
Ma il sistema è fragile. Le risorse diminuiscono, i bandi sono discontinui, e in molte regioni mancano équipe multidisciplinari. Molte vittime, dopo un primo periodo di accoglienza, finiscono di nuovo in circuiti di sfruttamento.
«Il rischio è che la protezione diventi una parentesi, non un percorso – spiega Don Aldo Bonaiuto, direttore dell’associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII” – Servono case rifugio, percorsi di autonomia e soprattutto lavoro vero».
Tratta e migrazioni: quando la vulnerabilità diventa merce
Nelle rotte del Mediterraneo, la distinzione fra tratta e traffico di migranti è sottile.
Chi arriva con i barconi, spesso dopo aver pagato cifre esorbitanti a intermediari, può diventare vittima di sfruttamento subito dopo lo sbarco. Molte donne vengono sequestrate o “reclutate” nei centri di accoglienza da reti criminali che le rivendono a circuiti di prostituzione o lavoro nero.
Il Consiglio d’Europa ha più volte criticato gli Stati membri, Italia inclusa, per non garantire sempre un’identificazione precoce delle vittime. GRETA, nel suo ultimo rapporto, ha raccomandato di “non confondere la condizione di migrante irregolare con quella di vittima di tratta”, chiedendo percorsi di protezione e permessi di soggiorno specifici.
I numeri dell’Europa e il peso dell’Italia
In Europa, secondo la Commissione UE, vengono registrate ogni anno oltre 7.000 vittime di tratta, ma il dato reale sarebbe almeno dieci volte superiore.
Il 60% subisce sfruttamento sessuale, il 30% lavorativo, il resto riguarda altre forme come accattonaggio forzato e matrimoni imposti. Nel 37% dei casi le vittime sono cittadini europei e le donne rappresentano il 70%, i minori il 15%.
L’Italia, insieme a Spagna, Germania e Paesi Bassi, figura tra i principali Paesi di destinazione. Secondo Eurostat, il nostro Paese ospita circa il 12% delle vittime identificate nell’intera UE.
L’economia della schiavitù e il profitto criminale
Dietro ogni rete di tratta c’è un’economia parallela che muove miliardi.
Secondo Europol, il traffico di esseri umani genera in Europa un giro d’affari stimato tra 2,5 e 3 miliardi di euro l’anno.
I gruppi criminali operano come vere aziende, con ruoli definiti, logistica, contabilità e connessioni transnazionali. Le mafie italiane, in particolare in Campania, Puglia e Sicilia, gestiscono pezzi di questo sistema, spesso collaborando con reti nigeriane, albanesi e romene.
Le inchieste giudiziarie più recenti, da “Somalia connection” a “Dark route”, mostrano come il traffico di migranti e la tratta sessuale si intreccino con altri business illegali, dal narcotraffico al riciclaggio.
Le vittime invisibili e la sfida della reintegrazione
Ma dietro i numeri ci sono storie. C’è Oksana, 23 anni, moldava, arrivata a Milano con un falso contratto da badante e finita prigioniera di un appartamento in periferia. C’è Moussa, 19 anni, maliano, reclutato in Libia e impiegato nei campi del Foggiano a tre euro l’ora.
E ci sono i minori, usati per accattonaggio o piccoli reati, difficili da intercettare perché “mobili”, invisibili, senza documenti.
L’assistenza spesso arriva troppo tardi, e il reinserimento è la parte più difficile.
«Una vittima liberata non è automaticamente una persona libera – spiega Chiara Nocentini, responsabile del progetto “Freedom” – Servono anni di supporto psicologico, educazione e lavoro per ricostruire un’identità».
Il nodo della domanda: chi alimenta la tratta
Per la prima volta, la nuova Direttiva europea tenta di intervenire anche sul lato della domanda: penalizzando chi consapevolmente acquista servizi da vittime. Una scelta che divide. Le ONG la considerano necessaria per colpire il cuore economico del sistema; altre realtà temono un effetto boomerang, con il rischio di criminalizzare persone vulnerabili o di spingere il mercato ancora più nell’ombra.
In Italia, il dibattito è aperto: c’è chi propone campagne di sensibilizzazione mirate agli utenti finali, dai clienti della prostituzione ai datori di lavoro, e chi invoca una legge specifica per rendere più semplice perseguire chi “compra sfruttamento”.
Un impegno che non basta: l’Italia tra luci e ombre
Il 18 ottobre, in molte città italiane, da Roma a Palermo e da Milano a Bari, si terranno incontri, mostre, cammini di sensibilizzazione. Ma la memoria da sola non basta. L’Italia ha normative avanzate ma continua a faticare nella prevenzione, nella formazione degli operatori e nella coordinazione tra enti. «Siamo un Paese che salva vite in mare ma fatica a proteggerle sulla terraferma», osserva amaramente Donatella Della Porta, sociologa e docente alla Scuola Normale di Pisa.
Secondo gli esperti, servono campagne nelle scuole, controlli nei luoghi di lavoro, un registro nazionale delle vittime e risorse certe per i centri anti-tratta. Solo così, dicono, il 18 ottobre smetterà di essere una ricorrenza simbolica e diventerà un punto fermo di civiltà.
Un giorno per ricordare, un anno per agire
La Giornata europea contro la tratta non è una celebrazione, ma un monito.
Dietro ogni numero c’è un volto, dietro ogni traffico c’è un mercato che funziona perché qualcuno compra, perché qualcuno chiude gli occhi.
In un continente che si proclama culla dei diritti, il traffico di esseri umani è lo specchio più crudele delle sue contraddizioni. E l’Italia, terra di approdo, ma anche di indifferenze e silenzi, non può limitarsi a commemorare: deve guardare dentro la propria economia, le proprie campagne, le proprie periferie. Perché la libertà, quando non è di tutti, non è ancora libertà.
Roberto Greco